Damon Albarn, Blur. Still dal videoclip in versione 4K di "For Tomorrow" (2023)

The view’s so nice. I Blur e “For Tomorrow”, per tenere duro

Terminata l’avventura di Leisure, che a più riprese verrà ricordata dalla band come una delle esperienze peggiori della carriera, costretta ad accontentare l’etichetta appoggiandosi forse troppo alle tendenze Madchester e shoegaze di quei giorni, per i Blur è tempo di un secondo album. Le vendite della prima opera non è che siano state chissàche, i debiti galoppano e pur senza troppa convinzione, qualcosa bisogna fare. Tour in America, why not? L’idea non è delle migliori, il pubblico a stelle e strisce è in piena sbornia di Seattle Sound, e Albarn e soci infilano uno dopo l’altro concerti in locali semivuoti. Damon non la prende benissimo, inizia a dare di matto, sale sul palco, insulta tutti, mette a repentaglio cuore e fegato, e si becca pure curiosi feedback del tipo “dai, non siete male, ma dovreste drogarvi di più!” prontamente accolti.

La misura è colma, si torna in Inghilterra. Damon prende carta, penna e rancore e decide che no, non la farà passare liscia a quelli lì. Il titolo del disco doveva essere un poco accomodante England vs. America, ma sarà Stephen Street – subentrato in corsa all’XTC Andy Partridge – a convincerlo su un altrettanto stuzzicante Modern Life Is Rubbish, che comunque manderà su tutte le furie la crew londinese Anti-Media autrice dello slogan, marchiato all’epoca con un graffito ormai svanito su Bayswater Road. Per non farsi mancare nulla, la band scatterà una serie di foto promozionali proprio davanti quel muro. E basta dare un’occhiata al look dei quattro per rendersi conto che l’album è un inno di puro orgoglio e restaurazione inglese (anche gli Suede in prima linea nella battaglia) e allo stesso tempo la dichiarazione di guerra alla Cocacolonisation e derive varie.

We’re trying not to be sick againAnd holding on for tomorrow

Più in concreto, parliamo di un instant classic, a tutti gli effetti il primo capitolo di una trilogia british che troverà piena compiutezza nel successivo Parklife. In mezzo c’è il gusto vaudeville con in testa Ray Davies (Sunday Sunday) la wave (Coping, Advert), caricature grunge (Chemical World), ballad (Blue Jeans, Miss America) e paginette indie rock (Oily Water, Starshaped). Tutto bello, bellissimo. Ma per il boss della Food, David Balfe, non ci siamo proprio. All’appello mancano parecchie cose, in primis un singolo vero e proprio. Mattina di Natale, anno 1992: Albarn Senior si sveglia di soprassalto, scende le scale. C’è il figlio, visibilmente ubriaco, che spinge sul pianoforte. Eccola, proprio lei, For Tomorrow. È questo l’inno definitivo di resistenza che cercava l’autore.

Jim stops and gets out of the carGoes to a house in Emperor’s GateThrough the door and to his room, and then he puts the TV onTurns it off and makes some teaSays modern life is rubbish

Brano e videoclip sono la perfetta cartina di tornasole per inquadrare idea e stato di forma dei Blur dell’epoca. I protagonisti del testo sono Jim e Susan, due twentieth century boys and girls, calati nella Londra di quegli anni ruggenti impegnati a prendere a sportellate l’esistenza e dedicarsi un attimo di respiro godendosi il panorama da Primrose Hill. Ma, a pensarci un attimo, saranno mica discendenti di Terry e Julie di Waterloo Sunset? Comunque vada, singalong da manuale e infatti parliamo di una delle immancabili hit nei concerti karaoke della band, con tanto di versione da sei minuti per allungare il brodo con un bell’intermezzo di fiati prima dello splendido finale albarniano che, sovrastato nel missaggio dal la-la-la-la-la ci invita ad andare avanti nonostante tutto, a non darla vinta a questa vita maledetta. Working class ma pur sempre con stile.

Then Susan comes into the roomShe’s a naughty girl with a lovely smileSays, “let’s take a drive to Primrose HillIt’s windy there, and the view’s so nice”London ice can freeze your toes, like anyone, I suppose

Per la regia del videoclip, una versione solare e (apparentemente) scanzonata di Ghost Town, Julien Temple opta per un canonico bianco e nero, ma da qualche tempo è finalmente disponibile una sfavillante versione a colori in 4K. I Nostri vengono seguiti dalla cinepresa in alcuni dei luoghi principe della Swinging City. Fanno due tiri a pallone in mezzo a Trafalgar Square, giocano con l’aquilone, Damon ovviamente è l’act principale che galleggia occhi al cielo tra le acque del River Thames e si fa un giro da locals appeso al bus in giro per le strade della metropoli.

Di mezzo ci sono un sacco di comparse che, più o meno a loro agio cantano il ritornello. Titoli di coda proprio su Primrose Hill, con Kathy Kiera Clarke (no, non è Justine Frischmann) a rotolarsi abbracciata al frontman giù per la collina, leggeri, spensierati. L’amministrazione cancellerà più volte la frase “and the view’s so nice” scritta da qualche fan sul sentiero di Regent’s Park, ma di tanto in tanto riappare. Anche loro, anche lei, tengono duro.

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