Anche Rob Reiner meritava il suo happy ending
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Davide Cantire
- 18 Dicembre 2025
Quando nella notte tra domenica 14 e lunedì 15 dicembre è arrivata la notizia della tragica morte di Rob Reiner e della moglie Michele Singer per omicidio, non ci si poteva né voleva credere. Qualche ora più tardi è emersa l’indiscrezione, poi confermata dal New York Times che il figlio Nick Reiner era stato preso in custodia dalla polizia e denunciato per l’accaduto, come per aggiungere ancora più dramma a una vicenda già di per sé così spiazzante e incomprensibile agli occhi distanti di uno spettatore appassionato che ha sempre accostato il cinema del regista a quello delle classiche storie hollywoodiane con happy ending obbligatorio.
Più di chiunque altro tra i registi della sua generazione (uno dei nomi a lui più accostabili è probabilmente Ron Howard), Rob Reiner ha incarnato il cinema americano nella sua orgogliosa purezza, in un modello di racconto incantato, quasi mitologico sull’american way of life, senza per questo rinunciare mai a indagare le ambiguità del sistema sociale di un paese che è da sempre – nella narrativa della storia del cinema hollywoodiano – considerata la più grande potenza del mondo. Dopo gli esordi come autore comico, esordisce al cinema con una scommessa: This Is Spinal Tap, in cui da debuttante riconfigura il mockumentary, un genere che negli anni successivi esploderà in tutta la sua potenza (specialmente con l’avvento di internet e delle nuove tecnologie in grado di manipolare sempre di più la realtà circostante).
Il suo non era un nome immediatamente riconoscibile al pubblico al di fuori di quello statunitense, ma le sue opere sì, eccome. Parliamo di quelli che ormai sono considerati classici intramontabili, da Misery non deve morire a Codice d’onore, da Il presidente – Una storia d’amore (scritto da Aaron Sorkin) a Vizi di famiglia e Non è mai troppo tardi. Ma il nome di Rob Reiner è incastonato per sempre nella storia di questa arte grazie a un trittico di lavori che lo catapulteranno nell’Olimpo di Hollywood: Stand By Me (di cui potete leggere la nostra recensione), La storia fantastica e Harry, ti presento Sally…
Tre opere a cui il regista donerà tutto se stesso e con cui traccerà un dialogo con un’America sognante anche quando si scopriva essere non propriamente innocente. In Stand By Me si parte dalla letteratura (è l’adattamento di un’altrettanto celebre novella di Stephen King) per scendere a patti con la natura dell’America, la cui storia anche se idilliaca è costellata di ambiguità e sangue. Ne La storia fantastica si ritrova quella stessa urgenza creativa e l’entusiasmo che magari doveva aver provato il padre Carl Reiner per tutta la sua carriera. Il film è praticamente costruito per essere un omaggio al cinema di Mel Brooks e allo stesso Reiner senior, ed è la rivendicazione che Rob cercava per distinguersi e costruirsi uno spazio completamente suo all’interno degli studios.
Di Harry, ti presento Sally… si è più volte detto quanto fosse un film puramente di Nora Ephron, che aveva scritto il soggetto e firmato la sceneggiatura, ma non sarebbe del tutto vero né onesto nei confronti di chi quel film l’ha plasmato e realizzato giorno per giorno, compreso un fondamentale cambiamento dell’ultimo minuto. Come minuziosamente sottolineato da Alexandra Schwartz sul New Yorker, Reiner fu responsabile non solo del casting di un’allora semi-sconosciuta Meg Ryan (fino ad allora nota solo per alcune parti secondarie come in film come Top Gun e Salto nel buio), ma anche della scelta di Billy Crystal (suo grande amico e che per primo accorrerà alla sua casa dopo la tragica notizia) nel ruolo di un co-protagonista scontroso e cinico, lontanissimo dai canoni estetici consolidati (e che probabilmente non avremmo mai visto senza Woody Allen). È proprio su quel set, durante le riprese, che Reiner conoscerà la fotografa Michele Singer. I due convoleranno a nozze nel 1989, due mesi prima della premiere di Harry, ti presento Sally… ma Reiner non è più convinto del finale che ha pianificato.
Come da lui stesso raccontato più volte negli ultimi anni, i due protagonisti “si sarebbero semplicemente rivisti dopo anni, avrebbero parlato un po’ per poi allontanarsi nuovamente l’uno dall’altra”. Durante le riprese, infatti, Reiner era single da 10 anni, con un matrimonio fallito alle spalle (durato anch’esso una decina d’anni) e “non pensavo sarei riuscito a stare in una relazione con qualcuno, quindi quel sentimento diede vita a Harry, ti presento Sally…”. È l’arte che imita la vita. Dopo l’incontro e il matrimonio con Singer decise di dare al pubblico quello che anche lui aveva vissuto personalmente in quei mesi: un lieto fine. Lo avrebbe meritato fino al termine dei suoi giorni.
