Videostory. L’addio più commovente, “Hurt” di Johnny Cash
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Tony D'Onghia
- 20 Gennaio 2024
Uno degli aspetti più affascinanti dell’arte dello scrivere canzoni è la possibilità di trascendere la sfera emotiva ed il trascorso personale dell’autore stesso per raggiungere un livello di comprensione ed identificazione universale, riuscendo nello stesso tempo – e nei migliori dei casi – a scendere fino nell’intimo di chi ascolta toccandone i sentimenti più profondi. Ed a quanto pare, paradossalmente, tanto più il testo di una canzone può sembrare particolare, confessionale o addirittura ermetico, tanto più l’esperienza descritta in parole e musica può arrivare forte e chiara anche al più casuale degli ascoltatori, risvegliando memorie, suscitando emozioni, smuovendone la coscienza. Una sorta di magica, invisibile condivisone tra esseri umani il cui effetto diventa ancora più sorprendente quando sono solo poche note ed una manciata di versi a raggiungere questo risultato.
I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that’s real
Già dalle primissime battute, Hurt, scritta da Trent Reznor, ha l’effetto di un pugno allo stomaco. Non sono molte le canzoni che possono vantare questo livello di scioccante onestà e viscerale potenza. Tratta dal secondo album in studio del suo progetto Nine Inch Nails, The Downward Spiral (1994) e pubblicata il 17 aprile 1995 come singolo promozionale dell’album, il brano ha ricevuto una nomination ai Grammy Award per la miglior canzone rock nel 1996. Nella versione originale, l’arrangiamento ha poco del durissimo ed urticante noise rock di cui quell’album è carico, al contrario l’introspettivo e dolorante testo – interpretato da alcuni come biglietto d’addio scritto da un suicida, da altri come la lucida confessione delle colpe di chi non può più tollerare il disprezzo per se stesso – è supportato da una atmosfera sospesa ed una struttura compositiva ed un impianto strumentale scarni ma di grande effetto che non nascondono una intensità unita ad un potenziale di reinterpretazione notevolissimi.
Tutte qualità che hanno colpito il produttore Rick Rubin a tal punto da convincerlo ad includere la canzone nella lista di possibili cover version da sottoporre alla star della country music Johnny Cash in occasione della realizzazione della serie di album iniziata con il colossale American Recordings. Una collaborazione tra i due nata per piccoli passi. Come ha raccontato lo stesso musicista nel suo Johnny Cash The Autobiography: “Rick Rubin è apparso nella mia vita nel 1993. Ha chiamato il mio manager Lou Robin e ha chiesto di parlarmi; dopo averlo ascoltato, Lou me l’ha passato. Certo, ho detto, pensando di non avere nulla da perdere se non qualche minuto del mio tempo”.
L’interesse di Rubin è sulle prime del tutto incomprensibile per l’esperto e guardingo Cash che per di più stava vivendo una fase non proprio brillante della propria carriera. La possibilità di diventare un artista sotto contratto per la American Records, l’etichetta di Rubin, risultava perciò ancora più improbabile. In fin dei conti, agli occhi della star del country, il produttore era solo un tipo dall’aspetto da hippie alcolizzato, proprietario di una label specializzata in rap e metal. E come Johnny Cash ha inoltre ricordato: “Anche se quell’uomo conosceva il mio lavoro, parlava bene e pensavo di vedere qualcosa in lui – dopo l’incontro ho detto a mia moglie June che parlava un po’ come Sam Phillips – non l’ho preso sul serio. Pensavo che dopo un po’ avrebbe perso interesse o che qualcos’altro l’avrebbe distratto, come succede in questo lavoro. Mi sbagliavo”.
Un improbabile unione quella tra i due, che ha fatto comunque conoscere il cantante a un nuovo e più ampio pubblico, proprio grazie all’inedita combinazione tra tradizione e modernità che la American Records così efficacemente rappresentava. E grazie alla libertà artistica incondizionata che Rubin offriva a Cash che quest’ultimo lasciò cadere ogni resistenza. Come raccontato ancora da Cash: “È tornato subito da me durante il mio tour californiano e mi ha detto chiaramente: “Sono seriamente intenzionato a farti firmare per la mia etichetta. Voglio davvero produrti. Ho bisogno di te e credo di sapere cosa fare con te, e lo faremo insieme”.
La metodologia adottata da Rubin per ottenere il meglio dal veterano del country ha fatto scuola – basti pensare ad album crepuscolari di giganti della scena statunitense come Neil Diamond o Glen Campbell chiaramente ispirati da questo originale concept – offrendogli la possibilità di suonare e cantare in maniera spontanea qualsiasi cosa egli non fosse mai stato in grado di registrare e pubblicare prima di allora; aggiungendo a questo alcuni brani del suo repertorio già edito e canzoni composte da altri che, a parere del produttore, si sarebbero prestate bene ad un qualche tipo di reinterpretazione. E per rendere il messaggio ancora più chiaro, Rubin ci tenne a precisare: “Potrai cantare tutte le canzoni che ami, e da qualche parte ne troveremo una ci che faccia da guida. Ci dirà che stiamo andando nella direzione giusta. Non conosco molta della musica che ami, ma voglio ascoltarla tutta”.
Ed è cosi che nel 2002, Johnny Cash ha reinterpretato la canzone di Trent Reznor includendo la sua versione nel suo album American IV: The Man Comes Around. Originariamente, Cash aveva rifiutato il suggerimento di Rick Rubin di registrarla. Fu solo dopo che Rubin gli propose un demo con un riarrangiamento ad hoc che Cash decise di registrare. Rubin chiese poi a Reznor se fosse d’accordo con la pubblicazione. Il frontman dei Nine Inch Nails ricevette la versione registrata per posta due settimane dopo la telefonata. “L’ho ascoltato e l’ho trovato molto strano. C’era un’altra persona che aveva preso la mia canzone più personale e l’aveva fatta sua. Sentirlo era come se qualcuno baciasse la tua ragazza, un’invasione della tua privacy”.
Il video di Hurt è diretto da Mark Romanek, classe 1959, uno dei pezzi grossi dell’industria videomusicale statunitense. Noto anche per aver diretto i film One Hour Photo e Never Let Me Go, il regista ha firmato, tra i tanti, clip per giganti del rock e del pop quali David Bowie, Michael e Janet Jackson, Madonna, Sonic Youth, R.E.M., Red Hot Chili Peppers, Audioslave, Beck, U2, Jay-Z, Taylor Swift, Fiona Apple oltre gli stessi Nine Inch Nails – nel caso di The Perfect Drug e Closer. È questa associazione che lo ha portato forse a curare la regia del video della cover di Johnny Cash.
Considerato come uno dei videoclip più toccanti di sempre, Hurt è stato nominato per sette VMA, vincendone uno per la fotografia oltre a fare vincere a Romanek il suo terzo Grammy. Particolarmente significativa la scelta di girare alcune delle scene all’interno del museo dedicato al country singer, ovvero il cosidetto “House of Cash”, danneggiato a seguito di un alluvione e con lo stesso Johnny seduto davanti ad un tavolo imbandito circondato da cimeli, il viso segnato dalla vecchiaia, la difficoltà dei movimenti causata dal morbo di Parkinson; mentre un immobile e commossa June Carter lo osserva da poco lontano. A queste immagini vengono alternate quelle di repertorio tratte da film interpretati dallo stesso cantante, e tra queste spiccano quelle estratte da Gospel Road – film scritto ed interpretato da Johnny e June e dedicato alla narrazione delle vita di Gesù Cristo – oltre a quelle iconiche tratte dalle sue esibizioni nelle carceri di Folsom e San Quentin. Tenere immagini di vita familiare – incluse quelle di un Cash adulto in visita alla casa di legno dell’Arkansas nella quale è venuto alla luce – lasciano il posto a quelle del cantante vigoroso e spavaldo sia sul palco che sul set cinematografico. Una canzone ed un video chiaramente realizzati mentre “l’uomo in nero” stava contando gli ultimi giorni di vita, quasi si trattasse di un modo per accomiatarsi dal suo pubblico.
A questo proposito il regista Mark Romanek ha ricordato: “La House of Cash, il museo di Nashville a lui dedicato, era chiuso dagli anni ’80; c’erano danni da acqua ovunque. Quando ho visto quanto fosse fatiscente l’edificio, ho avuto l’idea che forse avremmo dovuto essere completamente aperti sul suo attuale stato di salute, proprio come lui stesso è stato aperto per tutta la vita nelle sue canzoni. La mortalità è un argomento molto insolito per questo mezzo promozionale; e per la programmazione di MTV. Ma attribuisco gran parte della sua forza proprio all’effetto Johnny Cash”. Lo conferma la devastante efficacia di questa semplice messa in scena, con il catartico crescendo musicale in cui il sottofondo strumentale diventa sempre più saturo, ingolfando lo spettro sonoro al limite della distorsione. Fino al raggiungimento di un accordo finale, risolutivo e definitivo.
And you could have it all
My empire of dirt
I will let you down
I will make you hurt
In un intervista rilasciata nel 2008 al Sun, Trent Reznor ha raccontato: “A quell’epoca, dopo un paio d’anni di disintossicazione, mi sentivo molto insicuro. Avevo qualcosa da dire? Potevo ancora scrivere musica? A qualcuno importava ancora? Ero stato lontano dalle luci della ribalta per un po’. Avevo messo un freno a tutto per cercare di mettere ordine nella mia vita, per cercare di rimettermi in salute e rimanere vivo. Ero amico di Rick Rubin da diversi anni. Mi chiamò per chiedermi come mi sarei sentito se Johnny Cash avesse fatto una cover di Hurt. Gli risposi che sarei stato molto lusingato, ma non mi diede alcuna indicazione che sarebbe stata effettivamente registrata”.
E alla luce del risultato finale, il video clip riuscì davvero a convincere lo scettico musicista: “Quel video aveva dannatamente senso. È un’opera d’arte potente. Non ho mai incontrato Johnny, ma sono felice di aver contribuito nel modo in cui l’ho fatto. È stato come un caldo abbraccio. Per chiunque non l’abbia visto, consiglio vivamente di andarlo a vedere. Ho la pelle d’oca anche adesso a pensarci”.
Si dice che quando un autore di canzoni vede il proprio operato raggiungere il grande successo di massa, abbia la sensazione di non esserne più in possesso. “Quella canzone non è più mia”, ha dichiarato una volta Reznor a proposito della versione del veterano della country music. E a pensarci bene, questo dovrebbe essere il risultato a cui ogni “cantante-autore” dovrebbe ambire, sempre alla luce di quel tipo di universalità magica che l’arte dello composizione è in grado, potenzialmente, di raggiungere. Oltrepassando i confini geografici, le barriere linguistiche ed i divari generazionali. Proprio quello che l’interpretazione firmata da Johnny Cash è riuscita a fare.
