Blink-182. “All the small things”, ribaltare gli stereotipi parodizzando le popstar
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Elisa Torsiello
- 22 Agosto 2024
Era un anno strano quello del 1999, anno in cui punk, rock e rap si mescolavano come un Vodka Martini, agitato e (pure) mescolato al genere pop. Uno dei risultati più iconici di tale sperimentazione, oltre ai Green Day, ai Muse e agli Offspring, sono anche e soprattutto i blink-182. Irriverenti e fuori dal coro, per tutta una frangia di ascoltatori, la band americana ha sfruttato l’onda dello spirito di quel tempo, trasformando e attualizzando ciò che la band di Billie Joe Armstrong aveva iniziato con ben altri presupposti. Se Dookie (uscito nel 1994) – forte di brani come Basket Case e When I Come Around – è ormai considerato un album generazionale grazie all’unione perfetta di melodia, rabbia, periferie, noia e punk (come affermiamo anche nella nostra recensione), Enema of the state dei blink-182 (album che ha venduto 10 milioni di copie in tutto il mondo) è diventato a sua volta generazionale, perché responsabile di un’iniziazione di massa al genere rock nei confronti di nuovi e giovani ascoltatori.
Terzogenito di un gruppo ancora sconosciuto ai tempi in Italia, ma alquanto apprezzato negli Stati Uniti, grazie a quel suono skate-punk perfettamente inserito in un contesto tutto californiano, e mescolato a un gusto pop che lo allontana da una produzione più “impegnata”, Enema of the state è una galleria di brani goliardici, sostenuti da riff di chitarra e melodie orecchiabili. Ma il rock dei blink-182 è soprattutto un genere influenzato da quel canale catalizzante una generazione intera come MTV. Da studenti irriverenti, i blink-182 si faranno poi modelli da seguire (sebbene mai arrivando ai livelli dei Green Day), orientando la propria carriera verso una maggiore maturità musicale e di scrittura che ispirerà lo stile di gruppi pop-punk esordienti, come i Simple Plan, o i Good Charlotte.
Oltre ad Adam’s Song, What’s my age again?, o I miss you, a elevare i blink-182 a simboli di un’era è sicuramente All the small things, brano scritto nel 1999 da Tom DeLonge per la sua fidanzata (e poi ex-moglie) Jennifer Jenkins. Ottava traccia di Enema of the state pubblicato come singolo il 18 gennaio 2000, il brano non deve però intendersi come una tipica dedica d’amore; è piuttosto da considerarsi come un tentativo di rimediare a quella costante negligenza recriminata da Jennifer verso il proprio compagno, reo di parlare sempre di altre ragazze nei suoi testi, meno che di lei. All the Small Things si fa pertanto lettera di perdono arricchita di numerosi riferimenti a fatti realmente accaduti, come quella volta che, prima di entrare in studio per registrare, Tom ha spedito a Jennifer dei fiori, prontamente fatti trovare davanti alla porta di casa la mattina dopo (She left me roses by the stairs / Surprises let me know she cares).
Ma se All the small things ha avuto l’impatto che noi tutti conosciamo, inserendosi di diritto tra le intercapedini della cultura musicale di massa, è anche e soprattutto grazie al videoclip che lo accompagna. Diretto da Marcus Siega (regista tra l’altro di molti episodi di serie televisive acclamate come You, Dexter e True Blood) il videoclip di All the small things non solo è uno dei più visti e conosciuti dei blink-182, ma anche una pietra miliare mnemonica di un’intera generazione. Un successo favorito sicuramente dalla forza di un canale come MTV, contenitore video-musicale capace di far conoscere brani di ogni genere a spettatori ancora privi di piattaforme come Spotify, o Youtube. Una volta arrivati Napster, internet, e social-media come Instagram o TikTok, niente sarà più lo stesso. I blink-182 e i Red Hot Chili Peppers (con Californication) fanno appena in tempo a sfruttare gli ultimi bagliori di un periodo totalmente immune all’avvento dei social, imponendosi come le due band dalle maggiori vendite. I primi, poi, hanno molti fan giovanissimi, gli stessi che compreranno poi Avril Lavigne (Let Go uscirà nel 2002), rimanendo fedeli a un sound che molti di loro interiorizzeranno e replicheranno con le proprie band, oppure ricercheranno in altri album e artisti.
Forte di una musicalità coinvolgente, e di un ritornello facilmente cantabile, se il videoclip di All the small things ancora funziona è grazie soprattutto a quell’ironia pregnante già riscontrabile tra le barre dei testi, con cui offrire ai propri spettatori una rivisitazione parodistica dei grandi stereotipi del genere pop. Sono stereotipi prontamente presi, raccolti e ribaltati da una band che si nutre di quel nettare punk che la spinge a promuovere la libertà individuale, ribellandosi a una cultura di massa che rende tutti uguali e omologati a un medesimo sistema. E cosa c’è di più popolare e di massa, se non la musica di artisti come i BSB, Britney Spears, *Nsync e Christina Aguilera?
Slow-motion, corse sulla spiaggia, coreografie ben studiate, uso sentimentale del bianco e nero, capelli e abiti mossi dal vento, sguardi bassi: sono tutti elementi ricorrenti all’interno dei videoclip che hanno cresciuto un’intera generazione a pane ed MTV. I capelli mossi dal vento/ventilatore di un Tom DeLonge poi ripreso sulla tazza del water; il cartellone di una fan che rivela essere incinta di Travis Barker; il cane che trascina Mark Hoppus per la spiaggia: quelli reiterati pedissequamente, come un copione già preimpostato in partenza, sono adesso crismi del tipico videoclip pop che tra le mani dei blink-182 vengono raccolti e ribaltati con un gioco di ripresa atto a rivelare l’assurdità di un dato momento. Il passaggio da un’inquadratura più ristretta, a una più ampia, non è mai casuale, ma volto a esacerbare la componente parodistica, e a detonare l’aspetto più serioso di una determinata scena.
Dall’incontro dei fan urlanti di I want it that way dei Backstreet Boys, alla Christina Aguilera sdraiata sulla spiaggia di Genie in a bottle, passando per Livin’ la vida loca di Ricky Martin, Tearin’ up my heart degli *Nsync e Sometimes di Britney Spears, non c’è attimo, o videoclip che tenga: ogni istante si fa materiale da schernire con fare causticamente sarcastico. Molto più che semplice caricatura di attimi impressi nella memoria collettiva, i blink-182 andranno a denunciare la superficialità di racconto dei videoclip che i fan – risultati di una società frivola come quella americana – consumano con fare bulimico, fino ad anticipare quanto compirà da lì a poco – sia a livello testuale che visivo – Eminem con il suo The Real Slim Shady.
Andando contro la complessità degli stereotipi che vivono all’interno della musica pop, con All the small things i blink-182 intendono quindi opporsi a quel filtro illusorio di bellezza, perfezione, incolumità e aura divistica che attornia e caratterizza progetti commerciali come quelli che hanno segnato gli anni Novanta e i primi Duemila. Così facendo, la band si oppone alle imposizioni sociali, ai pregiudizi e a tutti quei preconcetti che soffocano la personalità individuale e che gli stessi fenomeni di massa, come le popstar, sono, malgrado loro, chiamati a rappresentare ed esaltare.
Eppure, c’è stato un momento in cui tale portata sarcastica era per i blink-182 un manto pieno di dubbi e timori. “Non è divertente; non farà mai ridere nessuno un video del genere” pensò Mark Hoppus quando il regista spiegò a lui e al resto della band il concept del videoclip. Mark non poteva essere più in errore. All the Small Things non solo divertì il pubblico, ma divenne sin da subito parte integrante dell’essenza stessa dei blink-182, un elemento ipertrofico del corpo di una band che ha saputo maturare, sciogliersi e poi ritrovarsi.
È un carattere fondante della loro natura di eterni Peter Pan, che amano prendere in giro, non prendersi troppo sul serio e riportare nel comparto musicale quell’essenza di divertissement che tanto caratterizzava film come American Pie e Scary Movie. Uno spirito libero che, ancor oggi stimola i ricordi e riporta una schiera di spettatori a un periodo in cui si era felici, e forse lo si sapeva.
