Joy Division. “Atmosphere”, quando la premonizione si fa requiem
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Tony D'Onghia
- 21 Settembre 2024
Nella storia della musica rock, ci sono eventi che segnano uno spartiacque, momenti in cui tutto cambia. Tra i tanti, i primi concerti tenuti dai Sex Pistols nell’estate del 1976 vengono considerati come la miccia che ha fatto esplodere il fenomeno punk nel Regno Unito, prima, e a livello mondiale, poi. In particolare, quelli a Manchester, tenuti a distanza di sei settimane l’uno dall’altro nella sala da concerti denominata Lesser Free Trade Hall, sono ricordati per la presenza, tra il pubblico esiguo, di futuri membri di band imprescindibili. Da Howard Devoto, Pete Shelley e Steve Diggle dei Buzzcocks, a Steven Morrissey degli Smiths; da Mark E. Smith dei Fall a Tony Wilson, giornalista, conduttore televisivo e co-fondatore dell’etichetta Factory Records e persino Bernard Sumner e Peter Hook, futuri membri dei Joy Division. Presente, accompagnato dalla moglie Deborah, anche un giovanissimo Ian Curtis, che ne sarebbe diventato il carismatico cantante. L’esibizione dei Pistols impressionò profondamente Curtis, contribuendo in modo decisivo alla sua scelta di diventare, come ricordato dalla consorte, “una rockstar”.
Tony Wilson, noto tanto per la sua influenza quanto per la tendenza all’iperbole e all’auto-mitizzazione, racconta che il contratto tra la sua label e i Joy Division fu firmato con il sangue in un pub di Manchester. Più probabilmente, si trattò di un semplice accordo siglato con una stretta di mano, un “gentlemen agreement”, come era consuetudine agli albori delle etichette discografiche indipendenti. Factory Records, per quanto leggendaria e cruciale per l’importanza artistica, era gestionalmente precaria, lasciando però una relativa libertà di movimento agli artisti. In quel periodo particolarmente prolifico, i Joy Division concessero a una piccola etichetta francese, Sordide Sentimental, di pubblicare un singolo contenente due loro canzoni: la mesta e contemporaneamente maestosa Atmosphere e l’energica e tagliente Dead Souls.
Il 7” intitolato Licht Und Blindheit uscì il 18 marzo 1980 in tiratura limitata di 1.578 copie, accompagnato da una copertina pieghevole con inserti illustrati. Le immagini nell’artwork erano firmate da Anton Corbijn, la cui collaborazione con la band era iniziata in modo fortuito nel 1979 a Londra, quando l’ambizioso e sconosciuto fotografo olandese convinse Curtis e soci a farsi ritrarre sulle scale di una stazione della metropolitana.

Per quanto poco formale, il rapporto tra i Joy Division e Tony Wilson era fondamentalmente professionale, e non deve stupire – ne tantomeno scandalizzare – che la ripubblicazione di Atmosphere su Factory Records avvenne in occasione della tragica scomparsa di Ian Curtis, il 18 maggio 1980. Nel settembre di quell’anno, la canzone venne rilanciata su vinile 12″ con She’s Lost Control sul lato B. Il singolo raggiunse la cima delle classifiche Indie britanniche e conquistò anche il primo posto in quelle neozelandesi. Nel 1988, in occasione della pubblicazione della compilation gemella Substance dei Joy Division (quella dei New Order è dell’anno precedente), Anton Corbijn fu nuovamente chiamato per tradurre in immagini la visione artistica dei Joy Division, questa volta attraverso un videoclip.
Il video, girato in un rigoroso bianco e nero dal forte contrasto – e che ricorda inevitabilmente per stile e messa in scena altri lavori firmati da Corbijn, si pensi a quelli realizzati per i Depeche Mode e U2 – mostrava figure incappucciate, bianche e nere, con segni positivi e negativi sulle spalle, richiamando l’artwork del singolo pubblicato sette anni prima. Le scene, ambientate in paesaggi desolati sotto cieli plumbei, davano l’impressione di assistere a un rituale strano e grottesco, con i cartelli raffiguranti i volti dei quattro membri della band portati a mano dai monaci incappucciati, come in una processione religiosa. Le loro goffe cadute e rincorse, pur bizzarre, davano un tocco di malinconica ironia, riuscendo a commuovere profondamente, proprio come il brano musicale che accompagna, premonitore della tragedia che stava per consumarsi.

Merito anche del talento visionario e alle rivoluzionarie tecniche di produzione di un ribelle dello studio di registrazione come Martin Hannett, creatore di mondi sonori inesplorati che da lì in poi avrebbero fatto scuola. Basta pensare agli Orchestral Manoeuvres in the Dark con Maid of Orleans o ai Cure con Plainsong, brani realizzati utilizzando parte dello stesso sontuoso tessuto sonoro di cui è fatta Atmosphere. Un tessuto sonoro, quello della band mancuniana, imprezziosito ancora di più dalle melodiche e inconfondibili parti di basso di Hook; uno dei marchi più di distintivi di tutto il post-punk.
Contrariamente a quanto molti credono, forse a causa dello status di culto assoluto raggiunto dai Joy Division dopo il suicidio di Ian Curtis, o per l’immagine iconica della copertina di Unknown Pleasures ormai riprodotta ovunque, il loro successo durante la breve carriera fu solo di livello modesto. Segno che forse i tempi non erano ancora maturi per loro e per una “rockstar” inusuale come il tormentato Curtis; un destino che aveva già accomunato molte influenti band prima di loro. Come ricorda Peter Hook in uno dei suoi libri: “I piccoli concerti che facevamo non pagavano bene e, per giunta, dovevamo sostenere le spese di viaggio. Prendevamo solo un piccolo stipendio e il manager teneva il resto. Eravamo una piccola band in una piccola nazione, una band che stava per sfondare quando Ian morì”.
Cruda verità che risuona anche nelle parole di Peter Saville, il designer di Manchester che creò le iconiche copertine degli album di Joy Division, OMD, New Order e altri gruppi della Factory Records. In un’intervista a Paul Morley per il libro From Manchester With Love: The Life and Opinions of Tony Wilson, Saville ha dichiarato: “La morte di Ian è il momento in cui i proventi delle vendite dei Joy Division creano un vero e proprio flusso di denaro nelle casse della label. Improvvisamente ci sono soldi, dove prima tutto si reggeva su un filo di speranza e si faceva il possibile. E all’improvviso c’è un potenziale inimmaginabile per fare qualcosa come l’Hacienda, che altrimenti sarebbe rimasta solo pura fantasia. Ma è costato la vita di Ian. Lo dico con il massimo rispetto (…) L’intera storia della Factory si basa sul capitale che è la vita di Ian, senza dubbio”.
Sarebbe lecito pensare che questo crudele scherzo del destino abbia cambiato le precarie sorti dell’etichetta, ma la storia del rock insegna che non andò così. Come ricorda Saville, l’Haçienda è stato un emblematico esempio di cattiva gestione. Diventato negli anni ’90 la mecca dei clubber di tutto il Regno Unito, arrivando a fregiarsi del titolo di “club più famoso al mondo”, il locale, in costante crisi finanziaria, si arenò nelle insidiose acque del caos amministrativo e dell’insolvenza, chiudendo definitivamente i battenti nel 1997, cinque anni dopo la fine della Factory Records, che a sua volta lo finanziava tramite i proventi dei Joy Division prima e dei New Order poi. Resta solo il conforto di perle immortali come questa canzone, e del magnifico video che l’accompagna.
