Massimo Silverio. Alberi come persone nella gelida bellezza di “Criure”
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Beatrice Pagni
- 12 Novembre 2024
Possa questa mia scaglia di voce – Darti calore – Io il tuo Peç – Tu la Dàne – Noi due travi di un mondo capovolto – Ferma la pece, prima – Lascia il Tùcul alla secca – Sdraiato sul suo zolfo – Pallido fino in bocca – Presto, ora piangi fuori tutta questa pece – Ridi del Tùcul e la sua miseria – Soffocato dal suo zolfo – Divorato dalla Criure che ci punge – Ma tu stammi vicino – Qui, sotto questo ramo – Ogni primavera sarà fredda – Se più non ti vedrò alla sera – Vieni qui vicino, presto – Riempi questo ramo – Bruceranno i fuochi di ogni primavera – E noi saremo cenere nella sera
Ultimo della trilogia realizzata dal regista e documentarista carnico Giulio Squarci per Hrudja – folgorante debutto di Massimo Silverio -, il video di Criure arriva dopo il lavoro fatto sui brani Nijò e Jevâ, risultato di un gusto per il racconto della Carnia che ha saputo proiettare un ulteriore livello di lettura per la musica del cantautore friulano. Ne avevamo lungamente parlato nell’intervista fatta al musicista di Cercivento alcuni mesi dopo l’uscita del suo album d’esordio, Hrduja, elogiato da critica e pubblico, e consigliato anche da Iggy Pop all’interno del suo programma sulla BBC. Di verità, memoria, corpi in movimento e amore per le immagini avevamo approfonditamente discusso; perché dialogare con Silverio significa sempre immergersi in un mondo sonoro in cui la voce – indecifrabile sortilegio del suo canto cristallino e selenico – si fa veicolo di orientamento spaziale, e restituisce alle canzoni una poetica sincera fatta di vita e tradizione.
C’è sempre molto coraggio nelle scelte artistiche compiute dall’artista friulano: pubblicare un disco cantato in carnico, una lingua sconosciuta ai più, sposa pienamente l’idea della musica come espressione diretta della realtà senza la mediazione dei significati e con un senso che viene cercato man mano sia dall’artista sia dal fruitore. E lo stesso coraggio si ritrova nella scelta dell’estetica cinematografica di Giulio Squarci, regista e documentarista, ora alle prese con il terzo video che chiude una sorta di trilogia della Carnia, e ne racconta il popolo, i colori, la memoria più antica.
A contare, nel dualismo artistico di Silverio e Squarci, è che il linguaggio musicale, composto di cellule significanti, sia capace, senza bisogno di descrivere, di alludere per chi ascolta e per chi vede, al sentimento che ha ispirato il compositore. In questo caso, Criure è un termine che in friulano indica un freddo secco, arido e pungente che racconta una natura umanizzata in cui il peç e la dane, ovvero l’abete maschio e l’abete femmina, si trasformano in due amanti che stanno vicini per scaldarsi, divorati dal gelo (criure) che inesorabilmente li trapassa.
Il regista Giulio Squarci, carnico anche lui, era già stato autore dei video di Nijò e Jevâ, in cui per fotografare il panorama carnico si era deciso di raccontare – nel primo – la memoria storica della comunità di Cercivento, in cui Silverio è nato, grazie alla figura di Costanza “Costanzona” di Vora, fotografa, pittrice, orologiaia, elettricista e sarta, e – nel secondo – la tradizione antichissima della Femenate di Paularo, un rituale di fertilità per attuare una previsione sul raccolto dell’anno successivo. E pure il video di Criure, per completare una certa dualità tra donna e uomo, è stato girato a Cercivento presso la casa di Gianfranco della Pietra, detto l’Omenat (uomo brutto e cattivo), luogo molto isolato sul crinale dove sorgeva una volta il vecchio paese bruciato dalla peste. Nelle parole di Silverio, “l’Omenat, era in realtà un uomo dolcissimo e buono con tutti che accoglieva viaggiatori, sconosciuti, scolaresche, chiunque si trovasse di passaggio, nella sua umile casa. Faceva sempre da mangiare per tutti. Purtroppo è mancato una ventina di anni fa, ma ne conservo ancora i ricordi di quando ero bambino”.
Nel misterioso incanto del video di Criure prende vita una storia di smisurata delicatezza e tenera empatia per gli esseri tutti, fatta di foglie, cartoline sbiadite, santini, ragnatele e casette per gli uccellini, di ciuffolotti, rami secchi piegati dal silenzio, e natura incontaminata. Quello di Squarci è lo sguardo di chi osserva casa e la fotografa con amore sottolineandone gli aspetti primigeni; ricorda il cinema rapsodico ed essenziale di Franco Piavoli, che scovava negli alberi una profonda capacità espressiva, un’anima. Una forma filmica che – accostata alla musica di Massimo Silverio – ha saputo liberarsi dalla servitù della dimensione materiale della parola per spaziare nei territori naturali dell’immagine e del suono.
