PJ Harvey. “Down By The Water”, un’indimenticabile murder ballad
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Valentina Zona
- 26 Febbraio 2024
Febbraio, 1995. PJ Harvey, originaria di Yeovil, Dorset (Inghilterra rurale di fattorie e villaggi), figlia di artisti hippy e cresciuta a pane e Bob Dylan/Captain Beefheart, che non poco aveva fatto parlare di sé con Dry (pubblicato nel 1992) e Rid Of Me (uscito l’anno dopo con la produzione di Steve Albini), abbandona il power trio che portava il suo nome (composto dal batterista Rob Ellis e dal bassista Steve Vaughan) e si mette in proprio. Chiama a raccolta l’ex compagno di band John Parish (membro di quegli Automatic Dlamini in cui aveva militato a Bristol, e che sarebbe poi divenuto suo fidato collaboratore negli anni successivi), Mick Harvey dei Bad Seeds, e si affida alla produzione di Flood, altro deus ex machina che l’avrebbe accompagnata spesso nella sua carriera futura. Pubblica così il suo terzo album, il primo da solista: To Bring You My Love.
Ma facciamo un doveroso passo indietro. La ragazza scarmigliata e vagamente punk si era già fatta notare nel 1991 con il brano Dress, votato come singolo della settimana su Melody Maker da un certo John Peel, che dichiarò di aver ammirato «il modo in cui Polly Jean sembrasse investita dal peso delle sue stesse canzoni (…)». Anche il singolo successivo, Sheela-Na-Gig, fu un grande successo, tanto da alimentare un’attesa spasmodica del disco, che non a caso fece guadagnare a PJ il titolo di miglior autrice e miglior cantante donna dell’anno secondo Rolling Stone.
Pochi giorni dopo l’uscita dell’album con l’etichetta Too Pure, Polly compariva in copertina su NME a schiena nuda, con uno scatto iconico di Kevin Cummins che avrebbe destato grande scalpore e inutili polemiche (erano decisamente altri tempi). In realtà, sul retro di quel gioiellino indie che era Dry, PJ Harvey aveva fatto molto di più: si era fatta fotografare a seno nudo da Maria Mochnacz, offrendo di sé un’immagine che l’avrebbe accompagnata per tutta la prima fase della sua carriera: una sensualità acerba e brutale, a tratti grottesca, volutamente respingente.
Rid of Me, prodotto dal già citato Steve Albini, fu una piccola e sofferta consacrazione: ennesima testimonianza di una sensibilità elefantiaca, con la narrazione magistrale di un tracollo emotivo inscenato ad arte. Perché un’altra cosa che PJ Harvey ci avrebbe insegnato, in tutti gli anni successivi e ancora oggi, sarebbe stata la sua straordinaria abilità interpretativa: ogni disco avrebbe offerto un’immagine nuova e diversa dalla precedente, dove – senza minimamente intaccare l’autenticità della sua essenza – Polly Jean ci avrebbe raccontato infinite sfaccettature di sé.
E così, dopo la fanciulla deflorata raccontata in Happy and Bleeding, la sottona che, pur di non perdere il proprio amante, accetta di dividerlo con un’altra (Oh my lover), la ragazzina a disagio che non trova il proprio posto nel mondo a furia di compiacere gli altri (Dress), ecco la medusa sanguinaria sulla cover, che taglia le gambe al suo fidanzato per non farlo fuggire da lei (Legs) o che minaccia di strofinare il suo membro fino a farlo sanguinare (Rub ‘Till It Bleeds).
Ma nel suo terzo capitolo, ecco l’ennesima transizione: nel 1995 c’imbattiamo improvvisamente in una femme fatale un po’ gitana e un po’ shakespeariana, intrisa di erotismo drammatico e ostentazione, che vuole accoppiarsi con un monsone (Meet Ze Monsta), che si compiace divertita di essere una schiava d’amore (Working For The Man), che balla col Diavolo e si lascia rapire (The Dancer), che assapora il fascino perverso della murder ballad – un genere che avrebbe nuovamente esplorato con Nick Cave di lì a breve (Henry Lee) – attraverso il suo primo singolo, Down By The Water.
La canzone, che s’inscrive nella tradizione degli omicidi musicati dai bluesman del Delta del Mississippi (vedi alla reference Lead Belly, Salty Dog Blues), racconta l’agghiacciante infanticidio di cui si macchia una madre ai danni della propria figlia, affogata nelle acque nere di un fiume. Un testo talmente sconvolgente che la stessa Harvey dovette spiegare divertita, in un’intervista a Spin, che il brano non era affatto autobiografico, e che lei non aveva mai dato alla luce nessuna bambina, né l’aveva uccisa!
Il brano ebbe un successo straordinario soprattutto in US, dove riuscì ad arrivare al numero 2 della classifica di Billboard (Modern Rocks Chart), mentre il video finì in heavy rotation su MTV, consacrando l’immagine di PJ Harvey come una novella Diamanda Galás: labbra rosso acceso, ciglia finte, gestualità teatrali, tacchi alti e paillettes – un look che lei stessa definì da “Joan Crawford in acido“.
Il video fu girato dalla fidata Maria Mochnacz per un totale di due giorni di riprese: vi si alternano scene “acquatiche” in cui Polly Jean sembra un’Ofelia moderna, e altre in cui balla una danza da cabaret macabro. Grazie all’enorme spinta promozionale della Island Records, la produzione ricevette un budget ingente. Fu registrato a Londra, e girato su una pellicola da 35 mm. Fu chiamata anche una controfigura per sostituire PJ Harvey in alcuni frame subacquei.
È stato un video difficile da realizzare. Si trattava di due giorni di salti dentro e fuori da una piscina. Beh, un giorno era solo in piscina e l’altro giorno si ballava su una piattaforma rotante, ma alla fine è stato piuttosto faticoso… …e anche piuttosto spaventoso perché saltavo con una parrucca che era molto, molto pesante, quindi era piuttosto difficile tornare in superficie. E indossavo scarpe argentate con il tacco alto, non esattamente il massimo per nuotare
PJ Harvey
A distanza di anni, il video di Down By The Water – nominato come Best Female Video agli MTV Video Music Awards 1995 (vinse Madonna con Take a Bow) – rimane uno dei più iconici di PJ Harvey: merito della teatralità, dell’ironia sinistra, della capacità straordinaria di raccontare storie in un modo realistico, dipingendosi a tinte fosche, a metà strada tra sogno e incubo, in un delirio di sussurri.
