What We've Lost

What We’ve Lost #4: una montagna di neve (tienila all’ombra)

Torna dopo un breve periodo di stop la nostra rubrica What We’ve Lost dedicata a realtà discografiche indipendenti con un occhio di riguardo al territorio nazionale. Dopo l’oscura biciclettata della volta scorsa, protagonista di questo episodio è l’italianissima Sherpa Records (OmakeA Safe Shelter) di cui vi presentiamo tre (molto validi) dischi e una traccia in ascolto per ognuno. Nel caso in cui anche stavolta vi siate persi l’omaggio contenuto nel titolo, potete sempre rimediare qui.

Abiku, La Vita Segreta, 2014

«Una solitudine che annichilisce», per dirla con le parole di Murubutu; il secondo disco della band grossetese è attraversato da un nichilismo di fondo limpido e disincantato, ma che riesce intelligentemente a non far mai scadere la propria sottile disperazione in un macchiettistico cinismo. Bozzetti di grigia quotidianità e riflessioni obliquamente paranoidi, con la sensibilità e la consapevolezza di un animo fragile stabilmente e inevitabilmente calato nella «monotonia della vita moderna», per lucidi racconti di una rassegnazione che riesce talvolta a trasformarsi in propositivo superamento, tanto tra cinquemila anni saremo tutti morti, «ed a chi vuoi che importi?». Testi eleganti e mai banali che poggiano su un tappeto strumentale nitido e variegato, te(r)so tra dream pop, folk storto in scia Ex Otago e tentazioni più psichedeliche, e solcato da un’attitudine vagamente indie nell’accezione più positiva del termine.

Morning Tea, Nobody Gets a Reprieve, 2014

L’esordio di Mattia Frenna con il moniker Morning Tea è un piccolo gioiello di pop cantautorale anglofono rilegato dai morbidi arpeggi acustici del folk più intimista, ora vagamente alienanti e martellanti (Grey Eyes), ora trasogna(n)ti e riflessivi (Last Night, To Alex), magari arricchiti da armoniche e coretti condotti con grande classe (A Place Like Home) e a cui si intramezzano alcune riuscitissime ballate pianistiche molto minimali (The Free World). Tutto il disco riesce a mostrare, senza mai perdersi, una grande eleganza formale e uno squisito senso di frugale e genuina semplicità. Sarà amato profondamente da chi coccola il proprio spirito con Nick Drake ma anche con cantautori moderni e dall’animo più pop come Ben Howard o Damien Rice, oppure, per restare più dalle nostre parti, The Sleeping Tree ed Erio.

Dust, On the Go, 2015.

È semplicemente un florilegio di commistioni differenti e disparate, questo primo disco dei milanesi (Cormano, per la precisione) Dust. Un’anima profondamente inglese (Editors e Interpol per capirci), lontani(ssimi) echi americani da War on Drugs e una leggera sfumatura dark-wave (sentire il basso dell’iniziale (Our Alien) Millenium per credere), oltre a qualche vaga reminescenza post punk. The National è un nome che sicuramente potremmo spendere per raccogliere e semplificare tutto questo, ed effettivamente siamo proprio da quelle parti, senza però cadere nel facile e banale citazionismo del già sentito. C’è nitida qualità, disseminata ma pulsante, immediatamente avvertibile tra le tante pieghe del suono Dust, ricco, stratificato e sicuramente molto ragionato (nel senso positivo del termine), forse semplicemente maturo. Arrangiamenti curati e levigati, poliedricità delle fonti che procede di pari passo con un’ottima ispirazione compositiva: On the Go è un esordio in cui immergersi e che poco, se non nulla, ha della classica opera prima.

SentireAscoltare