A woman takes a selfie as her friend adjusts her makeup in a pink muhly grass field at a park in Hanam, South Korea, October 13, 2020. REUTERS/Kim Hong-Ji

Migliori album 2020. Le considerazioni di Fernando Rennis

La musica che ha segnato questo annus horribilis per Fernando Rennis

Basterebbe il Times col suo “Worst Year Ever” a definire il 2020, perciò faccio un disclaimer: di seguito la musica che secondo me ha segnato questi ultimi dodici mesi e la promessa di non citare nemmeno uno dei tanti motivi per cui quest’anno ce lo porteremo avanti per sempre.

Tengo fede al preambolo e vado dritto al punto: i Fontaines Dc. Gli irlandesi non hanno praticamente mai smesso di scrivere dall’uscita dell’ottimo esordio Dogrel. Il risultato interseca maturità, profondità e una dichiarazione d’intenti che hanno reso A Hero’s Death non solo una testimonianza di questo periodo storico, ma anche una prova di quanto sia importante non aver paura di mostrare i propri lati nascosti. La title track basterebbe a convalidare quanto scritto, ma il vero punto di forza del disco è il suo scorrere da principio come un flusso emotivo che il conterraneo Joyce non avrebbe di certo trascurato.

Mentre i compagni di etichetta Idles hanno mostrato i muscoli e calato l’asso raggiungendo il loro apice di carriera con Ultra Mono, i Fontaines Dc hanno dimostrato di avere una combinazione di colori più ricca, con sfumature meno omogenee. Lo stesso discorso si potrebbe sovrapporre ai lavori di Fiona Apple e Taylor Swift; la cacofonia di Fetch the Bolt Cutters è la colonna sonora perfetta per le immagini che in questi mesi passano sui nostri schermi, mentre Folklore ed Evermore sintetizzano il senso del tragico e il sentimento della tristezza cercando rifugio lontano da un frenetico quotidiano e suggerendo un escapismo fondato sulle emozioni.

John le Carré, che ci ha lasciato da poco, diceva: “Ogni scrittore vuole essere creduto”. E, per quanto artificioso possa sembrare, anche il pop ce l’ha chiesto nel 2020. La spensieratezza retro di Harry Styles, il retrofuturismo di Dua Lipa e le pene d’amore – aggiungiamoci anche quelle per il boicottaggio dei Grammy – di The Weeknd sono delle mani tese, un invito a immergerci in sound mainstream dove scrittura e produzione vanno a braccetto. Rientrano in questo gruppo anche Róisín Machine e Love Goes, a mio parere con una quadratura del cerchio meno evidente, e la bravissima Georgia che con Seeking Thrills resta in bilico tra hauntology, rave e italo disco.

Un dato incontrovertibile di questi ultimi dodici mesi è la qualità espressa da alcune artiste. Mi riferisco all’indie folk di Phoebe Bridgers, al cantautorato di Waxahatchee, al R&B di Rina Sawayama, al rock delle Haim e all’impeccabile electropop di Charli Xcx. Meno incisive mi sono parse Miley Cyrus, Kelly Lee Owens e Grimes.

Sul fronte “graditi ritorni”, forse non indimenticabili, abbiamo certamente gli Strokes e i Tame Impala, con buoni album e brani godibili ma qualche spanna sotto rispetto a quanto fatto fin qui. Tutt’altro discorso per gli essenziali, misteriosi e accattivanti Sault: con i loro due album RnB a sancire un’esaltazione della blackness senza fronzoli e orpelli. La musica e il nero sono gli unici contatti sonori e visivi con la loro arte e questo ci basta.

La radio e lo scrivere di musica mi permettono di ascoltare parecchia musica autoprodotta ed emergente, perciò vorrei concludere con qualche brano che ha avuto un bel po’ di miei streaming quest’anno. Sono stato incantato dall’eterea Hey Mother dei Mines Falls, dall’esuberanza di Richard (Says Yes) dei Palace Winter e dalla smithsiana Forever Young degli Afflecks Palace.

Il brano italiano che mi ha più colpito è stato Novembre, che ha sancito il ritorno di Iosonouncane e della storica etichetta Numero Uno. Tutti Fenomeni e Post Nebbia sono in cima alle mie preferenze “fresche”, mentre il flow di Ghemon, l’arte della scrittura di Colapesce Dimartino,  la produzione di Brunori Sas e le paure di Francesco Bianconi hanno segnato gli album che ho apprezzato di più.

Sicuramente qualche artista, disco o canzone mi sarà scappato (mentre concludo penso ai Porridge Radio, ma ce ne saranno anche altri!). È sempre difficile sintetizzare un anno, come scrivo sempre in questi casi: è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare. Il mio intento è sempre lo stesso: fornire qualche spunto, magari porre l’attenzione su qualcosa sfuggito ad altri. È la stessa motivazione che mi spinge a leggere i consigli altrui, seppure allergico al sistema di classifica. Ad ogni modo, il verso che porterò con me nel 2021 è un’affermazione presente. Non contiene passato e futuro, ma tra le sue parole c’è il bisogno costante di cose nuove, di ritorni alla normalità e – nello specifico di questo periodo – di musica dal vivo. Non è nemmeno un auguro, anzi più un monito ma di quelli che fanno bene, che aiutano a non vedere tutto nero.

Life ain’t always empty

Tracklist
  • 1 I Don’t Belong
  • 2 Love Is the Main Thing
  • 3 Televised Mind
  • 4 A Lucid Dream
  • 5 You Said
  • 6 Oh Such a Spring
  • 7 A Hero’s Death
  • 8 Living in America
  • 9 I Was Not Born
  • 10 Sunny
  • 11 No
Fontaines D.C.
A Hero's Death

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