Temporali

Rock-arte da una stella nera

Il giorno dopo, e il giorno dopo ancora, e ancora, è stato difficile parlare e scrivere a proposito della morte di David Bowie. Ma solo perché di cose da scrivere e dire ce ne sarebbero state tante, troppe, ognuna capace di ulteriori ramificazioni. Molte infatti ne abbiamo lette, tanto da farci pensare che lo spettro degli argomenti sia stato già ampiamente esplorato, in parecchi casi anche molto bene. Restano e resteranno tanti aspetti da scandagliare, quelli più intimi ovviamente. Infine (forse) ci sono le note a margine, i corollari, ricadute sullo stato delle cose che viste da qui, a una settimana dai fatti, sembrano un altro elemento tra i molti lasciati in eredità dal Duca Bianco, forse neppure tra i meno importanti.

Mi aggiungo quindi alla lista di quanti hanno sentito di dover dire la propria su Bowie, ma solo per sottolineare un aspetto laterale che questa vicenda a mio parere ha clamorosamente illuminato. Mi riferisco al fatto che il pop-rock come momento espressivo si è dimostrato, nel caso specifico, tutt’altro che disarmato. Anzi, al di là del successo in termini commerciali e di airplay che ha fatto seguito all’onda emotiva della notizia (è notizia recentissima che Blackstar sia il primo album di Bowie ad essersi guadagnato il primo posto nelle classifiche di vendita di Billboard relative agli USA), la proposta dell’ultimo album di Mr. Jones è sembrata fin da subito forte, intensa, pregna di senso e di conseguenze. La notizia della morte ci ha ovviamente fornito orecchie e sensibilità diverse per ascoltarlo, ed è proprio questo il punto. Se spesso “accusiamo” il pop-rock di essere moribondo – quando non defunto tout-court – per l’incapacità di sviluppare linguaggi inediti, sorprendenti, “attuali”, con Blackstar abbiamo assistito ad una di queste incarnazioni “moribonde” che ha saputo caricarsi eccome di senso e di urgenza, arrivando persino – ahinoi – a sovraccaricarsene.

In questo senso, nulla di nuovo: Bowie è sempre stato maestro nella gestione dell’eccezionalità di se stesso, una caratteristica che in punto di morte ha elevato a livelli di maestria assoluta. Musicalmente il disco non produce particolari elementi di novità: è un rock ibrido tra jazz e memorie breakbeat, ottimamente venato di striature wave e soul quasi fossero naturali portati mnemonici. Potremmo considerarlo – ebbene sì – un monumento, che mette in mostra un’attitudine jazz mai tanto evidente ma in fondo risaputa (Bowie nasce sassofonista) come un canovaccio sul quale schizzare la trama viva del passato. Una trama, appunto, viva. Quel che intendo dire è che l’urgenza, il senso, l’attualità di quest’ultima prova bowieana non va ricercata nelle specificità sonore, nella forma, ma in ciò che la sostanzia. Da giorni stiamo soppesando, indagando o semplicemente (vivaddio!) ascoltando un disco che racconta una circostanza irripetibile, se ne fa testimonianza. Si tratta di un evento clamoroso, certo, da capitolo nel librone della Storia del Rock, ma nella sua eccezionalità mette il dito in quella che potremo considerare la vera e propria piaga del rock ai tempi del social: la sua mancanza di senso.

Forse dovremmo accettare che dopo sessant’anni da che è caduto sulla terra, il rock abbia compiuto un percorso di maturazione che ne ha reso pressoché completo il codice espressivo, o se preferite sufficientemente ricco, strutturato, in grado di prodursi su qualsiasi terreno. Una possibile conseguenza argomentativa è questa: non è sul fronte delle invenzioni sonore, delle ricombinazioni strutturali, che dovremmo cercare il senso del pop-rock nel presente e nel futuro, ma nel suo modo di farsi carico della realtà. Magari facendo tesoro di tutti gli sbagli commessi nella stagione dell’impegno, impedendo cioè alla retorica di invadere il campo. Anche riguardo a quest’ultimo aspetto, il Bowie di Blackstar ci insegna moltissimo, per come ha saputo giocare sul filo di un’espressività enigmatica e profonda, spaziando in un contesto esteso, universale, che acquista senso evidente per tutte le allusioni alla (sua) morte, ma che resta valido come disco in sé, canzone per canzone. Un disco bello oltre gli accadimenti che lo rendono speciale, pur se impregnato di essi.

Oggi che nessuno più guarda al pop-rock cercando risposte o – più ancora – domande, che la Storia si è trasferita sul versante più rapido e ripido (anzi meglio: liquido) di cui le “canzonette” sono una soundtrack sempre più estemporanea, il pop-rock può scegliere di frantumarsi in un pervadente sottofondo o tentare di riprendersi lo scettro di coscienza sociale, in coabitazione con la letteratura, il cinema, il teatro, la danza, la fotografia, le arti figurative. L’ultimo atto di Bowie sembra dirci, persino gridarci: è tempo di restituire al rock la sua condizione di arte tra le arti.

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