Gimme Some Inches #40
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Stefano Pifferi
- 5 Settembre 2013
Al rientro da una afosa estate, una notevole mole di formati strani ci attende a parziale giustificazione dei rumors sul sopravvento del vinile sugli altri medium di riproduzione musicale o della riscoperta “istituzionale” della cassetta con l’ormai prossimo Cassette Record Day. Piccola soddisfazione anche per noi che ci giochiamo spesso le nostre carte sui giri piccoli.
Non come quelli pubblicati dalla romana Mannequin, che girano a 12” e ci immergono nell’autunno incipiente con una buona dose di wave nelle sue varie declinazioni minimal o cold. Quelle che Dust e Light House, ultimi alfieri della label romana, ci regalano con questa doppietta sono due delle anime, molto distanti, della Mannequin. Da una parte il quartetto di stanza a NY Dust, combriccola varia per provenienze e background, tipica formazione da melting pot cittadino in Onset Of A Decimation spinge sul versante di una elettronica arty, tra slanci italo-disco virate dark, house acida da dancefloor alternativo, ipnosi da reiterazione e, su tutto, una neanche tanto latente volontà post-apocalittica che ce li fa apprezzare. Light House invece si posiziona in tono con lo standard dell’etichetta, con una dark-wave al femminile con una Dawn Sharp cantante eterea e sognante a puntellare una musica ostica e notturna, teatrale e sensuale, spesso tesa (la title track), a volte freddamente ritmata (i beat minimali di Walls Want Communion), quasi sempre suggestiva. Il mini In Their Image è una ristampa e di mezzo c’è anche un ex Rapture, Chris Relyea. Meritano l’ascolto.
Sempre a 12” gira un altro vinile made in Italy. L’autore è il nostro noiser preferito Claudio Rocchetti e l’etichetta che stampa lo one-side Pointless Vanishing Point è l’apprezzata Holidays: una lunga traccia in tre movimenti assemblata in solitudine, inspirata dalla land art di Robert Smithson, con suggestioni tratte dalla Trilogie De La Mort di Eliane Radigue e supporto degli spiriti affini Al Doum, Von Tesla e Stefano Pilia. In soldoni, basse frequenze e increspature di suoni ipnotici rotte da echi di psichedelie etno perse nelle nebbie del tempo per un lavoro concettuale e al solito molto suggestivo.
Diminuendo i giri di vinile, segnaliamo il ritorno dei Magik Markers di Elisa Ambrogio, Pete Nolan e John Shaw. Mrs. Chasny prepara il comeback lungo Surrender To The Fantasy previsto per novembre con un 7” edito sempre da Drag City e in cui convivono le due anime della formazione: quella marcatamente sperimentale e noisy e quella più intellegibilmente rock. La title track Ice Skater va di bassa battuta, voce angelicata e rock notturno e sussurrato, mentre il contraltare Machines va di deragliamenti noisy, effettistica degenerata, voci smostrate e guazzabugli da no future noise. Aspettiamo con ansia il successore di Balf Quarry.
L’altro 45 giri che abbiamo l’obbligo morale di segnalare è la prima uscita, remix esclusi, per i Goat dell’acclamato World Music. Dreambuilder e la sorella Stonegoat rinverdiscono il suono multiforme del disco lungo tra wah wah imbastarditi in modalità afro, ritmiche e percussioni ipnotiche, suggestioni hard psych e quant’altro è ormai entrato a tutti gli effetti nel lessico della band scandinava. Stonegoat poi meriterebbe un discorso a parte nel suo essere tremendamente sensuale e assurdamente retrò, tanto che a chiudere gli occhi ci si ritrova in qualche comune americana dei tardi ’60.
Un paio di segnalazioni anche per due dischi non-fisici. Il primo si muove su territori latamente impro-jazz ed è a nome NOS Project, collettivo ruotante intorno al batterista greco Chris Silver T., dedito ora alle manipolazioni elettroniche, e che vede la partecipazione al sax soprano del nostro Mauro Sambo, artista e musicista tanto attivo quanto interessante. Mud, me è una lunga escursione in una unica traccia per quasi mezzora di rarefazioni ambient in cui flauti (Paulo Chagas), violini (Matthias Boss) e chitarre (Michael Parque) creano paesaggi psichedelici di matrice quasi bucolica ma sempre tesi e vibranti, per una musica che guarda indietro – certi esperimenti 60s rock in opposition – così come in avanti: l’avanguardia, insomma, si manifesta sia nel mezzo di diffusione, solo digitale e in free dwld, sia nella apertura senza barriere ad una musica estatica e multiforme in cui elettrico ed acustico, corde ed elettronica trovano il loro giusto equilibrio per un lavoro suggestivo.
L’altro lavoro intangibile è quello de Il Capro, formazione immolata all’amore per horror soundtracks, prog nostrano, rock corposo dai timbri quasi stoner o sludge e tutte le suggestioni riscontrabili in influenze varie come Sunn O))), Sabbath, Badalamenti, Earth, George A. Romero e Goblin. Le Notti del Maligno vol.1: Il Riflesso della Morte, passo primo di una trilogia horrorosa, è una breve intro ad una via personale alla riscoperta delle fascinazioni cinematografiche – titoli come Jaws, Psycho o Rosemary’s Baby la dicono lunga – che ultimamente abbiamo avuto modo di riscontrare in numerosi e diversi progetti.
A conclusione dell’estate, un disco per l’autunno. La tedesca Denovali pubblica un interessante 10” a nome Floex, nom de plume del giovane compositore ceco Tomáš Dvořák. In Gone algidi paesaggi di increspature glitch si fondono con l’elettronica gentile e cameristica per creare lande sonore cullanti e notturne, contrappuntate da note di piano (opening, Saturnin Fire And The Restless Ocean, e chiusura, Time To Go), mostrandosi più ritmicamente accese quando, paradossalmente a reggere l’architettura sono voci suadenti come quella di Sára Vondrášková dei Never Sol nella title track. A testimonianza della caratura di Floex, il remix di Saturnin Fire… da parte della Hidden Orchestra. Buon autunno a giri di vinile.
