Everything But The Girl. “Driving”, un dolce anacronismo
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Tony D'Onghia
- 7 Giugno 2024
Con l’arrivo della musica online, le abitudini di ascolto di milioni di persone in giro per il mondo sono cambiate radicalmente; questo lo avranno sperimentato tutti quelli che da un uso quotidiano del mezzo radiofonico sono passati – molto spesso senza davvero accorgersene – ai vari servizi di streaming e quant’altro. Con la tecnologia a orientarsi verso altre forme di riproduzione musicale, importanza e ruolo delle radio – uno dei media più diffusi ed amati fino ad un paio di decenni fa – sono stati ridimensionati, riadattati e riformulati. L’ascolto radiofonico della musica in sé e per sé è diventato un aspetto secondario; sia per chi la radio la fa sia per chi ne usufruisce. Tutto questo a scapito di un indubbio romanticismo e di un’ipnotica e indefinibile magia che questo tipo di esperienza portava con sé.
Il salire in auto e l’accendere l’impianto stereo settato casualmente può però ancora riservare piacevoli sorprese. Come quando parte una di quelle canzoni che già dalle prime note fa l’effetto di un incontro non previsto con un caro amico che non si vedeva da tempo. Sì, perché ci sono canzoni che paiono scritte apposta per essere trasmesse in radio e risvegliare precise sensazioni nell’ascoltatore. O addirittura canzoni che di per sé giustificano l’esistenza del medium stesso. Driving – per coincidenza brano dal testo d’ispirazione automobilistica – ne è un valido esempio.
Si tratta del primo singolo estratto dall’album del 1990 The Language of Life, quinto LP in studio degli Everything But The Girl, una canzone che spicca per orecchiabilità e un senso di leggerezza, magnificata da una produzione che traduce alla perfezione le sensazioni di un’indisturbata corsa in auto attraverso dei grandi spazi stradali; da una parte la voce di Tracey Thorn è più che mai lenitiva e balsamica, dall’altra la musica di Ben Watt insinua semi del dubbio, rivelando un’inquietudine squisitamente sentimentale.
Responsabile della regia del video promozionale, il britannico Michael Geoghegan. Tra i suoi video più noti quelli girati per Pulp, Jesus Jones, Thomas Dolby, Simple Minds, Kula Shaker ma soprattutto del successo mondiale di Enya, Orinoco Flow. E proprio come in quest’ultimo caso, anche in Driving il regista aggiunge un tocco personale, avvalendosi di effetti visuali che ritraggono Ben e Tracey – vestiti di tutto punto in stile retro chic – giustapposti a fondali dall’aspetto pittorico e dai colori pastello. Un particolare decisamente “d’epoca” che rende il clip, rivisto ai giorni nostri, ancor più nostalgico.
In questo senso, il sound estremamente sofisticato di Driving rispecchia alla perfezione quello dell’album nel quale è contenuta. Avvalendosi del contributo di turnisti di fama mondiale, The Language of Life accentuava la componente jazz del duo, da sempre elemento costituente dalla sua alchimia sonora. Con la produzione del vincitore di svariati Grammy Tommy LiPuma, al disco partecipavano Stan Getz, Michael Brecker, Joe Sample, John Patitucci, Omar Hakim, Larry Williams, Vinnie Colaiuta e Lenny Castro; in pratica l’élite smooth jazz statunitense a cavallo tra anni ’80 e ’90.
Ed è proprio l’estrema levigatezza e l’altissimo potenziale commerciale dell’album – specie dal lato statunitense – a renderlo non particolarmente amato dai fan più oltranzisti, ancora attaccati sentimentalmente al repertorio elettro-acustico e socialmente impegnato dei loro esordi o a quello contraddistinto dall’uso dell’elettronica della loro “conversione” dance. Oltre a questo, è impossibile non notare quanto il tipo di sonorità e produzione delle canzoni in esse contenute fossero già all’epoca quasi fuori tempo massimo, irrimediabilmente e inevitabilmente passé. Infatti, agli albori degli anni ’90, lo smooth jazz d’alto bordo al quale gli EBTG si ispiravano sembrava avviarsi sul viale del tramonto.
Nonostante il buon successo commerciale di The Language of Life, e l’inclusione di alcune delle più belle canzoni composte dal duo – si pensi a piccole perle come Meet Me In The Morning, Take Me e la stessa title-track – il risultato generale è talmente atipico che la stessa Thorne ne ha parlato in termini poco lusinghieri («È stato un tentativo preciso di provare a fare qualcosa che avesse un carattere, ma a posteriori, quando ci hanno chiesto perché avessimo preso quella direzione, non abbiamo saputo spiegare del tutto il perché»).
Un cambio di direzione musicale forse non del tutto riuscito. Volendo essere più benevoli, un dolce e nostalgico anacronismo. Proprio come una vecchia canzone ascoltata alla radio nel 2024.
