Temporali

Il residuo funzionale e l’eccezione passata

La notizia della pubblicazione di You And I, un nuovo disco di inediti di Jeff Buckley, ha provocato un prevedibile rumore social. Il registro dei commenti è stato altrettanto prevedibilmente negativo. Nel caso specifico, parliamo di una raccolta composta da quasi tutte cover risalenti a prima della pubblicazione dell’album d’esordio di Jeff. Non certo a caso, in scaletta è prevista anche una versione demo di Grace, quasi a certificare la natura di queste tracce come “tappa di avvicinamento” alla grandezza artistica. Diciamolo: non mi aspetto grandi rivelazioni, considerato anche che l’attitudine alle cover di Jeff è ben nota e documentata nei live più o meno ufficiali. A questo giro però il tono tra l’infastidito, lo scandalizzato e l’indignato di molti dei suddetti interventi – postati da semplici appassionati e addetti ai lavori – mi è sembrato inadeguato, fuori fuoco.

Certo, la vicenda del povero figlio di Tim è di quelle estreme: ad un solo, formidabile album ha fatto seguito un “culto mainstream” di grande portata, pasturato dalla pubblicazione di materiale che – a partire dall’incompiuto e travagliatissimo Sketches For My Sweetheart The Drunk – avrebbe meritato una più accurata selezione quando non un caritatevole oblio. Jeff Buckley è stato oggetto di una campagna postuma, orchestrata dalla madre Mary Guibert, che mette oggettivamente in crisi il concetto di ristampa finalizzata alla storiografia musicale facendola confinare pericolosamente con la più bieca speculazione. Un caso persino più grave del Caso per eccellenza, quello di Jimi Hendrix, il quale se non altro si era riservato il tempo di cambiare le sorti del rock mentre era ancora in vita. Tuttavia, anche inquadrata in questo percorso meramente speculativo, l’operazione You And I mi sembra del tutto coerente con le attuali linee guida dell’industria discografica. Linee guida che vivono la loro apoteosi soprattutto in questo periodo dell’anno: mi riferisco ovviamente ai box set variamente deluxe dedicati a Springsteen (The Ties That Bind) e Dylan (The Cutting Edge), così come a Small Faces, Jam, Them e via discorrendo. Titoli che si propongono come viaggi nel tempo alla scoperta di quello che accadeva e come accadeva quando il rock era ancora in grado di produrre eventi significativi (in certi casi persino decisivi) per le sorti della cultura, della moda, del modo di essere e vivere.

jeff buckley-you and i

Appurato che il pop-rock non è più ingrediente fondamentale del presente ma al più la tessera di un puzzle che si ricompone ogni giorno all’interno del vasto scenario di esperienze condivisibili, le case discografiche si rifugiano nella suggestione consolidata del passato, ti chiedono di partecipare ad un gioco di ruolo in cui il rock è ancora tra i protagonisti, per non dire IL protagonista. E funziona: il brivido che avverti quando Dylan canta una versione tumultuosa di Visions Of Johanna è quello di una sfida alle fondamenta stesse della Storia. The Cutting Edge e The Ties That Bind fanno proprio questo: ti mettono di fronte al turning point consolidato e alla ridda di possibilità ucroniche (folk che diventano rock, album doppi che avrebbero potuto essere singoli o quadrupli) che avrebbero reso drasticamente diverso ciò che meravigliosamente è stato. È un’esperienza affascinante, soprattutto per chi ha un curriculum di qualche decennio di ascolti. Forse anche perché ci colpisce in un punto particolarmente vulnerabile, cioè nel fatto che non abbiamo imparato a fare i conti col progressivo accumulo di storia – appunto – alle spalle di una disciplina relativamente giovane come il rock. Dovremmo farlo: del resto, già nei Sessanta il rock guardava ai gloriosi Fifties, e ogni decennio successivo si è confrontato coi precedenti, finché – sul finire dei 90s? – il repertorio del passato non è diventato tutto quello che si poteva ancora dire, dando vita a generazioni successive di musicisti dediti perlopiù alla riarticolazione e ri-contestualizzazione, o semplicemente al revival delle forme passate.

Il rock non è morto, si è fatto organico, o – se preferite – classico. Nel momento stesso in cui è diventato tecnicamente possibile ascoltare musica ovunque, in ogni momento e situazione, il rock ha smesso di essere un propulsore ed è diventato abitudine, lenitivo, conforto. Come fenomeno sociale, da eccezione è diventato residuo. L’industria discografica ne ha preso atto e si è organizzata in tal senso: sfruttando il residuo in accezione sempre più funzionale (dalla radiofonia alle mille forme del jingle) e recuperandone l’eccezionalità sotto forma di operazione storiografica/nostalgica. In questo senso, l’uscita di You And I è del tutto comprensibile, del tutto normale. Personalmente, l’ho accolta col disincanto che merita ma anche con la curiosità di chi si prepara ogni volta a fare i conti con ciò che è stato. Perché essere appassionati di rock, oggi, è soprattutto questo. Sospetto che le cause vadano ricercate più nella direzione che abbiamo preso come animali sociali che non nella mancanza di talento o passione dei tanti, eccellenti musicisti che girano attorno. Magari è il caso di farsene una ragione.

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