Recensioni

Si fa un po’ di fatica a pensarlo, ma con The Embers Of Time il buon Josh Rouse arriva a quota undici album. Non male, se paragoniamo la consistenza del repertorio alla fama. Una fama che difficilmente aumenterà con quest’ultimo lavoro, che pure si difende benissimo. Anzi, potremmo definirlo addirittura un disco esemplare, di quelli che ribadiscono la capacità del folk-rock (con attitudini pop) di immischiarsi con l’attualità sfruttando le armi di cui da sempre dispone: un armamentario di strumenti che sanno di comunità, di condivisione, e una franchezza calda, disarmante, che sembra esalare dai giorni, dalle paturnie, dai fotogrammi di felicità, dal dolore.
Dieci le tracce in scaletta, la maggior parte quasi degli esercizi di stile, quasi tutte però benedette da una grazia che commuove. Vedi il folk contagiato errebì come certe malinconie Van Morrison a fuoco basso di Too Many Things On My Mind, vedi il Paul Simon in direzione Dylan tra slide, vibrafono e fisarmonica di Time, vedi ancora il languore sperso da Mojave 3 imbambolati Red House Painters di Coat For A Pillow. Il registro è prevedibile, ondeggia perlopiù attorno ad una malinconia agrodolce, ma su questa frequenza Rouse ricama sfumature capaci di incantare, dal countrypolitan vellutato di Some Days I’m Golden All Night (quasi un Sufjan Stevens inorgoglito Ryan Adams) all’allegria di piano spiegazzata d’armonica in Crystal Falls.
No, questo cantautore nato in Nebraska, cresciuto nel Tennessee e trapiantato in Spagna non diventerà mai troppo famoso. Però troverà sempre qualcuno disposto a volergli bene.
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