Quando la parodia è perfetta. “Shpalman” degli Elio e le storie tese
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Davide Cantire
- 4 Novembre 2021
Come costruire la parodia perfetta. Nei primi anni Duemila, siamo esattamente nel 2003, esplose il fenomeno de Le Vibrazioni, pop rock band di Milano che conquistò le vette della classifica con Dedicato a te, primo singolo estratto dall’esordio discografico eponimo. Le vendite superarono le 50mila copie, ma a imprimere nell’immaginario nostrano questa nuova band fu il videoclip ufficiale “dedicato” proprio al singolo di lancio. Ideato dal produttore Demetrio Sartorio e diretto da Domenico Liggeri, si tratta di un piano sequenza lungo quanto tutto il brano che segue una ragazza bionda (la Giulia del testo) da quando lascia il suo appartamento nel capoluogo milanese per tutto il percorso che le ci vorrà per arrivare al luogo dell’appuntamento con gli amici, nel quale si tiene proprio un live de Le Vibrazioni.
Al di là del piano sequenza girato con maestria, romanticismo e dovizia di particolari, il videoclip rimarrà impresso nello spettatore del periodo per un fatto decisamente eccezionale: è stato parodiato per ben due volte: la prima – quella che raccontiamo oggi – da Elio e le storie tese, che all’epoca erano legati da un profondo rapporto di amicizia con la band di Francesco Sarcina; la seconda da Frankie hi-nrg mc per il suo singolo Chiedi chiedi.
Per la loro particolarissima versione, gli Elii adattarono il brano Shpalman (tratto dall’album Cicciput) al videoclip musicale dei colleghi, apportando una diversa prospettiva al racconto e qualche cambiamento molto significativo nella progressione narrativa. Il punto di vista utilizzato passa da quello di Giulia a quello un po’ più sbruffone dell’architetto Mangoni (fedele e storico collaboratore della band), la cui “odissea” parte proprio da una delle domande che lo spettatore del clip de Le Vibrazioni si ripeteva puntualmente a ogni visione: ma perché Giulia lascia la porta di casa aperta? Chiaramente si trattava di ragioni tecniche interne all’economia del piano sequenza, ma l’occhiata di Mangoni all’appartamento di Giulia lavora proprio in quella direzione ironica che condizionerà il resto del clip.
C’è, ad esempio, la vespa mancante all’uscita del palazzo in sincrono perfetto con il testo della canzone («Un tamarro dietro l’angolo voleva incularmi la vespa»), c’è Mangoni che approfitta del cocktail a domicilio portato dal bassista Marco Castellani, c’è il chitarrista Stefano Verderi che consegna nelle mani dell’architetto un ritratto proprio della sua figura, o ancora Sarcina vendergli dei fiori in bicicletta mentre intanto osserva ancora la sua Giulia. Alla fine del percorso, proprio come nell’originale, Mangoni arriva al club dove si stanno esibendo Le Vibrazioni ma a questo punto la macchina da presa inverte la direzione per mostrare che il pubblico è in delirio per un’altra band: sono Elio e le storie tese che cantano Shpalman. Alla fine del clip c’è persino Rocco Tanica (cantante unico del singolo) che fa il verso a Samuel dei Subsonica cantando con in mano due microfoni con tanto di cappellino. Tutto questo sotto gli sguardi di Mangoni e Giulia che ballano insieme.
Un’operazione tutt’altro che vuota e “imitativa” che solo grazie al grande genio degli Elii trova la sua vera ragion d’essere: se nell’originale si ammiccava alle atmosfere della vecchia e romantica Milano, nella versione re-immaginata a emergere è quell’Italietta vera abitata da personaggi ben più problematici di Mangoni, qui praticamente un novello Fantozzi di segno opposto, circondato da persone (Le Vibrazioni) che appaiono scollegate dalla realtà e dal mondo quotidiano, dalla corruzione in politica («Non c’è dubbio che Shpalman sia un amico con le mani in pasta / E non credere che a Shpalman gli puoi dire: “Tipo, adesso basta!”») ma veicolati da quel motivetto orecchiabilissimo preso dall’opera Achille et Polyxène di Jean Baptiste Lully e Pascal Collasse.
Insomma, un pot-pourri di satira, cultura pop e tanta tanta ironia, i veri marchi di fabbrica di una band che definire essenziale per il panorama musicale italiano anni ’80 e ’90 sarebbe davvero troppo riduttivo.
