Sabato scorso l’investitura è arrivata in diretta, senza giri di parole. Dal palco Carlo Conti ha sciolto ogni riserva e ha ufficializzato ciò che a Viale Mazzini si sussurrava da settimane: Stefano De Martino sarà al timone del Festival di Sanremo 2027 come conduttore e Direttore Artistico.
La notizia, inevitabilmente, apre molteplici interrogativi. Per De Martino si tratta del primo, vero, gigantesco evento dal vivo da reggere sulle spalle. E non solo in veste di padrone di casa: il partenopeo dovrà anche selezionare i brani, trattare, convincere, mediare. Un compito che scricchiola se paragonato al profilo dei predecessori – da Conti a Claudio Baglioni fino ad Amadeus – figure con background e autorità tali da poter dialogare alla pari con etichette, management e artisti.
Perché costruire un cast non è solo questione di ascolti in cuffia. È politica, è persuasione, è forza contrattuale. L’era Ama lo ha dimostrato: riportare in gara nomi come Elisa, Marco Mengoni, Giorgia, intercettare i pesi massimi dello streaming come Blanco, Lazza, Geolier, Ultimo, trasformare outsider in casi discografici (vedi Tananai), non è automatismo burocratico, bensì un braccio di ferro continuo.
E allora quale sarà il peso specifico di un Direttore Artistico estraneo alle dinamiche dell’industria musicale? Dai vertici Rai filtra un nome da schierare in tandem: Fabrizio Ferraguzzo, oggi tra le tante cose anche manager dei Måneskin dopo l’uscita di scena di Marta Donà. Professionista competente, per carità. Ma il suo coinvolgimento solleva un tema non secondario: l’equidistanza. Conoscenze, collaborazioni, rapporti con major e agenzie di booking rischiano di trasformare la “consulenza” del producer in un terreno scivoloso. Non un dettaglio banale con cui fare i conti pronti-via.
C’è poi la questione della forma. Da un conduttore trentasettenne è lecito aspettarsi un cambio di passo, un refresh di linguaggio e una messa in scena meno polverosa. Ma De Martino non è Alessandro Cattelan: non ha un’impronta internazionale né un’estetica televisiva di rottura. Il suo stile è rassicurante, tradizionale, piacione. Difficile quindi immaginare uno strappo netto. Più probabile invece un Festival in continuità, estremamente prudente e concentrato sull’equilibrio più che sull’azzardo.
Non servirà attendere l’annuncio del cast. Le coordinate si decifreranno già dal regolamento, dal numero dei brani scelti, dall’astruso meccanismo di voti. E qui si innestano tre criticità strutturali. Primo: Sanremo Giovani, da anni ridotto ad un Hunger Games inutile da cui emergono, se va bene, un paio di brani sufficienti. Secondo: la latitanza degli ospiti internazionali, basti ricordare quanto abbiano pesato pochi minuti di Alicia Keys al pianoforte per alzare l’asticella percepita. Terzo: un sistema di votazione eccessivamente macchinoso, opaco, faticoso da spiegare e quindi da difendere.
Mettere mano a tutto questo richiede una sostanza specifica in possesso di pochi. Forse, guardandosi intorno, solo Paolo Bonolis, per fare l’esempio più scontato. Più probabile, invece, aspettarsi l’ennesima ripartenza controllata: un Conti 2.0 (o 1.0, dipende dai punti di vista), non certo una rivoluzione. Il tempo darà il verdetto. Ma le incoronazioni in diretta fanno scena; i Festival si vincono dietro le quinte.