I misteri di S

I Drink To Me sono uno di quei gruppi che, anche se non mastichi troppo l’italo-music, li conosci. Sono uno di quei gruppi che farebbero redimere qualsiasi avversario del rock made in Italy. Sono quel gruppo che Rolling Stone (e non solo) definsice il migliore di tutto lo stivale. Grandi responsabilità? “Responsabilità non direi, piuttosto è una grande sfida con noi stessi: cercare ogni volta di fare meglio, di fare un disco che ci piaccia più del precedente”. E questa sfida la si avverte subito in S, un lavoro sincero, di grande sperimentazione e probabilmente più pop del precedente Brazil: “è più pop, ma anche più variegato nel suono, più ricercato e sperimentale da un certo punto di vista”. Le chitarre sono state sacrificate sull’altare del sintetico “perché stiamo cercando una ricchezza e freschezza timbrica che le chitarre non ci permettono di raggiungere”. Uno stile di scrittura spontaneo e contemporaneo, suggellato, a volte a distanza, da ogni membro nella sua cameretta – officina, “davanti ad un computer: prendiamo delle canzoni e ne estrapoliamo frammenti interessanti. Dopodichè li memorizziamo nei campionatori e andiamo a suonarli a caso in sala prove. Abbiamo inserito pattern ritmici che prendevano lo scheletro cassa+clap/rullante di alcuni pezzi di M.I.A. o del grime o del raggamuffin e ci abbiamo creato dei contro-ritmi. E’ nato dal caos. Lentamente abbiamo scelto le trovate interessanti e abbiamo concretizzato il tutto”.

Tornati in quattro, i Drink To Me accolgono alla batteria Roberto Grosso Sategna, altrimenti noto come Ten Dogs: “ci siamo innamorati delle sue canzoni, poi siamo stati salvati dalle sue bacchette quando lo scorso giugno avevamo sette date fissate, di cui cinque in Scandinavia, e Francesco si è beccato la mononucleosi. Rob ha imparato in sole due prove Brazil e siamo partiti. Dal vivo è stato fenomenale. È una miniera di energia giovane!”. Con approccio infaticabile e lavoro di limatura quasi alessandrino, la band piemontese nasconde dietro un alone di mistero il segreto di S, l’etimologia del nome, così come il cuore del concept. “Si trova da qualche parte vicino al senso di meraviglia misteriosa che il mondo può suscitare. Nei testi si passa da visioni più o meno allucinatorie ad una mistica contemplazione, dal surreale umorismo all’entusiasmo di chi accetta le sfide titaniche che un mondo di per sé vuoto di significato gli pone davanti. Mi auto-cito: “La morte, il buio e il male sono sommersi dal desiderio di vivere, di parlare, di mangiare, di procreare, di creare, di sbagliare, di ridere. C’è una bellezza misteriosa intorno a noi. Nei boschi, nelle città. Nello sguardo delle persone, nei loro segreti. Anche nelle aspirazioni frivole e nei sogni “sbagliati” di tanti giovani. Nel presente. Qui ed ora”.

Si respira, in queste parole e in quelle del disco, l’affiatamento instancabile di chi non vive il fare musica come una sterile operazione di mercificazione, ma come frutto di passioni, ascolti, emozioni: “abbiamo episodicamente continuato ad accumulare improvvisazioni fino all’estate 2011. In tutti quei mesi c’è poi stata l’esperienza in Norvegia, un matrimonio, la nascita di una nipote e altre piccole cose che hanno reso l’anno speciale. Ad agosto ci siamo ritirati in una baita di un nostro amico e abbiamo trascorso cinque giorni stupendi. Abbiamo finito tutti gli arrangiamenti in un clima di grande serenità. Ci stupivamo del risultato. In tutti quei mesi abbiamo amato una grande varietà di musica tra cui The Field, The Chap, M.I.A., Konono n.1, Anika, Leonard Cohen, Fleet Foxes, Aucan, The Heliocentrics, Erykah Badu, Piero Umiliani, Satanique Samba Trio (anche solo perché hanno il nome più bello del mondo)”.

Già dai nomi sopra citati, si capisce che i Drink To Me, in un’improbabile quanto nociva ottica bipolare del panorama musicale italiano, si pongono alla stregua di quelle band più contaminate con i ritmi oltralpe, spesso anglofone e comunque più “esportabili” rispetto alla folta schiera di post o neo cantautori che ripropongono con i mezzi contemporanei quanto la tradizione “più classica” ha prodotto. Pur respingendo (lo ripetiamo) questi schematismi, viene naturale chiedersi da dove prendano spunto entrambi gli approcci: “sicuramente dal modo di intendere il ruolo della musica. Pur apprezzando molti cantautori recenti, non ne condividiamo spesso la concezione del sound. Battisti è in assoluto il nostro cantautore italiano preferito perché ha sempre sperimentato sul suono. Lui sapeva che se sei un musicista ti occupi principalmente di ritmo, di armonia, di melodia, ma anche del suono di un rullante, dell’effetto sulla chitarra, della ricerca di strumenti nuovi, e via dicendo. I testi sono importanti, ma non sono tutto. Ciò che la maggior parte dei cantautori fa è proprio l’opposto di Battisti. Infatti lui criticava De Andrè. In fondo rivendicava la dignità della musica sulle parole. Per questo non dividerei i musicisti tra chi canta in italiano e chi in inglese. Piuttosto in chi si cura della musica e in chi si accontenta di “sottofondi” standard. Quindi, ci collocheremmo accanto a Battisti piuttosto che ad una qualsiasi band che canta in inglese e crea un sound assolutamente anonimo”.

È infatti sul cantato e sui versi che si gioca la partita definitiva. C’è chi pensa che il cantato in italiano sia la morte di certi generi “e non ha del tutto torto; se la parola prende il sopravvento, a volte ci si accontenta di quello e di un sottofondo potente/soffice/ritmato (a seconda dell’esigenza) senza grandi pretese”. E gli stessi Drink To Me cercano “di censurare eccessi di tristezza, dolcezza o di toni polemici. Anche quando vogliamo far passare un messaggio di denuncia ci piace farlo in modo suggestivo e ironico, piuttosto che tirare fuori slogan troppo diretti”. Detto fatto. Ecco che dal cappello di S, la canzone più riuscita (Future Days) porta nel chorus uno splendido slogan, bello e diretto che contraddice con amore quanto detto prima: “no revolution was ever made with love”: “come non detto! Il testo di Future Days è una polemica che vuole difendere le generazioni attuali, generalmente accusate di un “vuoto” di ideali e di prospettive, imbottite di cazzate dalla testa ai piedi. Mi piace pensare che sotto all’apparente vuoto, sotto alla mancanza di amore (come simbolo degli anni Sessanta), sotto alla frivolezza possa sedimentarsi un’energia esplosiva insospettabile. Questa generazione di rimbambiti forse sta facendo del suo meglio, nelle condizioni storiche attuali. L’individuo non ha mai totale libertà, come molti pretendono. Insegnare agli adolescenti me lo fa capire ancora meglio. Non pretendo da loro che la pensino come me e che abbiano una certa coscienza critica del mondo. Cerco di aiutarli a pensare con la loro testa. Ma non li posso condannare o indottrinare”.

Se c’è qualche band in grado di rappresentare l’etica unhipster in modo coerente e disinteressato, ancora non lo sappiamo. Ma di certo i Drink To Me non ci sono troppo lontani. È naturale che la musica viva di un sentire comune, che raggruppa, tanti agglomerati come atomi e li nomina a piacimento. Questo non si può evitare. Il tutto sta nella volontà di intendere questa logica e affrontarla con serenità, magari con l’aiuto di un’etichetta, che di nome fa proprio Unhip. “A questi livelli quasi nessuno s’illude più di viver di musica. Quindi non ci si sente costretti a suonare o produrre dischi per sbarcare il lunario. Se lo fai bastano due condizioni: rientrare nei costi ed essere convinto che quella musica è fantastica. Sia noi che Unhip (ed anche Anemic Dracula, che produrrà il vinile) ci accontentiamo di questo. Se poi dovessimo avere un successo enorme sarà festa. Ma nessuno ci conta più di tanto. Unhip è un po’ “all’antica”, sotto certi punti di vista: distribuzione, promozione, ecc. Ma è anche vero che di questi tempi è ammirabile un investimento di energia così. Molti preferiscono dirsi che “è tutto inutile” e affidarsi esclusivamente al viral per le band che si producono. Questa è la via più moderna e aggiornata, ma anche molto più comoda di quella scelta da Unhip. Diciamo che ci lusinga un affetto così, e sta creando un bel clima tra noi! Inoltre Mattia (Boscolo, ndr) e Giovanni (Gandolfi, owner della label, ndr) si sono ingegnati e hanno lanciato l’idea di un abbonamento alla loro etichetta (Become an Unhipster). Bravi loro”.

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