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L’horror sta diventando sempre più il genere di riferimento nel cinema contemporaneo, specialmente anglofono, specialmente d’oltreoceano. Va da sé che diversi autori stiano cercando di modificarlo per creare una sua supposta forma più “alta”, mentre altri ne stiano sondando le caratteristiche per modellare il proprio percorso su di esse. Ci sono eccellenze e passaggi a vuoto da una parte e dall’altra, com’è normale che sia.

I fratelli australiani Danny e Michael Philippou si posizionano un po’ a metà, anche se la loro provenienza “ideologica” è da ricercare sicuramente nel secondo gruppo, come testimoniano i loro primi lavori sul web e il loro debutto nel mondo dei lungometraggi con Talk To Me, esempio di cinema che utilizza il genere come chiave per affacciarsi su orizzonti universali — in quel caso un tentativo di ritratto generazionale.

Pittura a mano.

Il passo successivo è Bring Her Back – Torna da me, pellicola dai presupposti diversi e decisamente più impegnativi, sia dal punto di vista creativo che produttivo. Innanzitutto, la firma A24 implica la necessità di un’operazione che tenga conto di alcuni canoni specifici, tanto dal punto di vista commerciale quanto (sigh) da quello estetico, in più c’è la volontà — e la “personalità” — dei due giovani registi di affermarsi come autori, ai quali certo non servono incoraggiamenti quando si tratta di fare e strafare.

La storia, sulla carta, è piuttosto ricorrente nel cinema horror (soprattutto quello rituale): due fratellastri, uno escluso e l’altra ipovedente — quindi entrambi molto fragili — rimangono improvvisamente orfani dopo la morte del padre, il cui cadavere viene ovviamente ritrovato da loro. Meglio se nelle condizioni più traumatiche possibili. La scomparsa è il motivo per cui i due vengono dati in affidamento a una signora (una Sally Hawkins inspiegabilmente macchiettistica), che desiderava solo la ragazza e che già ospita un trovatello: l’inquietantissimo Billy. Il vettore.

Due cuori e una capanna.

Su questa struttura classica si innesta l’altrettanto classica formula dello svelamento, in cui un elemento perturbante, metafora di un dolore ancestrale e collegato alla dimensione primordiale dell’essere umano, interviene ribaltando progressivamente ciò che è visibile. Tutto è così palese che i Philippou non si preoccupano minimamente di mascherarlo: la linearità è pensata (e costruita) come un gancio per attrarre il grande pubblico. Da questo punto di vista, i due eccedono nelle concessioni, soprattutto sul piano visivo — enormemente ammiccante — e, cosa più grave, su quello morale.

Dietro classicismo, prevedibilità e ammiccamenti, i due registi costruiscono il film che volevano davvero realizzare: una grande riflessione su come l’horror possa diventare veicolo per raccontare la disperazione umana più profonda, generando empatia attorno a quel tipo di dolore che rende impossibile elaborare il lutto, specialmente quando coinvolge figli e genitori. La scommessa è quella di trasformare inquietudine e repulsione in una spirale di angoscia sempre più asciutta, fino a toccare con mano la sofferenza di una madre, di un fratello e di una sorella. Se possibile, ammantandola anche di una certa poesia.

A un passo da te.

Bring Her Back – Torna da me è invece incredibilmente squilibrato, costretto a procedere per accumulo nel tentativo di far quadrare il discorso. A testimoniarlo è un terzo atto che si abbandona a una sequenza per molti versi pedissequa di momenti tensivi alternati a inserti splatter, per poi arrivare a una conclusione patinata ma, nella sostanza, piuttosto raffazzonata. Con buona pace dei riferimenti apocalittici a cui accenna.

La gestione delle implicazioni del meccanismo rituale resta comunque il fiore all’occhiello del cinema dei Philippou, centro di gravità intorno al quale costruiscono le loro pellicole e grazie al quale riescono a parlare alla contemporaneità: sia che si tratti della dipendenza che svuota le esistenze in Talk To Me, sia della tendenza a proiettare su un veicolo esterno le nostre emozioni più spaventose con il rischio di finire disumanizzati in Bring Her Back – Torna da me.

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