«Ho ritirato fuori Borat per via di Trump, non vedo motivo di ritornare a vestire i suoi panni in futuro». Queste le parole – pubblicate da Variety – con le quali Sacha Baron Cohen ha dichiarato in sostanza concluse le avventure dell’improbabile giornalista kazako. C’è da dire che anche in occasione del primo fortunato lungometraggio, Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan del 2006 (263 milioni di dollari di incasso a fronte di un budget di appena 18), l’attore ne aveva dichiarato improbabile un seguito e questo per la mancanza dell’effetto sorpresa di cui avrebbe sofferto.
Eppure un sequel c’è stato. Borat – Seguito di film cinema si è sviluppato a partire dalla grottesca serie tv Who Is America? con sguardo privilegiato sulla nuova ondata di razzismi, antisemitismi e xenofobie assortite che gli Stati Uniti stavano vivendo sotto la Presidenza Trump. In quell’occasione, la scusa forte è diventata quella di sviscerare «un pericoloso lato dell’autoritarismo», e sono le parole di Cohen sempre sulle colonne del popolare magazine, ma anche quella di svelare i pericoli di «Trump e del trumpismo» con il Coronavirus a mostrare definitivamente i «letali effetti delle sue menzogne condite di teorie cospirative».
Finito tutto questo – e con un sequel pubblicato in tutta fretta per le presidenziali che, diciamocelo, rispetto al primo capitolo ha perso in freschezza, spontaneità e innovazione – pare dunque che il personaggio di Boris sarà messo in soffitta a tempo indeterminato. Rimane il fatto inconfutabile che, anche con tutti i difetti del caso, il film ci ha regalato almeno una scena immortale: quella con protagonista Rudy Giuliani e la sua mano nei pantaloni. Senza contare i battibecchi che sono seguiti via social e media vari, come ad esempio quello in cui The Donald dà a Cohen del degenerato bugiardo e questo gli risponde per le rime, o quell’altro in cui la figlia di Borat, interpretata da Maria Bakalova, riesce ad infiltrarsi alla Casa Bianca come giornalista.