Ub40, foto per la stampa (2021)

Birmingham, i servizi segreti e il vino rosso: intervista agli UB40

Il 22 giugno si celebra nel Regno Unito il Windrush Day, un modo per non dimenticare il fondamentale contributo che la prima generazione di immigrati dai Caraibi ha donato alla causa britannica. Era il 1948 quando la nave Empire Windrush portò i primi migranti provenienti dalle colonie d’oltreoceano, spinti da Londra per ricostruire il paese, dilaniato dai bombardamenti nazisti, in cambio di una promessa di cittadinanza. La promessa rimase tale e, negli anni, la questione prese il nome di “Windrush scandal”, fondamentale anche durante il dibattito sulla Brexit, ma alle nostre latitudini non ancora molto conosciuta.

Parlare con Jimmy Brown e Robin Campbell nello stesso giorno del Windrush Day è una coincidenza piuttosto curiosa, sicuramente significativa. I due, attraverso la storica band Ub40, hanno speso decenni a perorare la causa del reggae, nel nome di una multiculturalità pacifica tanto agognata quanto difficile da realizzare. Brown e Campbell sono due sessantenni che affrontano il presente con spirito gioviale, pur avendo alle spalle tanta esperienza musicale e personale.

Partiamo dalla loro soddisfazione per Bigga Baggariddim, un album ricco di collaborazioni con artisti reggae di tutto il mondo e ideato sulla falsariga del quasi omonimo disco (Baggariddim) del 1985. «Volevamo fare un album vario, che celebrasse la diversità. L’idea è venuta da sé: coinvolgere artisti reggae di tutto il mondo, band con carriere lunghe e allo stesso tempo artisti emergenti»: Brown rompe il ghiaccio prima di essere interrotto da Campbell – di cui non ci eravamo accorti – che esordisce scherzando, «non mi avete invitato a questo secret show!».

Viene spontaneo riflettere sull’esistenza o meno di un segreto, un trucco che regga la coerenza stilistica e la longevità degli Ub40. Prende la parola Campbell: «Se c’è, non sappiamo quale sia! Posso dire che non è difficile per noi, abbiamo sempre voluto essere una band reggae e non siamo mai stati tentati dal fare un altro genere. Se fai quello che ami non avrai alcun problema. Facciamo la musica che ci piace e, per fortuna, non siamo gli unici». Riannodiamo i fili, Jimmy e Robin s’intrecciano senza mai sovrapporsi, sciorinando i loro ricordi. Mi parlano dei vinili reggae che da ragazzini avevano la fortuna di ascoltare, una «rivelazione» per adolescenti che fin lì consumavano Beatles, Motown e RnB. E poi c’è l’infanzia nella multietnica Balsall Heath a Birmingham, particolare fondamentale che «ci ha fatto capire che il reggae è legato alla cultura e non al colore della pelle, andare a scuola con la prima generazione di immigrati ci faceva vedere le cose per com’erano davvero», dice Brown, che lascia chiosare a Campbell: «Nessuno metteva in dubbio che i neri fossero inglesi, le loro istanze diventavano le nostre e la musica faceva da collante».

Con queste premesse è logico che gli Ub40 sarebbero diventati una band politicizzata, ostica alle politiche di Thatcher. Meno consequenziale è pensare che il gruppo venisse spiato dal MI5, i servizi segreti britannici. Jimmy se lo ricorda bene: «Pensavamo a uno scherzo. Noi? Suonavamo e fumavamo erba. Certo, non le mandavamo a dire, ma credo che si siano fatti grasse risate ascoltando le nostre conversazioni». Al di là di queste “incomprensioni”, Robin ci tiene a ribadire che la madrepatria ha garantito un successo immediato alla band, ovviamente grazie soprattutto alla vasta presenza di immigrati provenienti dai Caraibi e a un tessuto sociale multiculturale.

Sipa Press / Rex Features
Sipa Press / Rex Features

Durante la chiacchierata non si parla soltanto degli Ub40. Per esempio, analizziamo le svolte sonore di Lydon e Clash, fomentate da Don Letts: un crocevia che piega il punk a suggestioni reggae e dub. Brown mette i puntini sulle “i” – «non avevamo molto in comune, loro erano punkettari della classe media che a un certo punto hanno assecondato un’influenza» – mentre Campbell sottolinea l’importanza che l’ibridazione del genere ha avuto, per l’Inghilterra e non solo. Entrambi, però, sono concordi nell’affermare che nessuno di loro si sarebbe aspettato di avere una carriera lunga quarant’anni, anche se l’ambizione di diventare una band internazionale c’è sempre stata.

Tornando strettamente al reggae, da buoni artisti navigati, Jimmy e Robin ne evidenziano la ciclicità, una caratteristica che permette al genere di mutare in continuazione. Non solo: fanno spesso riferimento a quanto sia una musica «disciplinata», apparentemente semplice eppure complessa nelle trame ritmiche, nei colpi giusti e nei riff avvolgenti.

Per capire quanto gli Ub40 abbiano permeato classifiche e orecchie degli ascoltatori, basta pensare alla targa situata in Hare & Hounds a Kings Heath, Birmingham, che celebra il loro primo concerto. Robin è romantico: «Ci costringe a guardare indietro facendoci rimanere umili, perché ricordiamo da dove siamo partiti». Jimmy è più netto: «A me fa sentire anche abbastanza vecchio!».

Ci spostiamo quindi al presente, parlando delle collaborazioni in Bigga Baggariddim e, per forza di cose, della Brexit, o meglio di «una tragedia evitabile che adesso costringerà i musicisti britannici a penare parecchio per suonare al di fuori dell’isola». Amarezze a parte, gli Ub40 sono pronti a tornare a suonare. Hanno fatto qualche prova a distanza e sono riusciti anche a vedersi quando gli allentamenti l’hanno permesso – «in otto non è così facile», precisa Jimmy. Non hanno dubbi: dopo la pandemia la voglia di suonare e scrivere è diventata ancora più forte. Si rivelano anche dei bugiardi, perché sul finire della chiacchierata sembrano svelare quel segreto di cui si accennava prima: «La semplicità, tornare a respirare l’aria che tirava negli anni Ottanta, quando ci lasciavamo andare alla musica». Funziona, come quel red red wine invecchiato bene.

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