I cosiddetti contemporanei

Hans Werner Henze. Un comunista neoclassico d’avanguardia

“[il mio è] un temperamento ‘contrappuntistico’ tipicamente tedesco del Nord proiettato nell’ ’arioso’ Sud” (H.W. Henze)

Non deve essere stato facile, per il popolo tedesco, immaginare la vita dopo il crollo del regime nazista e la seconda, pesante sconfitta in guerra nel giro di appena ventisei anni. Le ferite della crisi degli anni ’20 non si erano ancora rimarginate e già sanguinavano di nuovo. Insieme alle coscienze. L’orrore della guerra e dell’olocausto lasciavano nei tedeschi, all’indomani del secondo conflitto mondiale, un rimorso e un senso di colpa impossibili da lasciarsi alle spalle.

La voglia di cancellare il passato si riflesse in un atteggiamento radicale, che non ammetteva legami di continuità con la recente storia della Germania. In campo culturale, la politica censoria e autocratica del Terzo Reich, in maniera molto più intensa e restrittiva rispetto ai “cugini” fascisti, aveva praticamente tagliato i ponti con l’Europa, causando un prolungato isolamento, difficile da colmare. Un motivo in più ad accendere nelle nuove generazioni di artisti e intellettuali tedeschi un senso di rivalsa verso le ingiustizie della Storia. Un’ impresa resa più ardua dalla mancanza di punti di riferimento, dopo l’emigrazione in massa di buona parte degli artisti e intellettuali tedeschi che avevano pensato bene di rifarsi una vita altrove.

Ricominciare da zero era impossibile. Un salto nel vuoto non avrebbe risolto i problemi. E allora il primo passo fu quello di ristabilire i legami con la cultura europea spezzati dal nazionalsocialismo. Ripescando nell’eredità lasciata da Schoenberg e i suoi due allievi Berg e Webern, la giovane generazione di compositori nati attorno alla metà degli anni ’20, vide nella musica essenziale e sintetica di quest’ultimo il punto di partenza ideale. Le strutture ridotte all’osso, il senso di spazialità ricercato nel suono, l’annullamento del discorso musicale e del concetto stesso di melodia, apparvero ai giovani musicisti riuniti ai Ferienkursen di Darmstadt, segni di una purezza incontaminata.Il modo migliore per fare tabula rasa.

Un atteggiamento radicale non ammette compromessi, avendo il fine di rivoluzionare completamente la situazione preesistente. O con noi o contro di noi. Il motto del serialismo radicale escludeva ogni legame con il passato, fino a trasformarsi in ideologia. A pagarne le spese, furono quei musicisti che, pur avendo rigettato il nazismo, credevano ancora nella potenza comunicativa della musica e non guardavano di buon occhio l’isolamento in cui si stava rintanando lo strutturalismo di Stockhausen e Boulez.

Una delle vittime illustri dell’ostracismo di Darmstadt, prima ancora che John Cage arrivasse a sconvolgere i presupposti stessi della Nuova Musica, fu Hans Werner Henze. Il suo peccato era stato quello di “contaminare” la musica “pura” con scelte eclettiche e neo-classiche. In poche parole: un conservatore reazionario. Lungi dall’”uccidere” Schoenberg, come proclamò in un suo celebre articolo del 1952 Pierre Boulez (“Schoenberg è morto”, pubblicato sulla rivista “The Score”), è proprio il compositore del Pierrot Lunaire che Henze prende come punto di riferimento. Se per Boulez e Stockhausen liberarsi di Schoenberg vuol dire staccare definitivamente il cordone ombelicale con la tradizione, per Wolfgang Fortner e il suo allievo Henze, invece, ricucire è più importante che tagliare. In quest’ottica, il serialismo diventa nient’altro che un metodo compositivo a disposizione del compositore, che lo utilizza per i suoi fini espressivi. Un punto di partenza, dunque, più che un fine.

Dalla Gioventù Hitleriana al P.C.I. passando per la Cuba del “Che”

Nato nel ’26 a Gütersloh, un paesino della Westfalia, Hans Werner Henze è costretto a subire, da adolescente, le convinzioni naziste del padre. Non potè evitare di iscriversi alla Gioventù Hitleriana (chissà se lì ha avuto modo di conoscere un certo Joseph Ratzinger), ma non manifestò mai piena adesione volontaria al regime. Anche perché non ne ebbe tempo. Aveva appena diciotto anni quando fu fatto prigioniero di guerra dagli inglesi, poco prima della resa dei tedeschi. La guerra finì, ma Henze, musicista ancora in erba, non arrivò a subire la demonizzazione di cui furono preda colleghi più noti come Furtwaengler e Strauss, accusati di collaborazionismo solo per non aver abbandonato la Germania durante il regime. Ruoli scomodi, contraddittori, che non condizionarono, invece, la generazione successiva.

Ironia della sorte, la carriera di compositore di Henze cominciò proprio a Darmstadt, culla dell’anticonformismo musicale tedesco. Dopo gli studi giovanili, infatti, il giovane Hans venne attirato dall’avanguardismo dei Ferienkursen e dall’approccio innovatore che li contraddistingueva. Sono di questo periodo il primo Concerto Per Violino e la prima Sinfonia (1947), in cui la tecnica dodecafonica è alla base della composizione. Così come nel caso del “poema coreografico” Ballett-Variationen, primo approccio ad un genere, il balletto appunto, che in seguito, insieme alla musica vocale, rappresenterà uno dei maggiori interessi del compositore tedesco.

Il connubio con la “scuola” di Darmstadt durò poco. Spostata la sua attenzione verso il balletto, l’opera e, più in generale, la musica vocale, Henze inaugurò con Das Wundertheater, il suo felice rapporto con la letteratura e il melodramma, dando vita ad importanti collaborazioni con scrittori del calibro di Auden e Bachmann. Un rapporto che lo condusse direttamente all’opera, genere in cui meglio si identificò il suo stile eclettico, curioso incrocio tra la dodecafonia, Stravinskij e il jazz.

La prova di questo approccio a 360° è Boulevard Solitude, una rivisitazione in chiave moderna della storia di Manon Lescaut, che non rinuncia a vere e proprie citazioni dall’opera di Puccini. Una precisa dichiarazione di allontanamento dalle avanguardie e di avvicinamento ad un linguaggio più marcatamente neo-classico.

Come culla della sua “svolta”, Henze scelse l’Italia del sud, ricca di sole e cultura e meno omofoba (a quei tempi) della Germania, stabilendosi prima a Marino, un piccolo paesino del Lazio, poi ad Ischia e Napoli. L’amore per la melodia e la musicalità tipicamente mediterrane della Campania si insinuano nel suo stile, caricandolo di sonorità vive e sensuali. L’Opera Koening Hirsh, le Cinque Canzoni Napoletane (scritte per il famoso baritono Dietrich Fischer-Dieskau), il balletto Maratona di Danza (su libretto di Luchino Visconti) testimoniano questo nuovo approccio. O meglio, questa nuova vita. La scelta dell’Italia non è solo musicale, ma anche politica. Arrivato nella penisola, Henze si iscrisse al P.C.I., cominciando una militanza che lo ha accompagnato fino ad oggi. E che lo ha portato ad attraversare le contraddizioni del movimento e la crisi del socialismo reale, ad amare la Cuba rivoluzionaria per poi criticare il regime di Castro.

Tra Salisburgo e Montepulciano

Gli anni ’60 rappresentano la fase più militante di Henze ed anche un periodo particolarmente prolifico. I numerosi viaggi (Austria, Germania, Cuba, il ritorno a Roma) gli incarichi importanti (è insegnante di composizione al Mozarteum di Salisburgo e “visiting Professor” al Darthmouth College del New Hampshire) e l’interesse per il cinema e la musica da film, contribuirono ad accrescere la sua fama di personaggio multiforme, capace di far convivere nel suo stile il classicismo, i nuovi media, l’avanguardia e il pensiero politico. Summa di questa commistione di interessi sarà  Die Bassariden (1967), in cui la scelta di costruire l’opera come una sinfonia in quattro movimenti appare, più che un semplice omaggio al Wozzeck di Berg, un’adesione ai princìpi compositivi del più “classicista” tra gli allievi di Schoenberg.

Ma è il suo attivismo politico a condizionare maggiormente le opere di questo periodo, segnato dalla celebre Prima di Das Floss Der Medusa ad Amburgo. Alla presentazione dell’oratorio “volgare e militare” dedicato a Ernesto Guevara, fece abbastanza scandalo l’idea di suonare dietro il ritratto del “Che”, provocando il rifiuto di alcuni collaboratori di partecipare all’esecuzione. Così come stupirono le sue Prison Songs, basate su poesie di Ho Chi Min, soprattutto se accostate ad opere molto più sobrie come il ciclo di pezzi per chitarra Royal Winter Music, ispirate ai personaggi del teatro shakespeariano. Un dualismo, quello tra un approccio decisamente neoclassico (giudicato a quei tempi conservatore) e il sostegno convinto ad una musica veramente popolare, di matrice decisamente progressista.

Una contraddizione volutamente mai risolta, che lo rende un personaggio particolarissimo, l’unico a poter essere paragonato contemporaneamente a Kurt Weill, Hans Eisler, Igor Stravinskij e Alban Berg. Raggiunto il culmine del suo attivismo con l’opera We Come To The River, seguita ad una serie di lavori molto influenzati dal socialismo cubano (El Cimarròn, pièce per voce recitante e orchestra basata su un libro dell’autore cubano Miguel Barnet; la Sinfonia n.6; il Secondo Concerto per Violino), Henze si trasfersce a Montepulciano, in provincia di Siena, dove fonda il Cantiere Internazionale d’Arte, dedicato alla produzione della nuova musica.

E’ qui che viene presentata nel 1980 la sua opera per bambini Pollicino, divenuta col tempo celebre quanto Pierino e il Lupo di Prokofiev. L’istituzionalizzazione del personaggio, avviene proprio in questi anni. Compositore ormai anziano ed esperto, Henze si abbandona ad un lirismo più spiccato e ad uno stile più convenzionale con The English Cat (1983) e Das Verratene Meer (1990), senza tuttavia abbandonare l’impegno politico. La Nona Sinfonia “dedicata agli eroi e ai martiri dell’anti-fascismo tedesco” (1997) è l’esempio più chiaro e convincente di un antifascismo convinto e ancora duro a morire. E anche il marchio di uno dei compositori più prolifici del Novecento, che non accenna a fermarsi, a dispetto dei suoi ottantatrè anni. Con lui l’opera sembra non essere mai morta. Phaedra, la sua ultima fatica operistica è di appena due anni fa (2007). Ma nessuno crede sia l’ultima, almeno nelle intenzioni del compositore.

La risposta di Henze al periodo di riflusso politico che hanno vissuto e che vivono tutt’ora i movimenti progressisti è stato il rifugio in una realtà piccola. Una scelta simile al suo più giovane collega Salvatore Sciarrino, scappato dal caos della città per rifugiarsi nella tranquillità della provincia senese. Sono vicini da molti anni, ormai. Uno, Henze, vive a Montepulciano, dove da anni porta avanti i suoi progetti musicali; l’altro, Sciarrino, personalità molto diversa, ha preferito chiudersi nella meravigliosa solitudine di Pienza. Chissà cosa si dicono quando parlano di musica davanti ad una bistecca al sangue o ad un piatto di pici all’aglio. Ammesso che non siano vegetariani. Per il vino c’è l’imbarazzo della scelta.

The Essential Hans Werner Henze

Kammerkonzert per pianoforte, flauto e orchestra d’archi (1946)

Sinfonia n. 1 (1947, rev. 1963 e 1991)

Das Wundertheater (1948)

Ballett-Variationen (1949)

Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra (1950)

Boulevard Solitude (1951)

König Hirsch (1952–1955) testo di Heinz von Cramer

Undine (1956–1957)

Ode an den Westwind per violoncello e orchestra (1953)

Die Bassariden (1965)

Das Floss der Medusa, oratorio “alla memoria di Che Guevara” per solisti, recitante, coro e orchestra (1968)

Sinfonia n. 6 per due orchestre da camera (1969, rev. 1994)

Tristan per pianoforte, orchestra e nastro magnetico (1972–1973)

We Come To The River (1974–1976)

Pollicino (1980, opera per bambini)

Requiem, “Geistliche Konzerte” per pianoforte, tromba e orchestra (1990–1992)

Sinfonia n. 9 per coro e orchestra, da un racconto di Anna Seghers (1995-1997)

Concerto n. 3 per violino e orchestra “Drei Porträts aus Thomas Manns Doktor Faustus” (1996)

L’Upupa (2003)

Phaedra (2006-2007)

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