Può essere considerato il 2023 l’anno della 883 nostalgia? Forse sì, visto che, oltre all’annuncio di una serie diretta da Sydney Sibilia (che racconterà la storia del duo), Mauro Repetto è stato in giro per l’Italia per presentare Non ho ucciso l’uomo ragno (edito da Mondadori lo scorso settembre), un libro sulla storia del gruppo fondato con Max Pezzali. Repetto, il “biondino” alle spalle del frontman che si dimenava sul palco con i suoi balletti, ne ha di aneddoti di raccontare.
A cominciare dalle leggende metropolitane sul suo conto, una in particolare che qui smentisce una volta per tutte: no, non ha mai indossato il costume di Pippo al parco di Disneyland Paris.
Il libro ripercorre, come già detto, la nascita degli 883 e la sua vita post-rottura con Pezzali. Nato a Genova ma cresciuto a Pavia, Repetto conosce Max Pezzali al terzo anno di liceo scientifico: i due, un anno di differenza (Pezzali fu bocciato al terzo anno), iniziano a frequentarsi e a scrivere canzoni. Nel 1989 lui e Pezzali partecipano come duo I Pop ad una trasmissione televisiva su Italia1 condotta da un esordiente Jovanotti e, dopo aver fondato gli 883 e conosciuto Claudio Cecchetto, nel 1991 partecipano al Festival di Castrocaro con la canzone Non me la menare. Il successo arriva immediatamente con il loro primo disco, Hanno ucciso l’Uomo Ragno, ma Repetto (coautore di molte hit della band) non riesce a imporsi sulla scena nelle esibizioni dal vivo. Mentre Pezzali canta, lui si muove e balla sul palco, suscitando l’ironia della stampa.
E così, un anno dopo l’uscita di Nord sud ovest est, Repetto abbandona il gruppo all’apice del successo: “Il sogno che mi aveva nutrito mi stava divorando”, scrive nel libro. Fugge a Miami mentre gli 883 iniziavano a registrare il loro nuovo album, davanti a un Pezzali che non sembra scomporsi, e si mette alla ricerca di Brandi Quinones, una modella che aveva visto una volta di sfuggita (ma non la trova).
Poi il sogno del cinema, una truffa subita da un avvocato che lo convince di voler realizzare un film con lui, un incontro con Martin Scorsese a cui voleva vendere la sua sceneggiatura (fallendo ovviamente, troppa soggezione). Nel ’95, abbandonato il sogno americano, torna in Italia e tenta la carriera solista – fallendo. È a quel punto si reca a Parigi, dove comincia a lavorare a Disneyland nei panni di un cowboy (e non di Pippo). “Con il nasone rosso e le scarpe da clown mi facevo pena. Ora indosso i panni del cowboy ma ho acquisito la dignità”, scrive. Poi ha fatto carriera ed è arrivato ai ruoli manageriali: insomma, non è più il biondino tre metri dietro Max Pezzali – di cui fa un ritratto non proprio positivo, a dire il vero. Di lui scrive che dormiva fino alle due del pomeriggio, che è “tendente al grassottello”, “troppo concentrato nella sua parte, a diventar quello che non aveva mai voluto essere, un cantante, un leader”.
Ma tra i due sembra essere tornato il sereno, e infatti lo scorso anno ha cantato alcune canzoni sul palco assieme all’ex compagno finendo anche per collaborare a due brani per l’album Max 20. Tutto è bene quel che finisce bene.