Semplificando l’intensità

Il 1997 è l’anno di Tabula Rasa Elettrificata dei CSI e di Hai paura del buio? degli Afterhours, mentre i Marlene Kuntz hanno da poco strapazzato il sempre più largo seguito col bruciante Il Vile. Oltremanica e oltreoceano assistiamo altresì all’apice creativo di PJ Harvey e Mark Lanegan, ad un Nick Cave ormai votato al melò più torbido, alla travolgente ancorché caduca rivelazione Jeff Buckley. Un ottimo terreno di coltura insomma per tutti quelli che amano seminare romanticismo e inquietudine annaffiandoli con cupi svalvolamenti elettrici. Come l’esordiente Cristina Donà.

Classe ’67 da Rho, un diploma in belle arti, Cristina inizia a professare come scenografa in ambito video e teatrale per poi darsi alla musica previo l’incoraggiamento di Manuel Agnelli, che la recluta per i concerti d’apertura degli Afterhours ancora anglofoni del ’91. La Mescal è quella che ci vede lungo prima degli altri, ed è per i suoi tipi che nel ’99 esce Tregua(Mescal, 1997). Prodotto da un Agnelli bravo a cogliere in flagranza la tormentata intensità di Cristina – di quella Cristina – è un album cupo, squarciato da ragli femminini e fieri (Ho sempre me), capace ora di tumide foschie folk-blues (Le solite cose), ora di romanticismo desertico (Stelle buone) e ora di affilato sarcasmo (Senza disturbare). Gli organi, le chitarre, le percussioni, ogni suono sembra appena colto dal buio di una stanza-anima, dove un’imprendibile morale produce punti di vista lancinanti, contesi tra pessimismo e voglia di uscirne viva.

Un debutto col botto, giustamente premiato con la Targa Tenco, cui fa eco un’opera seconda come minimo sconcertante. Nido (Mescal, novembre 1999) risente senza dubbio della travagliata gestazione (il producer Mauro “PFM” Pagani passa la mano a Manuel Agnelli dopo i preliminari) e delle eterogenee calligrafie degli ospiti (Marco Parente, Morgan, Robert Wyatt). Un calderone avant, pop e rock che non prova neanche a stemperare i sapori. Semplicemente, alterna la vena enigmatica e lunare à la Parente (Volevo essere altrove, Terapie), piglio sferzante Agnelli (L’ultima giornata di sole, Qualcosa che lasci il segno) e incantevoli acquarelli Wyatt (assieme a lei in Goccia), suggellando il tutto col folk blues circospetto di Mangialuomo, quasi un ritorno alle atmosfere di Tregua. Cristina si cerca tra calligrafie diverse che comunque sembrano appartenerle in toto. Il risultato è una transizione sfaccettata, con un interrogativo per ogni indizio.

A spuntarla alla fine è la vena autoriale. Il terzo lavoro Dove sei tu (Mescal, 2003) – prodotto da Davey Ray Moor, già leader dei Cousteau– segna infatti un netto cambio di rotta verso la forma canzone, senza però rinnegare del tutto l’eterogeneità stilistica e gli azzardi. E’ un lavoro ben più coerente rispetto al predecessore, soprattutto riguardo l’accuratezza degli arrangiamenti (l’intensità patinata delle chitarre, archi, trombe…), anche se il rischio di cadere (scadere) nella trappola della normalità è dietro l’angolo. Fortuna che Cristina non è autrice né cantante… normale. Così, al soave melò di Invisibile risponde la techno-pop ossessiva/ironica di Triathlon, mentre al lirismo arcano de In fondo al mare si contrappone la veemenza wave di The Truman Show. Vanno poi messi in conto il folk-blues da taverna di L’uomo che non parla, gli umori jazzy di Give It Back ed il valzer sghembo de Il mondo (rigurgito Parente bello e buono).
Apice e cuore del disco sono tuttavia la title track, jazz-ballad dal languore stringente, e quella Salti nell’aria che ordisce pop orchestrale incantato e complice come un Brian Wilson in sollucchero Bjork. Episodi che spostano con decisione il baricentro espressivo della Donà verso un cantautorato eminentemente melodico, intenso e sofisticato.
Facciamo punto qui e iniziamo a parlarne con Cristina, che ci ha concesso una breve intervista telefonica in occasione del nuovo La quinta stagione.

Intervista

Coi primi tre lavori ci hai abituati a delle svolte nette. Per quest’ultimo potremmo parlare semmai di aggiustamenti di rotta…

E’ vero. Con Dove sei tu era iniziato un momento in cui avevo voglia di lavorare sulla forma canzone, con La quinta stagione ho proseguito, intensificando gli sforzi.

Niente più elettronica o quasi, un lavoro sobrio in direzione – se me lo consenti – rock d’autore

Sono d’accordo. Avevo voglia di tornare all’impostazione musicale di Tregua

Proprio così. Sembra un ritorno “adulto” – e quindi più meditato, meno impulsivo – alle intime tribolazioni di Tregua.

Che poi è il mio mondo. Anche se spero sempre di proporre un passo oltre a quello che ho già fatto. Con Peter Walsh abbiamo lavorato sugli arrangiamenti in modo che si riallacciassero a Tregua, anche se quello era un lavoro in minore, con testi molto cupi, diversamente da quest’ultimo che tenta di essere più semplice e luminoso.

Da queste parti amiamo unire i puntini per vedere dove va  a finire la traiettoria… Credi lo si possa fare coi tuoi dischi? C’è una traiettoria?

Non lo so neanche io. In questo momento mi piace la forma canzone, mi piace la melodia, avere pezzi da cantare dal vivo. Tento di non fermarmi troppo sul testo per prediligere la sua espressione in musica, la melodia.

Strano, perché i testi sembrano, come sempre, molto curati…

A volte mi piacerebbe lavorare come hanno fatto i Cocteau Twins, inventarmi una lingua di sana pianta, che non tolga magia alla musica opponendole un significato che ha già di per sé. Cerco di abbinare parole e musica al meglio, ma è difficile. Molto difficile.

In questi ultimi testi si avverte una voglia di sputare il veleno accumulato, d’inventarsi – costruire – una rinnovata leggerezza. E’ stato, è ancora, un periodo duro?

Un periodo duro, esatto. Un’esperienza personale difficile, i cui riflessi però s’intrecciano con la situazione generale.

L’eclisse parla davvero di quel precipizio di valori e riferimenti e speranze che mi pare di capire?

Si riferisce a quei momenti in cui sembra che non ci sia più niente per cui lottare, però contemporaneamente può esserci qualcuno che, forse, ha il potere di salvarti. Malgrado tutto, ho preferito lavorare su cose serene, rasserenanti. Il pessimismo fa il gioco di chi ci vuole non pensanti, lontani dalla voglia di costruire. In Migrazioni dico: “la paura appesantisce la mente“. Certo, ho la tendenza ad essere pessimista, dicono che le persone che hanno a che fare con l’arte o la creazione hanno una predisposizione alla depressione, una cosa chimica. Mi sforzo però di vedere il bicchiere mezzo pieno.

Laure si ispira al micidiale Il profumodi Suskind. I sensi e la ragione, l’istinto come una bestia nel cuore della civiltà… E’ questa una possibile chiave di lettura?

Il profumoè un libro pazzesco, mi è piaciuto davvero molto, forte ma godibile. Sono una lettrice pigra, ho bisogno che i libri mi tirino per la mano, e quello ci è riuscito benissimo. Nel caso della canzone avevo voglia di raccontare quel momento in cui Grenouille, prigioniero dell’istinto, va a cercare la sua vittima. E’ impressionante quel modo quasi robotico di gestire le emozioni…

La scelta di uscire sul finire dell’estate è dettata dai tempi tecnici o in accordo all’idea della Quinta Stagione (dalla cartella stampa: “secondo la medicina tradizionale cinese la Quinta Stagione è il periodo intermedio tra l’estate e l’autunno, momento propizio per preparare corpo e spirito all’arrivo del freddo”)?

Ci tenevo particolarmente ad uscire durante la quinta stagione (ride), e ci siamo riusciti. Diciamo così: siamo riusciti a far collimare i tempi tecnici con l’uscita settembrina.

Da come canti, si sente che ami il jazz, anche se saresti una cantante jazz molto particolare…

Direi fuori luogo (ride).

Macché, secondo me saresti brava. A proposito, raccontami del tuo coinvolgimento nel progetto Chantsong Orchestra.

Il jazz mi piace, anche se sono una pessima ascoltatrice. C’è talmente tanta roba che non so orientarmi. Fortuna che il mio batterista (Cristian Calcagnile, batterista jazz già al lavoro con Bollani e Falzone tra gli altri…) ogni tanto mi dà un consiglio. L’idea del disco è venuta a Igor Sciavolino, il direttore della Chantsong. Ho avuto la possibilità di scegliere il pezzo da cantare e mi sono innamorata della loro versione di Disco Labirinto dei Subsonica. Ho dovuto provare un po’ per “entrarci”, ma sono contenta del risultato. Un’impostazione un po’ anni trenta, stralunata…

Il tempo è tiranno, credo di poterti fare un’ultima domanda soltanto. Mi piacerebbe chiederti che ruolo gioca la femminilità nel tuo fare musica. Ti è mai capitato di sgomitare contro un eccesso o rammaricarti per una carenza di femminilità in un tuo lavoro?

L’unico luogo, l’unico momento in cui avverto la presenza di questa sconosciuta che è la femminilità è proprio la musica. Mentre compongo non ci penso, lascio che le cose escano così come le sento. Mi rendo conto poi, quando le propongo dal vivo, di avere maggiore confidenza con me stessa, col mio essere donna. Per il resto del tempo, la mia vita al di fuori della musica, è sempre una ricerca abbastanza strana, penso di averla sempre negata. Qualcuno mi dice che sono molto femminile, io penso quasi di essere asessuata…

Direi proprio di no.

Ecco, è una cosa che percepiscono più gli altri.

Forse è più una cosa differita, come certe eroine di Hitchcock.

Questa me la segno.

Ti farei almeno altri venti minuti di domande…

Speriamo in un’altra occasione

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