Dolores O’Riordan dei Cranberries
Dolores O’Riordan dei Cranberries nel video di “Zombie”

Zombie dei Cranberries. Il lamento dei morti alla fine di una veglia

Quando Zombie venne pubblicata come primo singolo del loro secondo album No Need To Argue – nel settembre del 1994 – i Cranberries avevano già riscosso un buon successo di pubblico grazie alle loro ballate struggenti, contenute nel disco d’esordio: Everybody Else Is Doing It So Why Can’t We? del 1993. Due brani in particolare avevano catturato fin da subito l’attenzione del grande pubblico – uno sul primo innamoramento (Dreams) e l’altro sulla prima rottura (Linger), come se fossero due facce della stessa medaglia dell’adolescenza. Due brani che ancora oggi costituiscono, proprio insieme a Zombie, la santissima trinità delle canzoni più famose del gruppo irlandese. Ma mentre le prime due erano caratterizzate da testi adolescenziali e da un suono dolce e sognante, fatto di archi, arpeggi e chitarre jangle, Zombie rappresentava una specie di anomalia per la band, tanto nel sound (nettamente più rumoroso), quanto nei temi trattati (nettamente più impegnati). Non una svolta, ma quasi un unicum all’interno della loro intera discografia: mai più, infatti, i Cranberries suoneranno così fragorosi, distorti e feroci come in Zombie, e mai più, perdonateci la semplificazione, così “politici”.

Di fatto, Zombie, è sì, la canzone più nota dei Cranberries – il primo brano di un gruppo irlandese a superare il miliardo di visualizzazioni su YouTube – ma è al tempo stesso un paradosso, un’eccezione che si discosta da tutte le altre canzoni della band.

Dolores O’Riordan dei Cranberries
Dolores O’Riordan dei Cranberries nel video di Zombie

La storia della canzone

La cantante Dolores O’Riordan (morta nel 2018 a soli 46 anni), ha raccontato di averla composta alla chitarra acustica, mentre era a casa da sola, a notte fonda, ma una volta portata in sala prove ha attaccato subito a suonarla con la chitarra elettrica. Poi ha inserito la distorsione nel ritornello e ha detto al batterista Fergal Lawler le parole che ogni batterista rock vorrebbe sentirsi dire almeno una volta nella vita, ovvero: “Forse potresti pestare più forte la batteria”. Per questo, pur essendo nata in versione acustica, la canzone è diventata subito molto più potente rispetto agli standard della band, un alternative rock che non aveva davvero nulla da invidiare ai gruppi grunge che spopolavano in quel periodo su Mtv. Tuttavia O’Riordan ci terrà a sottolineare esplicitamente di non essersi mai identificata nel movimento di Seattle. Loro non avevano alcuna intenzione di scimmiottare il suono del momento, tutto è venuto fuori in maniera molto più naturale e spontanea: «È venuta organicamente perché stavamo usando i nostri strumenti dal vivo […] abbiamo iniziato a giocare con il feedback e la distorsione. Quando si è in tournée, si inizia a fare un po’ più di confusione con il lato live delle cose».

Perché O’Riordan voleva che la canzone suonasse più incazzata del solito è presto detto. La cantante l’aveva scritta come uno sfogo istintivo, viscerale e catartico all’attentato di Warrington, compiuto dall’IRA nel 1993, a causa del quale morirono due bambini – uno di soli tre anni e l’altro di dodici – mentre erano intenti a comprare dei biglietti d’auguri per la festa della mamma.

«Eravamo su un tour bus e mi trovavo vicino al luogo in cui è successo, quindi mi ha colpito molto – ero abbastanza giovane, ma ricordo di essere stata devastata dall’idea che dei bambini innocenti fossero coinvolti in questo tipo di cose».

«Per questo nel testo c’è quel verso “A child is slowly taken”» aveva dichiarato ancora la cantante nel 2017.

L’attentato si collocava, in realtà, all’interno di un contesto più ampio, quello dei cosiddetti “Troubles”, ovvero il conflitto armato tra indipendentisti e unionisti nordirlandesi, che per oltre trent’anni, dalla fine degli anni ‘60 alla fine degli anni ‘90, ha visto compiere numerosi attentati terroristici in tutto il paese.

La canzone non si schiera apertamente né con l’una, né con l’altra parte – non le nomina mai – ma si pone in generale contro la spirale di violenza generata dall’insensatezza della guerra: «Questa canzone è il nostro grido contro la disumanità dell’uomo verso l’uomo». In un’altra dichiarazione del 1994, O’Riordan aveva detto che la canzone esprimeva il suo turbamento per i bombardamenti e le guerre intraprese in nome dell’Irlanda. “L’Esercito Repubblicano Irlandese non sono io. Io non sono l’IRA. I Cranberries non sono l’IRA. La mia famiglia non lo è. Quando nella canzone si dice: “Non sono io, non è la mia famiglia” (It’ not me, it’s  not my family) è quello che sto dicendo. Non è l’Irlanda, sono solo alcuni idioti che vivono nel passato”.

Questo rimando al passato viene esplicitato anche nel testo della canzone quando dice “It’s the same old theme, since 1916 / In your head / they’re still fightin” (“è la stessa vecchia storia dal 1916 / nella vostra testa / stanno ancora combattendo”): si tratta di un riferimento alla famosa rivolta di Pasqua, soffocata nel sangue, che diede la spinta alla futura creazione della Repubblica d’Irlanda.

Non solo. Subito dopo c’è anche un’altra citazione più nascosta che attinge direttamente dalla cultura musicale irlandese: si trova in quel verso improbabile che sembra quasi una filastrocca – “With their tanks and their bombs and their bombs and their guns” – in cui molti hanno visto un riferimento al brano del musicista irlandese Phil Coulter, intitolato TheTown I Loved So Well: «With their tanks and their guns, oh my God, what have they done to the town I loved so well». La città a cui è dedicata non è una città qualsiasi, ma Derry, nell’Ulster, uno dei luoghi cardine del conflitto nordirlandese, teatro della tristemente nota “Bloody Sunday”cantata anche dagli U2 – in cui 14 persone furono uccise dall’esercito britannico durante una manifestazione. Se non bastasse, un’altra somiglianza lirica che affonda le radici ancor più nel passato è rintracciabile nel traditional Johnny, I Hardly Knew Ye, storica anti-war song di fine ‘800, coverizzata da numerose band irlandesi, in cui a un certo punto c’è un verso simile che dice: “We had guns and drums and drums and guns”.

Dolores O’Riordan
Dolores O’Riordan dei Cranberries nel video di Zombie

Il video ufficiale e la sua censura

Le immagini di guerra evocate da questi versi sono presenti in maniera massiccia anche nel video ufficiale della canzone, che alterna filmati di pattugliamento dei soldati britannici per le strade di Belfast, a quelle di bambini che in quelle stesse strade giocano, fingendo di combattere e saltando da un palazzo in rovina all’altro. Per ottenerle il regista Samuel Bayer – all’epoca già famoso per il video epocale di Smells Like Teen Spiritsi recò di persona nella capitale nordirlandese, assumendosi la responsabilità di girare in una città che ancora era teoricamente sotto assedio. Per poterlo fare dovette inventarsi una storia di copertura, dicendo che era lì per girare un documentario sugli sforzi per il mantenimento della pace in Irlanda: “Sono stato in posti in cui non avrei dovuto essere, ma stavo cercando di immergermi nell’identità irlandese. Il sangue e l’anima, la storia e il dolore di quella canzone”.

Nel montaggio finale del video non censurato, a queste immagini da reportage di guerra, girate rigorosamente in bianco-nero, se ne contrappongono altre dai colori accesi, in cui spicca una Dolores O’Riordan in versione cleopatra con la pelle dipinta d’oro (a quanto pare una sua idea). La vediamo cantare con sofferenza e rabbia davanti a una grande croce, come se fosse una sorta di versione femminile di Gesù Cristo, circondata, non dai fedeli, ma da bambini con arco e frecce, ricoperti di vernice argentata, che a loro volta cantano, pregano e urlano di dolore. Queste parti a colori sembrano quasi la versione simbolica e pittorica di quelle reali in bianco e nero. Visivamente si rifanno a una certa estetica “grunge”, rituale e scioccante al tempo stesso, messa a punto dal regista non solo nel famoso video dei Nirvana, citato poc’anzi, ma anche in altri suoi video iconici dell’epoca come Doll Parts delle Hole, Bullet With Butterfly Wings degli Smashing Pumpkins e il quasi horror The Hearts Filthy Lesson di David Bowie. Sia in Zombie che in molti di questi video si gioca col bianco e nero e con certi toni della fotografia che virano sul giallognolo, come se le immagini fossero state slavate in una piscina di fanta e piscio. L’effetto è al tempo stesso sporco, sincero e accattivante: una fedele rappresentazione visuale di una musica che sembra scaturire dalle viscere, come un bisogno fisiologico, ricoperto con una leggera spolverata di marketing mainstream a infiocchettare il tutto. Diversi elementi estetici del video di Zombie sono stati poi riutilizzati dallo stesso regista anche per altri video dei Cranberries come quello di Ode To My Family in cui tornano le scene in bianco e nero di bambini che giocano in strada e quello di I Can’t Be With You in cui si riprendono i simboli religiosi e la fotografia tendente al giallo.

Pur non mostrando niente di particolarmente cruento, le immagini del video ufficiale di Zombie furono considerato troppo “violente” per essere trasmesse in tv, sia dalla BBC che dalla RTÉ – l’emittente nazionale irlandese – ragion per cui, alla fine, optarono entrambe per la messa in onda di una versione censurata del video, incentrata su filmati di esibizioni dal vivo.

La mannaia della censura si abbatté in maniera ancora più forte durante la guerra in Iraq del 2003, quando il governo britannico e la Independent Television Commission dichiararono ufficialmente la rimozione dalla programmazione di canzoni e video musicali con “materiale sensibile”, tra cui finì ovviamente anche Zombie. Molti gruppi mediatici si adeguarono alla decisione, compresa Mtv Europe, che fino ad allora aveva sempre mandato in onda il video originale non censurato, vincitore anche di un Mtv Europe Music Award nel 1995.

Un soldato nel video di “Zombie” dei Cranberries
Un soldato nel video di Zombie dei Cranberries

La voce dei Morti

Ma oltre l’immagine, la vera “arma” vincente del brano – e dei Cranberries in generale – è sempre stata la voce straordinaria e ultra-riconoscibile di Dolores O’Riordan, 100% distillato puro d’Irlanda. La cantante non ha mai voluto nascondere il suo forte accento irlandese, anzi, al contrario, ha mantenuto la parlata ardita della sua città natale – un paesino di campagna nella contea di Limerick – e l’ha messa in mostra con orgoglio. Inoltre, come molte altre cantanti irlandesi, ha incorporato, consciamente o inconsciamente, gli ornamenti del canto tradizionale celtico “Sean-Nós” che era “in pratica la versione celtica del blues”, così come lo ha definito Gavin Friday dei Virgin Prunes.

La voce di O’Riordan, sentenzierà Amanda Petrusich sul New Yorker, “era il lamento dei morti alla fine di una veglia”. Sarà per questo che, anche se O’Riordan non ha mai rivelato cosa rappresentassero i suoi Zombie, molti li hanno interpretati come un riferimento ai bambini morti in guerra, che tormentano le nostre coscienze per l’eternità.

Altri invece hanno inteso gli Zombie del testo come i soldati che ubbidiscono ciecamente agli ordini e uccidono senza ragionare sulle reali conseguenze di quello che stanno facendo (What’s in Your Head?).

Difficile propendere per una versione o per l’altra, ma una cosa è certa, nella voce di O’Riordan e in questa canzone in particolare sono evocati secoli di storia e cultura irlandese. A questo proposito, sempre Amanda Petrusich ha notato come, durante la famosa esibizione al Saturday Night Live del 1995, O’Riordan apparisse stranamente “vuota”, con gli occhi bassi semichiusi, come se non fosse veramente presente a sé stessa: “Mi ricordava il modo in cui, nei film, quando le persone vengono incaricate di canalizzare uno spirito, i loro volti si rilassano completamente: il corpo si abbandona alla missione. Solo dopo almeno un decennio ho capito che stava evocando, in modo indiretto, il fervore dei violinisti irlandesi di prima della guerra, come Michael Coleman o James Morrison, e la gravità delle grandi cantanti delle ballate britanniche”.

L’altra cosa evidente di quella performance, che aveva colpito praticamente tutti, era quanto fosse gigante la sua chitarra. O meglio quanto O’Riordan apparisse minuta rispetto alla chitarra elettrica che aveva in braccio – probabilmente una Gibson ES-335 – che quella sera in mano a lei sembrava letteralmente gigantesca. Ciò non fece altro che conferire maggiore forza alla sua esibizione: una piccola donna di una piccola cittadina irlandese, con in mano una chitarra gigante che canta il dolore di un’intera nazione.

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