Everything But The Girl. “Missing”, la nostalgia come condanna
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Tony D'Onghia
- 8 Febbraio 2022
Per cercare di dare un senso alla propria ossessiva, onnivora passione per la musica e all’impossibilità di discernere in maniera critica tra questo o quell’altro genere – tra un cantante di area pop piuttosto che un autore di spessore e caratura superiore – il sottoscritto è arrivato, dopo anni di riflessioni, ad una sorta di conclusione. La personale percezione e preferenza per la musica è sempre avvenuta su tre livelli. Mente, cuore e gambe. Una distinzione che prescinde da codici di genere prestabiliti e che permette, di apprezzare tanto un brano di sperimentazione elettronica quanto una ballata cantautorale così come un remix house.
Ma con il passare del tempo questo tipo di gradimento per la musica ha acquistato un altra dimensione, più profonda e personale, e legata a filo doppio ai ricordi. È la tanto criminalizzata nostalgia, quella che permette di rivalutare a scoppio ritardato anche la peggior italo disco degli anni ’80, la stessa ascoltata – ed allora platealmente disdegnata – in uno dei tanti pomeriggi passati in discoteche di provincia durante l’adolescenza; e questo solo per fare un banale esempio – ed una dolorosa confessione.
Una voce che, volente o nolente, è sempre stata in grado risvegliare un senso di nostalgia nell’ascoltatore è – per antonomasia – quella della britannica Tracey Thorn. Dopo le prime esperienze, all’inizio degli 80s, nelle Marine Girls, la cantante ed autrice ha trovato il successo a fianco del compagno d’arte e di vita, e allora anche membro della stessa scuderia discografica, Ben Watt. Una relazione questa che ha anche fortemente influenzato la scrittura delle loro canzoni, dall’album di debutto Eden fino allo scioglimento del sodalizio.
Impegno sociale e temi del cuore si sono incrociati nei loro inizi, fino a far prevalere, nel corso della loro lunga discografia, decisamente i secondi, sempre offrendone però una visione positiva ed adulta, basata su un piano di emancipata parità, libera da traumi e drammi, come è invece molto spesso il caso nelle canzoni pop a tema sentimentale. Si ha così l’impressione di essere di fronte ad un tipo di testi autobiografici, in cui la coppia si riflette, analizza, interroga e mette in discussione, pacatamente, amorevolmente, canzone dopo canzone. Per trovare materiale narrativo che andasse a sondare acque più torbide però, Thorn si è cosi trovata costretta a lavorare di fantasia, immaginando le tensioni e le sofferenze della vita e degli amori degli altri. Alla luce di questo è interessante dunque notare come il loro successo da classifica più grande sia proprio quello dove le corde della commozione e della nostalgia più inguaribile sono quelle che più fortemente sono state toccate. Il brano è ovviamente Missing.
Contenuta nell’album Amplified Heart, 1994, l’anno di pubblicazione su Blanco Y Negro Records, ed uscita in versione singolo nell’agosto dello stesso anno, Missing non fu da subito il successo planetario che tutti ricordano. Nata dal bisogno del duo di esplorare nuovi territori musicali dopo il successo di Protection, realizzata in collaborazione con i Massive Attack, la canzone non rappresentò un enorme salto nell’ignoto per il duo, ben assestata tra pop levigato e radiofonico e sonorità da cantautorato acustico, del tutto coerente con il tono generale dell’album dal quale veniva estratta e con quello del precedente, altrettanto sofisticato The Language of Life.

Di sicuro sono la sintesi dei vari elementi e quel gusto dolce-amaro che lascia nell’ascoltatore, a renderla quel successo che con il passare del tempo si è rivelato. Partendo da versi iniziali che sono un esempio da manuale di scrittura pop, sinteticamente fulminante e profondamente evocativa: «I step off the train / I’m walking down your street again / And past your door, but you don’t live there anymore / It’s years since you’ve been there / Now you’ve disappeared somewhere, like outer space». Le voci di Tracey e Ben si incrociano, in maniera quasi impercettibile, in un chorus impossibile da dimenticare. Capolavoro nel capolavoro, l’accattivante e trascinante linea di basso che, affiancata ad una metronomica cowbell e ad un arpeggio di chitarra acustica, rimanda ai più irresistibili successi dell’epoca d’oro del pop targati Motown, mentre quasi subliminali parti di synth rendono l’ultimo ritornello, in una sorta di sommesso climax emozionale, se possibile ancora più drammatico e struggente.
Il video è firmato dal neozelandese Mark Szaszy, nello stesso anno anche regista del promozionale di Supersonic degli Oasis. In una ambientazione tra l’urbano ed il domestico, la coppia Thorn-Watt viene ripresa separatamente, il senso di distacco in atto tra i due amanti è solo suggerito, implicito ma inequivocabile. Particolare curioso, il ripensamento da parte della cantante riguardo alla scelta di ritrarre il compagno seminudo, il deperimento fisico – causato dalla Sindrome di Churg-Strauss da cui è affetto dal 1992 – esibito quasi casualmente. Un tipo di estetica usata anche per la copertina dell’album Amplified Heart e che la cantante si è ritrovata ad associare, con rimorso, ad una certa glamourizzazione della dipendenza da eroina tipica di quel decennio.
Nonostante la magistrale fattura e l’innegabile potenziale, la canzone stentò ad arrivare al successo sperato: «Anche se sapevamo che era la cosa più vicina a un successo da classifica che eravamo in grado di scrivere, la versione originale non arrivò a quel risultato. E anche quando arrivò il remix di Todd Terry nessuno gridò ‘Oh, questa si che è una hit’. Ci volle ancora un anno. Poi, quando finalmente arrivò nelle classifiche tutti dissero ‘Oh, era inevitabile, suona proprio come una una hit’. Beh, non lo era!», ha rivelato la Thorn al mensile Uncut. È infatti il remix ad opera del produttore e dj newyorchese – uno dei tantissimi che si sono poi susseguiti da lì in avanti – che è servito al rilancio del duo ed ha favorito un restyling che li ha portati ad abbracciare più decisamente la club culture ed i suoi stili musicali, come i seguenti album Walking Wounded e Temperamental hanno ben dimostrato.
Un sodalizio quello degli EBTG, come si diceva all’inizio, purtroppo terminato più di vent’anni fa, per lo meno dal punto di vista artistico. Pur restando una coppia nella vita, i due hanno preferito ritirarsi ed evitare le pressioni che il business musicale di un certo livello impone, dedicandosi piuttosto alla scrittura, al giornalismo ed ancora alla musica, e per quel che riguarda Ben Watt anche in veste di dj, produttore e label-owner, ma sempre e comunque in veste solistica.
Una delle cose che ha contribuito alla fine degli Everything But the Girl è stata la pressione di essere una coppia e una band insieme. Siamo insieme da molto tempo ormai e non si sente necessariamente il bisogno di far aumentare le cose che rendono la vita di coppia stressante
Tracey Thorn

Una scelta che li ha portati a non cercare mai più di cavalcare l’onda della popolarità che il vecchio marchio potrebbe ancora di sicuro offrire. Immuni a scelte dettate da tentazioni nostalgiche, e nonostante le richieste, fino ad oggi hanno preferito con grande coerenza non ripescare le hit del proprio repertorio. Mentre Watt rimane guardingamente abbottonato e difensivo riguardo al tema, sua moglie è più esplicita.
Ogni tanto io e Ben parliamo di fare qualcosa. Non necessariamente riformare gli Everything But The Girl – non credo che abbiamo alcun interesse nel cercare di far rivivere la cosa – ma sai, viviamo nella stessa casa, a volte pensiamo ‘Oh, potremmo lavorare un po’ a qualche idea musicale’, ma poi ci rimettiamo a lavorare ai nostri singoli progetti… Se entrambi fossimo nel posto giusto, se non avessimo altre cose in corso, e se avessimo un’idea che si sentisse collegata al presente… Non è facile lavorare e vivere insieme, ma ce l’abbiamo fatta. L’abbiamo fatta funzionare per un bel po’ di anni
Tracey Thorn
