Nine Inch Nails. “The Perfect Drug”, l’incubo della Fata Verde
-
Tony D'Onghia
- 29 Novembre 2024
I’ve got my head, but my head is unraveling
Can’t keep control; can’t keep track of where it’s traveling
Epoca che vai, sostanza allucinogena che trovi. Lungi da noi il voler promuovere l’uso, e tantomeno l’abuso, ma è cosa nota a tutti che, nel corso della storia, i tentativi di oltrepassare le cosiddette “porte della percezione” attraverso le più svariate sostanze sono stati innumerevoli. Questo, con maggiore o minore successo e grado di pericolosità, a seconda dei casi. In particolare, è ben noto l’uso che, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, artisti e bohémien europei fecero del distillato ad alta gradazione alcolica noto come “assenzio”, suggestivamente soprannominato la Fée Verte (la Fata Verde).
Nel corso dei decenni, l’aura del famigerato liquore è cresciuta al punto da diventare parte integrante dell’immaginario di quell’epoca e della sua società. Nonostante sia generalmente considerato nocivo, e non solo un catalizzatore di creatività disinibita, questa reputazione lo ha reso oggetto di discussioni, contenziosi e proibizioni fin dalla sua prima diffusione. Ed è proprio questo magnetismo a ispirare il regista Mark Romanek nella trasposizione visiva di The Perfect Drug dei Nine Inch Nails.
The Perfect Drug è uno dei tre brani firmati da Trent Reznor inclusi nella colonna sonora di Lost Highway, l’altrettanto leggendaria e discussa pellicola di David Lynch. Pubblicata nel maggio 1997, si colloca tra due dei più grandi album dei NIN: The Downward Spiral del 1994 e The Fragile del 1999.
La traccia, con la sua ritmica spezzata di chiara matrice drum & bass – e che da questo genere prende in prestito una delle sue basi fondanti, il classico Amen Break, frammentandolo e mimetizzandolo tra i solchi – viene affiancata nella sua versione EP da un cast di remixer di tutto rispetto: Jack Dangers aka Meat Beat Manifesto, Luke Vibert, Spacetime Continuum, The Orb e Aphrodite. Cinque visioni della musica elettronica diverse e complementari al tempo stesso fornite da alcuni dei più prestigiosi nomi della scena elettronica di quegli anni.
A firmare l’allucinatorio videoclip che accompagna la versione originale della canzone, un mago della regia della “musica da vedere”, Mark Romanek. Già associato ai NIN per la realizzazione del promozionale di Closer, e, indirettamente, per quella di Hurt nella versione di Johnny Cash, Romanek mette in scena un incubo gotico mescolano scenografie e costumi da età edoardiana, ispirandosi alle illustrazioni di Edward Gorey, ai dipinti di Gustav Klimt e al Shining di Stanley Kubrick. Inquietanti presenze affiancano un Trent Reznor iperattivo, posseduto e portato alla pazzia tra giardini labirintici sotto un cielo plumbeo, angosciante presagio di sventure.
La spiegazione che Romanek dà della scelta scenografica e della scena in cui Reznor prepara ritualmente la bevanda verde fluorescente è rivelatoria: “L’assenzio è l’elemento di collegamento tra il Vecchio e il Nuovo Mondo. Trent canta di una droga perfetta. Io credo che in realtà stia cantando dell’amore, ma facendo riferimento preciso a quel liquore mi permette di collegarmi a questo universo di fine Ottocento-inizio Novecento e all’incubo da esso causato. L’abbiamo reso in immagini attraverso un lampo verde; come se fosse un brutto trip. (…) C’è molto di Mary Poppins in molti dei miei video”.
In tipico stile ’90s, questo opulento lavoro fu reso possibile da un budget impensabile per gli standard odierni, una caratteristica distintiva della carriera di Romanek, che in quegli anni realizzò alcuni dei videoclip più costosi della storia. Innegabile, inoltre, il contributo delle televisioni specializzate di quel decennio alla popolarità di The Perfect Drug. Tuttavia, al di là della spinta promozionale ottenuta, la canzone rimane un esempio da manuale di immediatezza e fruibilità, fuse con la furiosa intensità della declinazione “industrial” del rock dei NIN. A rendere il tutto ancora più espressivo è la spiazzante coda rallentata di circa un minuto, che conduce all’amara conclusione del delirio maniacale del protagonista: un finale che spicca come uno dei momenti più memorabili del repertorio della band.
Tuttavia, Reznor non è mai stato tenero nel giudicare questa canzone e il relativo video, considerato da molti un classico della “videomusic dell’epoca. Nel 2005, a Rock Show su BBC Radio 1, dichiarò: “Credo che quello che è venuto fuori nel pochissimo tempo che ci avevano messo a disposizione per la produzione, unito a un video gonfiato e con un budget eccessivo, sia… l’ultima cosa che farei ascoltare a qualcuno se mi dicesse: ‘Fammi ascoltare le cento canzoni più belle che hai scritto’. Probabilmente non entrerebbe nemmeno tra le prime cento. Non la trovo disgustosa o motivo di cui vergognarsi, ma di certo non è il mio pezzo preferito”.
In seguito il musicista ha ulteriormente spiegato: “In quel periodo ascoltavo un sacco di drum ‘n’ bass, jungle e altro. E credo che sia il periodo in cui ho visto più influenze esterne emergere nella mia musica. È stato un periodo di transizione, è questo che voglio sottolineare. Era un periodo in cui stavo cercando di capire cosa volevo fare artisticamente e, data la libertà di lavorare nel contesto di una colonna sonora, non lo consideravo uno dei miei progetti più importanti. L’ho sempre considerata un’area in cui essere più libero e provare cose. Sono contento che sia stato in quel contesto. Non ho mai pensato di includerlo in The Fragile. Era davvero un’area in cui stavo tastando il paesaggio per capire cosa volevo fare”.
Dubbi e riserve confermati anche dal fatto che la band ha eseguito la canzone per la prima volta in versione live solo oltre vent’anni dopo la sua pubblicazione, precisamente nel settembre del 2018, durante un concerto al Red Rocks Amphitheatre in Colorado. La versione dal vivo risulta sostanzialmente fedele all’arrangiamento originale e include, anche in questo caso, campionamenti di batteria che fungono da carburante ritmico ad alto numero di ottani, sostenendo il breakbeat principale. Un dettaglio curioso, considerando che l’unica giustificazione (evidentemente ironica) avanzata da Reznor nel corso degli anni per il rifiuto di proporla in concerto era che la frenetica parte percussiva avrebbe “fatto cadere le braccia” all’allora batterista Jerome Dillon. Possiamo quindi dedurre con una certa sicurezza che nessun batterista sia stato maltrattato durante l’esecuzione di questa canzone.
