Cloud rap? Trip hop soul?

Mike Volpe aka Clams Casino ha 23 anni, vive a Nutley, New Jersey e lavora a tempo pieno come interno – studia fisioterapia – nell’ospedale locale. Con un padre musicista, Mike armeggia con la batteria da quando ha sei anni; scopre poi il beatmaking, un po’ come tutti, negli anni del liceo e inizia a fare le primissime produzioni. Nel 2006 comincia a modellare un suono più personale (indica come prima prova compiuta un remix di Got It Twisted di Mobb Depp), affinando quella miscela fragrante ed emotiva di chiaroscuri hip hop e soul alla Burial che abbiamo magnificato su Instrumental Mixtape. Nel 2007 si mette a setacciare Myspace alla ricerca di possibili partner musicali, cerca rapper interessati a cantare sulle sue basi, disposto a “mandare beat a chiunque mi avesse risposto“.

E’ così che nel 2008 entra in contatto (ma occhio, da bravi pischelli internet generation, i due ad oggi non si sono mai fisicamente incontrati) con Brandon McCartney aka Lil B. Californiano di Berkeley classe ’89, descritto dalla stampa USA come “one of a growing number of weird-o emcees” e “a brilliantly warped, post-Lil Wayne deconstructionist from the Bay Area“, Lil B ha tirato su in pochi anni un vero e proprio impero hype sul web, con strategie virali lanciate su Myspace e Twitter e una prolificità esagerata e tentacolare (centinaia e centinaia di produzioni). Ha realizzato due dischi con il gruppo hip hop The Pack e ben sei da solista tra il 2009 e questi primi mesi del 2011, forte del buzz scatenatosi – tra le tante cose – attorno ad alcuni pezzi come I’m God, prodotto proprio da un Clams in stato di grazia [l’embed qui sotto], e al titolo di uno dei suoi album, I’m Gay, che gli sarebbe addirittura costato alcune minacce di morte. Lil B in ogni caso è un personaggio chiave nella storia di Clams, perché lo tira fuori dal chiuso della cameretta (più metaforicamente che fisicamente) e gli dà un’enorme visibilità, altrimenti difficilmente immaginabile, introducendone le produzioni presso altri hot mc della Twitter generation, primo fra tutti il chicagoano classe ’90 DeAndre Way aka Soulja Boy.

Per inciso: tanto Lil che Soulja – tanto per il look, quanto per la sostanza musicale – di primo acchito non sembrerebbero proprio i personaggi più adatti per cantare sulle affusolate produzioni di Clams. E invece – per quanto tutti, noi compresi, sottolineino come i pezzi di Instrumental Mixtape siano perfettamente compiuti come strumentali – il binomio funziona sorprendentemente bene, forse proprio per la frizione tra questi due elementi apparentemente così lontani, e potrebbe anzi segnare una via nuova per molto rap: freakerie eredi del marciume street del gangsta anni Novanta, da una parte, e morbide produzioni abstract, dall’altra. Del resto, Flying Lotus sogna sempre di collaborare con Lil Wayne (e lo sogna anche Clams).

Tornando a noi, il ragazzo produce tracce sparse e fa remix lontano dai clamori della scena, apparentemente disinteressato all’hype che gli si è creato intorno dopo un paio di mosse azzeccate (Pitchfork sugli scudi, FactMagazine, addirittura The Wire, ovviamente tantissimi forum hip hop). Scrive sul suo Twitter, ma con la leggerezza del teenager entusiasta; cura – sempre meno, come impongono i tempi – quel Myspace barenaked da cui era partito; (stranamente) non ha una pagina personale su Facebook e la pagina non ufficiale a lui dedicata conta ancora meno di 500 fan [aggiornamento: la pagina che si propone come ufficiale è nata da pochissimo e al momento di fan ne conta poco più di 200; la vostra cover band probabilmente ne fa già di più]. Insomma, oggi Mike Volpe aka Clams Casino aka ClammyClams è un personaggio in piena fase di transizione, tanto musicale, quanto comunicativa e – quindi – esistenziale.

Noi lo abbiamo contatto con un giro di mail tramite un canale Youtube gestito da un amico che gli uppa i pezzi“. Il ragazzo è subito disponibile e veramente easy, ma ci sorprende – ingenui noi – con quelle dichiarazioni di svagatezza e serendipità artistica che solo certi americani (è lo stesso discorso che abbiamo già fatto a proposito di James Pants): diciamo J Dilla, diciamo Massive Attack, diciamo Burial e lui candido confessa “ma non è che io li conosca poi molto ‘sti musicisti” (occhei, una cosa è che da più parti paragonino il suo approccio a quello usato da How To Dress Well con l’r’n’b e lui dichiari di non averlo mai ascoltato; ma qui siamo davvero a livelli da shock anafilattico). E così pure glissa sui suoi ascolti formativi (riassunti con un laconico “hip hop”) o quando gli chiediamo se un video come quello di Gorilla (con immagini d’annata del mago David Copperfield solarizzate e rallentate) sia una dichiarazione implicita di fascinazione per l’estetica hauntologica. Ok, qui avevamo decisamente preteso troppo…

Sappiamo pochissimo di te. Puoi dirci come hai cominciato con la musica, ad ascoltarla prima, a suonarla e a produrla poi? Con che musica sei cresciuto?

Ho cominciato a suonare la batteria da piccolissimo, ma non ho cominciato a fare hip hop fino al primo anno delle superiori. Cazzeggiavo con i miei amici, volevamo semplicemente scrivere e registrare i nostri pezzi, portarli a scuola per farli sentire a tutti (risata). È cominciata così.

Il tuo moniker viene da un piatto tipico a base appunto di vongole (clams). L’hai scelto perché ha un suono evocativo?

Decisamente. Anche se mi dispiace dover ammettere che è un nome che non ha poi molto senso (risata).

Come mai hai deciso di rendere disponibile Instrumental Mixtape in free download? Per raggiungere il più vasto pubblico possibile?

Ho solo voluto dare ai tanti fan che mi chiedevano sempre le strumentali di certi pezzi quello che che volevano. Non ho pensato una strategia o cose così. Infatti sono davvero sorpreso di quanta gente abbia scaricato e ascoltato il disco.

Tu fai hip hop strumentale. Su una pagina Facebook non-ufficiale dedicata a Clams Casino c’è scritto come genere di riferimento “cloud rap”. Anche qui, un nome evocativo. È farina del tuo sacco? Lo possiamo intendere come “hip hop densamente atmosferico”?

Esatto, direi proprio che tutta la roba che ho prodotto più di recente è molto atmosferica. Ho trovato la dimensione giusta, cerco di fare cose che ti coinvolgano in una esperienza totale, che vada oltre il semplice ascoltare musica. In questo modo puoi davvero perdertici dentro. Ed è questo che voglio.

Ho definito la musica di Instrumental Mixtape “trip hop soul”. Nel senso che sembri mettere assieme la soft darkness del trip hop dei Massive Attack e di Tricky, il boom bap dell’hip hop avanzato (J Dilla?) e il pathos soul del dubstep di Burial. Sto dicendo una cazzata o ci siamo?

Non ti saprei dire, davvero… non ho molta familiarità con la musica degli artisti che hai citato [Qui il simpatico intervistatore sviene; incalziamo poi il ragazzo, che aggiunge] Ho sentito qualche beat di J Dilla, ma adesso non ricordo esattamente quale. Burial invece non l’ho mai sentito.

Ti senti parte di una scena di produttori strumentali? Quali produttori segui oggi?

Adesso sì, ma solo da poco. Non ho mai pensato di pubblicare musica strumentale prima d’ora, ma la risposta che sto avendo da qualche mese a questa parte con le mie produzioni strumentali mi sta facendo seriamente orientare verso questa idea. Mi piacciono tantissimo 40, il produttore di Drake, LOS e Tricky Stewart [per capire di che stiamo parlando: quest’ultimo è uno dei produttori di Umbrella di Rihanna; ndr].

I tuoi artisti preferiti di sempre?

Lil B, Cam’ron, Lil Wayne, Juelz Santana, 50 Cent, The Pack.

Con che cosa produci i tuoi beat, che mezzi usi? Prendi ancora ispirazione da frammenti musicali trovati sul web cercando sui motori di ricerca parole chiave come “blue”, “cold”, ecc.?

Oggi uso solo software. Quando ho cominciato a produrre, circa dieci anni fa, invece usavo soltanto campionatori, tastiere e registratori analogici. Non cerco sample con quella tecnica delle parole chiave da un po’ di anni ormai. Anche se devo dire che è una cosa che ha sempre funzionato molto bene. Credo di avere smesso semplicemente perché negli anni mi sono costruito una libreria di suoni enorme, dove trovo già quasi tutto quello che mi serve.

Dopo il puriferio scatenato da Instrumental Mixtape, consideri ancora il beatmaking come un hobby?

Sì. Solo che adesso è molto meglio: è un hobby per cui mi pagano (risata)!

Sappiamo che lavori come fisioterapista in un ospedale. Spiegaci meglio, in pratica sei costretto a produrre solo di notte?

È difficile conciliare le  due cose e io cerco sempre di fare musica in tutti i momenti liberi che ho a disposizione. Non so mai quando andrò in studio di preciso, non facci piani o tabelle.

Sei un grande fan di Lil Wayne e 50 Cent. Tu su che basi li faresti rappare? Ci sono tantissimi producer abstract/strumentali che sono fan di questi mc nu-gangsta, ad esempio Flying Lotus. È una cosa strana e interessante: perché in qualche modo i produttori strumentali come te sono il futuro dell’hip hop, mentre i rapper pimp & pimped ne rappresentano un po’ il passato, il lato “primitivo”…

Mi piacerebbe alla follia poter dare a un rapper come Lil o 50 cose completamente diverse rispetto a quelle su cui sono soliti rappare, e vedere in che modo riescono a usarle, a farle proprie. Sarebbe bellissimo sentirli sperimentare. [Gli chiediamo di Flying Lotus] Flying Lotus: sono andato ad ascoltarmi qualcosa su Youtube dopo che un po’ di gente mi ha chiesto se lo conoscevo e ha fatto paragoni tra la sua e la mia musica…

Su Pitchfork leggiamo: “a self-titled tape is now being released on vinyl by experimental label Type”. Di che si tratta?

È sempre l’Instrumental Mixtape, sarà presto pubblicato solo su vinile.

Suoni in giro? Ti piace? O resti sempre un nerd da cameretta?

Sto cominciando a suonare di più in giro in questo periodo, ma resto fondamentalmente un topo da cameretta/studio (risata).

[special thanks: Filippo Papetti]

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