A più di cinquant’anni dalla notizia ufficiale dello scioglimento più famoso e discusso della storia del rock, a pochi giorni dalle uscite della nuova ristampa di Let It Be (15 ottobre), del documentario Get Back di Peter Jackson (da fine novembre su Disney+) e della sua prossima raccolta di testi Lyrics – 1956 to the present, Paul McCartney è ritornato sullo scottante argomento.
In una nuova intervista, il cui contenuto è stato anticipato ieri (10 ottobre) dal Guardian e che verrà trasmessa integralmente dalla BBC il 23 ottobre, l’ex Beatle ribadisce con forza la sua versione dei fatti: «Non ho istigato io lo scioglimento. È stato il nostro Johnny […]. Il punto è che lui si stava facendo una nuova vita con Yoko. John ha sempre voluto liberarsi dalle restrizioni e dai legami sociali perché era stato cresciuto da sua zia Mimi, che era piuttosto repressiva […] Quella era la mia band, il mio lavoro, la mia vita. Volevo continuare, non volevo fare il solista; facevamo ancora musica piuttosto buona, Abbey Road e Let It Be non erano male. Avremmo potuto continuare ancora un po’ più a lungo».
Notizia scioccante? Non proprio. Da decenni ormai, grazie anche all’ottima biografia di Mark Hertsgaard A Day In The Life (1995), è risaputo che fu proprio Lennon, nel settembre 1969, a “chiedere il divorzio” agli altri tre membri del gruppo durante una riunione di affari alla Apple. Nonostante Abbey Road fosse in uscita, e ci fossero già progetti per un nuovo album, John aveva maturato la decisione dopo aver partecipato al festival rock’n’roll di Toronto qualche giorno prima. Su suggerimento del manager Allen Klein, però, aveva deciso di tenere la notizia segreta, comunicandola soltanto agli altri membri del gruppo.
La notizia ufficiale dello scioglimento fu data però il 10 aprile 1970, quando tutte le testate, a partire dal Daily Mirror, titolarono: “Paul quits the Beatles”. Di conseguenza, per anni, McCartney è stato additato come il principale responsabile dello scioglimento; uno stigma che lo ha perseguitato per anni e ha determinato, agli inizi della sua carriera, una grave lesione della sua immagine personale e artistica. Una versione dei fatti che, ancora oggi, il diretto protagonista nega con decisione. Ma come andarono veramente le cose?
Il Guardian riferisce che Paul, rispondendo alla domanda di “un giornalista”, avrebbe detto di non avere più rapporti con gli altri tre. Il punto è che quel famoso comunicato stampa (la press release dell’album McCartney) era composto da domande e risposte redatte dallo stesso McCartney; non c’era nessun altro intervistatore, anche se nominalmente figurava l’addetto stampa ufficiale Apple, Derek Taylor.
Indirettamente, è ancora lui a confermare, oggi. di aver “tirato fuori il gatto dal sacco” (“let the cat out of the bag”), perché si era “stancato di tenere lo scioglimento segreto”. Se nella sostanza fu Lennon a lasciare per primo il gruppo (pur mantenendo, pubblicamente, un profilo da Beatle per questioni promozionali e finanziare; ad esempio, fece una forte promozione ad Abbey Road parlando da membro della band), formalmente e irrimediabilmente fu McCartney a far saltare il tavolo in aria.
Nei fatti, fu lui a forzare la mano e a pretendere che il suo album solista uscisse prima di Let It Be (spostato, per questo motivo, a maggio 1970), rompendo definitivamente con gli altri tre e rivelando al pubblico che la band non esisteva più. E fu lui che, a fine 1970, intraprese un’azione legale contro Lennon, Harrison e Starr per lo scioglimento della partnership. Fatti per cui fu, nell’immediato e per gli anni a seguire, accusato sia dagli ex membri del gruppo (Lennon in testa) che dall’opinione pubblica di essere l’“assassino” dei Beatles.
Cosa in parte vera, anche se è piuttosto comprensibile come oggi senta il bisogno di fornire la propria versione dei fatti, ammettendo che “lo scioglimento era inevitabile”, aggiungendo però come “John voleva mettersi dentro un sacco per una settimana in un hotel di Amsterdam, e non potevi farci nulla. Ma lui e Yoko erano una grande coppia”. Inoltre, alcuni anni dopo, gli altri tre Beatles gli avrebbero dato ragione, intraprendendo a loro volta un’azione legale contro Allen Klein.
Insomma, Paul non ci sta a passare per il cattivo della storia. Ma, in effetti (anche se a buon fine), in un certo senso lo fu. Le questioni di affari e le vicende personali, poi, hanno fatto il resto. La verità è che tra lui e il resto della band si era creata negli anni una frattura insanabile. Non a caso, dopo l’abbandono di Lennon, lui si ritirò in Scozia e non ebbe più rapporti con nessuno dei tre, che invece continuarono per anni a collaborare e a occuparsi della Apple (si era persino pensato che Klaus Voorman potesse sostituire al basso McCartney in una nuova band post-Beatles).
Per il mondo fu una tragedia. Per la storia della musica, un evento epocale. Fu, più semplicemente, la crisi di un’amicizia. D’altronde, già nel 1996 in chiusura del documentario Anthology, un più saggio Paul aveva paragonato lo scioglimento dei Beatles a quattro ragazzi che progressivamente abbandonavano le amicizie giovanili per la vita adulta e il matrimonio, parafrasando il vecchio standard “Those wedding bells are breaking up that ol’ gang of mine”.
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