Evocare le immagini. Intervista con BeWider

«Il punto di partenza è cinematico. Fa riferimento a qualcosa che tende a evocare delle immagini». Non poteva essere altrimenti, per Piernicola Di Muro, romano che, oltre a presentarsi come producer con il moniker BeWider, è autore di colonne sonore per film – tra i tanti, L’amore non basta con Giovanna Mezzogiorno e Isole con Asia Argento – documentari e spot. Dall’esordio nel 2015 con A Place To Be Safe fino al recente Full Panorama, BeWider si è distinto per un approccio elegante, qualitativo e eterogeneo alla materia elettronica: la sua è ambient/IDM sostenuta da sprazzi kraut e cosmici, e avvolta in atmosfere a volte umbratili, altre luminose. Lavori dotati di un tale forza evocativa e immaginifica da ricreare nella mente un ampio spettro di immagini, al di là di quelle esplicitamente presentate nei videoclip. Come nell’ultimo, affascinante Panorama.

«Non c’è una vera e propria visualizzazione chiara e mentale – racconta telefonicamente Piernicola a Sentireascoltare – che faccia riferimento a immagini specifiche o a una storia o a una ipotetica inquadratura. Il punto di partenza è cinematico. Fa riferimento a qualcosa che tende a evocare delle immagini ma, nel momento in cui avviene l’atto compositivo, si apre un immaginario per cui un suono può diventare una visione». E Full Panorama di visioni e di eleganza ne è fortemente ricco. «Questo lavoro – prosegue Piernicola – arriva dopo due dischi che sono usciti nel 2013 e nel 2016. Sono partito da un principio tendenzialmente molto semplice: creare un concept album. Sembra un concetto, legato agli anni Novanta, un po’ vecchio ma che, secondo me, andrebbe recuperato. Volevo creare, non dei brani, ma un lavoro che avesse senso nella sua totalità, un discorso che parte da un punto e arriva a un altro. Circostanza che si sta perdendo negli album. È come se si facessero fotografie separate.  Nella musica elettronica questo rischio avviene meno. C’è più possibilità di sperimentare e di delineare un discorso che abbia una legatura, come i capitoli di un libro».

In effetti, un concept album, in un’epoca in cui il format lungo sembra abbia perso significato e appeal – travolto da playlist e algoritmi delle piattaforme di streaming – può apparire come una mossa azzardata. Ma è in queste scelte che si configura la personalità di un’artista. «Viviamo in un’epoca in cui la musica si produce, si distribuisce e si ascolta in maniera totalmente diversa da quanto avveniva almeno dieci anni fa. È una nuova era in cui si sono aggiunti degli elementi e se ne sono persi altri. A proposito del formato album, la possibilità di vivere la musica come un’esperienza lunga, meno spezzettata e più attenta, è andata persa nel momento in cui ascoltiamo in maniera più rapida. Paradossalmente, la prova del nove di questa carenza è il recupero del vinile. Un formato vecchio ma che presuppone rigore e attenzione nell’ascolto. Non si tratta solo di feticismo per l’aspetto fisico, piuttosto di una modalità di fruizione che andrebbe recuperata».

Rispetto ai due precedenti lavori, Full Panorama ha perso ogni elemento vocale per lasciare spazio a trame, melodie e tessiture che parlano da sè. A Place To Be Safe (2015) e Dissolve (2016) vedevano tra i protagonisti, in alcuni brani, la voce, languida e sensuale, di Francesca Amati (Amycanbe, Comaneci) e le corde vocali di Jester At Work. BeWider ha pensato di inserire parole cantate nell’ultimo lavoro, ma poi vi ha rinunciato: «Una scelta – continua durante la chiacchierata – maturata durante i lavori per il disco. Volevo fare due brani cantati: durante le prove, però, mi sono accorto che era una forzatura. Non per la voce in sé, semplicemente non funzionava più l’idea». Il recente disco, invece, pone in primo piano i synth modulari, «in un lavoro di ripescaggio – ben scrive Luca Roncoroni in sede di recensione – che più che a paraculate come Stranger Things guarda piuttosto al Jean Michel Jarre meno pacchiano e a qualche progressione vagamente orbitaliana».

BeWider vuole evitare discorsi da retromania: «L’uso dei synth modulari non è citazionistico. È uno strumento che ho scoperto da relativamente poco tempo, è tornato in auge anche per quel fascino vintage. Volevo capire, usandolo, perché avesse avuto tanto successo negli ultimi anni. Pian piano, è diventata la materia prima con cui lavorare. Il suo utilizzo riprende una scelta estetica più che nostalgica». La nostalgia non è di casa a Berlino, città dove ha sede la Folk Widsom, etichetta di fama per cui BeWider ha pubblicato Full Panorama: «Ritengo – conclude – che Berlino sia attualmente una città estremamente prolifica da questo punto di vista. Anche se, nell’ultimo periodo, vedo una fiorente scena europea dell’elettronica che comprende Londra, l’Olanda ma anche l’Italia. Dalle nostre parti sono usciti prodotti elettronici che hanno avuto forte risonanza all’estero. Parlo di autori come Caterina Barbieri o di etichette come la Variabile. Non solo Berlino quindi ma una vera ondata europea».  Una ventata di qualità in cui Piernicola Di Muro è assoluto protagonista.

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