Re-boot

Re-boot #25

Lo avevamo messo in stand-by nel 2012, soprattutto per questioni di tempo, organizzazione e, in un certo senso, autoreferenzialità. Non era ancora l’epoca degli streaming diffusi ad ogni latitudine, di Spotify e degli album ascoltabili interamente on-line (o perlomeno non lo era come lo è adesso) e Re-boot (col “boot” a sottolineare lo “stivale” italico che tutti conosciamo) aveva finito per rappresentare un bel punto di incontro tra dischi e ascoltatori, seppur un po’ ripiegato su se stesso. Oggi vogliamo riprendere le redini di una rubrica in cui abbiamo sempre creduto e a cui siamo tuttora affezionati. In questa sede tratteremo dischi italiani che per un motivo o per l’altro (la necessaria selezione a monte tra uscite discografiche sempre più numerose e dispersive, lo spazio, le forze a disposizione, la linea editoriale) non raggiungono lo “status analitico” della recensione tout court ma meritano comunque una citazione e, soprattutto, un ascolto. Ecco. Lavoreremo soprattutto per darvi la possibilità di provare in prima persona il materiale trattato dalla rubrica, proprio per evitare gli steccati informativi più statici e le stanze chiuse a chiave.

Tocca ai forlivesi (e dintorni) Punto e virgola inaugurare il nuovo Re-boot, e miglior modo non si sarebbe potuto trovare. Gabriele Graziani (voce) e Alessandro Maltoni (chitarra acustica), nell’esordio L’uomo dei tuoi sogni (7.1/10), collezionano un cantautorato jazz di ottima fattura, minimale (ogni tanto spunta un sax compito, un violino, un contrabbasso e poco altro), ironico ma raffinato. Il Manifesto ideale è la divertentissima La vigile urbana, in cui il protagonista del brano fa di tutto per sposare la donna in divisa dei suoi sogni, per ritrovarsi un diligente esponente delle forze dell’ordine anche nell’intimità. Cesella il tutto l’immancabile Bruno Pizzul, chiamato a commentare una partita di calcio tra poeti e scrittori negli intermezzi tra un brano e l’altro.

Sempre cantautorato, jazz e territori limitrofi per Luca Loizzi. Il suo Canzoni quasi disperate (6.6/10), uscito il novembre scorso, è un bel compendio di ragtime, tempi in levare, melodie tascabili al pianoforte (Canzone filosofica), Paolo Conte e variazioni sudamericane (Estate di merda). Nulla di particolarmente innovativo, a dire il vero (l’ibrido scelto è di quelli testati ampiamente da altri prima di lui), ma c’è sostanza nelle undici tracce della scaletta, oltre che una bella attenzione per i testi. Disco elegante e ben suonato, tra contrabbasso, tromba, archi, clarinetto e molto altro.

Fiorino e il suo Il masochismo provoca dipendenza (6.8/10) sono una bella parentesi di surrealismo prestato alla canzone d’autore. Tra un tango inaspettato (Stornello dell’interfaccia) e un Dalla spintonato da Bugo (La buona occasione), un Sud America plagiato alt-rock (L’esca per le acciughe) e storie d’amore improbabili in punta di reggae (Verme solitario antropomorfo), il musicista spezzino srotola ironia e lo-fi, labirinti semantici e suoni prevalentemente acustici, in un album traballante, rilassato e giocoso che tuttavia nasconde buone idee. Il consiglio è di sperimentare il disco in prima persona, recuperando lo streaming integrale nella nostra scheda dedicata.

Altalena Boy/Vetulonia Dakar (7.1/10) è uscito a gennaio 2015 e raccoglie i due EP con lo stesso titolo del ventunenne Lucio Corsi in un unico album. Corsi è già un piccolo caso nel nostro Paese, e probabilmente raccoglierà molto di più in futuro, vista una scrittura cantautorale capace di una naturalezza che nasconde in realtà una maturità inconsueta per un giovane della sua età. La tracklist è un fiorire di storie su insetti, “ragazzi altalena” spariti nel cosmo, dinosauri, alieni. Un universo nonsense quasi rodariano mixato a una leggerezza nei toni che è molto più seria di quel che a prima vista potrebbe sembrare. Stupiscono la vena pop, certi accenni dylaniani (Cocomero) o à la De Gregori (Alieni), i testi cesellati e taglienti (Canzone per me) affidati in gran parte a una chitarra acustica. Nonostante l’apparenza, sembra di cogliere una sorta di idealismo musicale vecchio stile nelle corde del musicista toscano, e la cosa non può che farci piacere.

Il violino di Eloisa Manera segue le orme del violoncello di Julia Kent e confeziona un Rondine (7.1/10) piacevolmente in bilico tra classica, contemporanea e avant. Parentesi minimaliste (Transito) affiancate a tappeti di sovraicisioni (Strummula) riaffiorano in una tracklist che passa da un folk barocco miniaturizzato (Venezia) a certi afflati cameristici atomizzati e ricomposti (Paube), bordoni ambient inquieti (Niebla) e aspirazioni da soundtrack (Atardecer). L’album – che potete ascoltare integralmente nella pagina dedicata – è stato prodotto da Gianluca Cangemi (già al lavoro, tra gli altri, con UnePassante) e Luca Rinaudo e mostra un profondità di suoni davvero intrigante.

Luna Park (6.6/10) è il secondo disco lungo di Davide Solfrini, cantautore-rocker vecchio stile ma tutt’altro che banale, ed è uscito il 20 gennaio scorso. L’album si muove con passo deciso tra rock in stile Dream Syndicate (Bruno) e cantautorato (Lavanderia ricorda il miglior Finardi in versione West Coast), blues rielaborato (Mi piace il blues) e new wave (Luna Park, Hardcore), ballad convenzionali (Mai più ogni cosa) e parentesi meno consuete (Elvis), azzardando uno stile riconoscibile e personale. Uno come Giancarlo Frigieri non è troppo distante, anche se Solfrini mostra una scrittura più leggera, seppur caratterizzata da una certa concretezza.

Chiude questa puntata di Re-boot Roberto Paci Dalò con il suo Ye Shanghai (7.2/10). Il disco, uscito a novembre 2014, fa parte di un progetto musical-visuale del 2013 con al centro la vita a Shanghai prima del 1949 (in particolare, nel ghetto ebraico della città) e basato su filmati dell’epoca. Dalò riprende l’omonima canzone che dà il titolo al lavoro e la destruttura, dilatandola in un unica traccia della durata di un’ora che deborda in un’ambient pulsante, descrittiva e senza un attimo di cedimento. All’elettronica allungata che fa da filo conduttore alla narrazione, si sommano clarinetti persi in una dimensione spazio-temporale sospesa, elementi ritmici che ricordano Murcof e campionamenti trattati ed estratti dai filmati d’epoca, per un lavoro strutturato sulla lentezza che, tuttavia, tiene altissima la tensione. In questo caso, trovate alcuni estratti audio dell’album sul sito internet di Soundohm.

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