Intervista ad Alberto dei Verdena
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Marco Frattaruolo
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Giulia Antelli
- 5 Febbraio 2015
Quattro anni fa, salutando l’uscita di Wow dei Verdena, il nostro Stefano Solventi chiudeva la sua recensione con un azzeccato e quanto mai profetico monito: “si sono cuciti addosso abiti dalla squinternata ricercatezza, e gli calano a pennello. […] Ragion per cui si meritano un convinto: bravi, bravi davvero. Ma grandi no, non ancora”. A rileggere queste poche ma incisive righe ora, a ridosso della pubblicazione del primo volume di Endkadenz, viene da pensare che non sia cambiato nulla, o quasi. C’è da riflettere, però, su cosa siano, e soprattutto, su cosa rappresentino adesso i Verdena per la musica italiana.
Delle canzoni, del disco, e di alcune delle sue implicazioni al di fuori di un ragionamento puramente musicale, abbiamo già parlato in sede di recensione: ora, in occasione di una chiacchierata con il leader del gruppo e produttore Alberto Ferrari, ci concediamo di riflettere brevemente su cosa significhi essere, per il trio bergamasco, la rock band più amata (e odiata) di Italia. Anche la sola, però, in grado di far impazzire il pubblico, quanto di accendere il dibattito della critica, di generare allo stesso tempo infiniti panegirici e stroncature severe, di rivitalizzare come nessun altro il dormiente mainstream italiano, lo stesso in cui, nel corso dell’intervista, Alberto ammetterà di avere “una posizione privilegiata”.
Forse, allora, quello che in tanti hanno provato a capire – non solo magazine e riviste, ma anche gli ascoltatori stessi – è proprio il perché di questo esclusivo piedistallo, di questo arroccamento senza precedenti nei vertici non solo delle classifiche, ma anche del nostro immaginario musicale. Proprio quello che abbiamo cercato di indagare in questa sede, purtroppo senza trovare una risposta buona per tutti. Resta il fatto che i Verdena, non sappiamo se in maniera più o meno consapevole, si sono comunque conquistati lo scettro di band italiana del decennio, e, piaccia o no, la sensazione è che sentiremo parlare di loro per molto tempo ancora, per la gioia dei fan inossidabili e con buona pace dei loro detrattori. Ecco cosa hanno raccontato a SENTIREASCOLTARE, tra citazioni beatlesiane e meccanismi discografici vissuti in prima persona.
Partiamo da ciò che fa da contorno a questa vostra nuova uscita discografica: il titolo…
L’idea ci è arrivata da un libro di percussioni che io e Roberta abbiamo regalato a Luca. Ad un certo punto, sfogliandolo, ci siamo trovati di fronte a questa strana immagine che accompagnava il racconto dedicato a un compositore degli anni ’70, tale Mauricio Kagel, nel quale veniva descritta questa scenetta: alla fine della sua performance, che univa musica e teatro, Kagel voleva che il timpanista si infilasse con tutto il corpo nel tamburo e che restasse in quella posizione, immobile, per una ventina di secondi. L’Endkadenz è proprio questo momento qua, questo colpo finale. È questa immagine un po’ ritmica, ma anche no, visto che segna la fine di tutto.
C’è un momento in queste 13 tracce in cui questo punto di “cadenza” viene raggiunto?
Non essendo ancora uscito il volume numero 2, direi di no. Il titolo è stato scelto perché era cucito su misura per tutti i 26 pezzi. Quindi occorrerà aspettare l’uscita del secondo capitolo per avere un quadro definitivo. Allora scoprirete se l’Endkadenz verrà raggiunto o meno.
Titolo che si ricollega anche all’artwork…
Sì, inizialmente la copertina doveva contenere proprio quella stessa immagine, ma in realtà, andando avanti, ci siamo accorti che non si sposava con tutti i 26 brani. Per cui abbiamo optato per queste due mani sospese su cui poggiano dei piccoli cembali. Per l’uscita del prossimo volume, inoltre, ci sarà anche una novità (siete i primi a cui lo riveliamo!): l’immagine sarà identica, ma il rosso verrà sostituito dal colore blu. Un po’ come fecero i Beatles con le due raccolte uscite negli anni 90 (Best of 1962-1966 e 1967-1970) o i Guns & Roses con Use Your Illusion. Poi secondo me rosso e blu sono due colori che funzionano insieme, che si attraggono. 
Passiamo alla musica suonata. Ascoltando a fondo l’album si ha come l’impressione che esso sia una sintesi del suono pre-Wow e Wow stesso…
Assolutamente, a livello di suono è così. Ti parlo da fonico, e quindi posso dirti che il tocco è lo stesso di Requiem e di Wow. Poi è vero, abbiamo cambiato pedalini e inserito piccoli nuovi elementi, ma il risultato in se è quello della sala, che suona così.. molto duro e grezzo.
Restando in tema Wow, ai tempi diceste che il suono era stato influenzato dagli infiniti ascolti di Smile dei Beach Boys. In questo nuovo capitolo questa influenza risulta molto più sfocata, e il suono molto più sporco. Ci sono stati ascolti che hanno preso il posto di Smile?
Come ai tempi di Requiem non ho ascoltato praticamente nulla, se non roba tipo i Queen – gruppo che non avevo mai ascoltato prima, ma che il nostro precedente chitarrista, Omid Jazid, mi aveva inculcato in testa, e che ora amo. Durante le registrazioni abbiamo ascoltato molto noi stessi, non per fare i fighi, ma perché era l’unica cosa che ci interessasse sentire. Suonavamo tutto il giorno e a fine giornata riascoltavo ciò che eravamo riusciti a registrare. Poi, vabbè, sporadicamente in macchina mi capita di ascoltare quell’agglomerato di buona musica che mi è piaciuta nella vita, ma niente di particolarmente attuale.
In questo anno di registrazioni avete accumulato una quantità di materiale spaventosa. Che fine faranno le registrazioni che non sono riuscite ad entrare in Endkadenz?
È vero, abbiamo jammato senza interruzioni per un anno intero, raccogliendo più di 400 idee, quasi 30 brani a mese…insomma, avevamo messo insieme 12 CD da una trentina di pezzi l’uno. Verranno scartati ovviamente! Noi difficilmente torniamo indietro, abbiamo abbandonato tantissima roba dalle registrazioni di Wow, di Requiem e in generale di ogni disco. Tante tracce che, se non vengono scelte, finiscono immediatamente per far parte del passato. Recuperarle sarebbe come tornare su noi stessi, e lo trovo piuttosto noioso.
Si percepisce finalmente una maggiore cura nei testi. È cambiato qualcosa a livello di approccio alla composizione?
Niente in particolare. Di sicuro sarà sempre il testo a doversi adattare alla musica, non penso potrà mai essere il contrario. Ma anche qui cerchiamo di prestare sempre più attenzione ai dettagli. Più passano gli anni e più mi rendo conto di quanto un testo possa riuscire a colorare una canzone. In Endkadenz molti testi inizialmente non si addicevano al disco da un punto di vista musicale, poi attraverso le sovraincisioni siamo riusciti a migliorarli e a cucirli sulle strutture musicali. Nel complesso, però, non ho lavorato diversamente dal solito. Quando si parla di testi, è la musica a dettare le regole, non la mia testa.
Suonerà come una contraddizione ma una caratteristica di questo disco è quella di apparire allo stesso tempo claustrofobico e colorato…
Assolutamente sì. Credo che questo sia dovuto in particolar modo al fatto che la nostra sala di registrazione si trova in un luogo che definire claustrofobico è poco. Poi però apriamo la porta e ci troviamo di fronte a una valle gigantesca. Una contraddizione assoluta, che credo questo disco riesca a rispecchiare.
Quanto è stato difficile uscire da Wow per immergersi in questo nuovo progetto?
In molti mi fanno questa domanda. Personalmente è stato facile. Finita la tournée sono stato felicissimo di poter tornare in studio e scrivere pezzi, avevo una voglia pazzesca. Ogni volta che entriamo in studio ci lasciamo alle spalle ciò che è stato prima, addirittura arriviamo ad odiarlo. Passare da Wow alle nuove registrazioni, quindi, non ci ha turbati. Molti si chiedono se abbiamo subìto la pressione data dal successo: per quanto mi riguarda posso dire che non ci ha minimamente influenzato. Forse ci ha cambiato di più Requiem, da questo punto di vista, soprattutto per quanto riguarda l’approccio alla musica, alla registrazione e alla produzione. Requiem è stata la vera partenza. Ma cambiare non ci fa paura, anzi ci entusiasma, ci stimola.
Se ti chiedessimo tre aggettivi per descrivere Endkadenz?
Caspita, qui bisogna pensarci. Schizofrenico.. no no aspetta. Forse meglio incoerente. Anzi, disordinato. Sì, disordinato, naturale e di terra… terroso (ride, NdSA). Terroso?! TERRENO! Non mi veniva.
Come suonerà live?
Praticamente uguale, visto che lo abbiamo pensato e studiato partendo dai suoni che emergono nel disco. Nei prossimi concerti i miei piedi dovranno inventarsi balletti per schiacciare i vari distorsori di chitarra e voce, delay, armonizzatori… sarà un bel casino. Penso che alla fine sarò in grado di mettere in scena un balletto perfetto, una coreografia spettacolare.
Si parla molto del vostro rapporto con l’etichetta discografica da cui “dipendete”…
Guarda, il rapporto con l’etichetta è fantastico, ci troviamo bene e la nostra nuova discografica è davvero simpatica. Quindi, ad oggi, possiamo dire che va tutto bene. Il rapporto durante le registrazioni è inesistente. Ogni tanto ci chiamano ricordandoci che siamo in ritardo, e noi puntualmente rispondiamo “sì, cazzo aspettateci”. Le uniche decisioni che hanno preso sono state quelle di spezzare – così come era stato per il disco precedente – Endkadenz in due – ed effettivamente hanno avuto ragione, visto che dura una quarantina di minuti in più di Wow ed ha bisogno di una bella boccata di ossigeno – e di scegliere i singoli, perché per noi andrebbero bene tutti, quindi che se la vedano loro con queste stronzate strategiche. Ma in sostanza è un buon rapporto, siamo anche amici.. pensa che spesso sono loro a chiedere consigli a noi.
Siete quindi riusciti a far coesistere il vostro spirito indipendente con le loro esigenze commerciali…
Ti dirò, io non so com’è far parte di un’indipendente, ma ho avuto modo di confrontarmi con vari gruppi e mi sono sembrati tutti piuttosto incarcerati. Noi invece ci sentiamo completamente liberi. Loro (la Universal, ndSA) hanno a che fare con pesci grossi, hanno i Jovanotti da tirare avanti, noi siamo “la band rock della Universal”. Siamo in una posizione privilegiata. Penso che se fossimo in un’indipendente, subiremmo molte più pressioni.


