Dopo aver chiuso la nostra classifica ufficiale del 2016 relativamente alla redazione e allo staff di sentireascoltare, vi presentiamo quelle dei singoli collaboratori, ognuna accompagnata da un testo di riflessioni e pensieri riguardo all’annata appena trascorsa. Di seguito quella di Ilaria Nacci.
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Premessa: non vogliatemene, ma lascerò da parte i “big” di quest’anno, tipo Nick Cave, David Bowie, Leonard Cohen, gli Stones e altri, non perché provi qualche forma di ribelle avversione per il “classico”, ma perché valuto questi musicisti secondo metri di giudizio diversi dal resto. Sono quel tipo di autori di cui è difficile mettere in dubbio il valore artistico – nel senso che forse Bowie sarebbe rimasto Bowie anche se Blackstar fosse stato un album di scaracchi influenzali. Quindi concentriamoci su altro. Potremmo dire che il 2016 sia stato un anno fortunato per l’hip hop grazie alle uscite di Danny Brown, del delicato e candido Frank Ocean, di Kanye West, Kendrick Lamar e A Tribe Called Quest, artisti molto diversi che pur rientrano tutti in una sola macro-etichetta di genere. Attiguo a questo mondo anche l’r&b dell’aggraziatissimo serpentwithfeet, che debutta con blisters EP. Per essere precisi, è stato l’anno dell’hip hop-trap (Young Thug in particolare), che è ahinoi arrivato anche in Italia con Ghali, Sfera Ebbasta, Achille Lauro e altri – come dimenticare l’imbarazzante discussione sulla trap nel programma di Fabio Fazio – il che dimostra la prosperità nel nostro Paese di un nuovo ambiente musicale, piaccia o non piaccia.
L’elettronica, declinata secondo le individualità di ogni artista, rimane il linguaggio più vicino al mio sentire attuale: l’elettronica che incontra i migliori autori degli ultimi 20 anni (Oneohtrix Point Never e Hudson Mohawke con ANOHNI nel disco Hopelessness, primo nella mia classifica personale), il grime sperimentale della boliviana Elysia Crampton, la finezza compositiva di Jaar, il romantico ma asciutto electro-soul di James Blake, il trip-hop ancora fresco e attuale dei Massive Attack, i Moderat, Tim Hecker, autori da cui non si può prescindere, a mio parere, per avere una visione ampia del panorama e del patrimonio musicale dell’oggi.
In alcuni album troviamo poi contenuti politici o pseudo-sociali: l’apocalittica ANOHNI, con i suoi testi, prende a schiaffi le nostre certezze e ci fa contorcere le interiora; gli inglesi punk-psichedelici Fat White Family sono strafottenti nei confronti di tutto e tutti, e le Pussy Riot danno alle stampe un EP ultra-pop anti-Putin e anti-Trump, a testimonianza di come il pop possa essere politico. O, ancora, M.I.A., che sforna uno dei video più potenti dell’anno, Borders, ma il brano purtroppo non fa parte di un disco altrettanto degno di nota. E a proposito di pop, quello sperimentale degli Animal Collective si splitta nell’album solista e intimista di Deakin, Sleep Cycle.
Il rock in Italia resta vivo grazie ai Verdena, che quest’anno si sono fatti un nuovo amico, ovvero Iosonouncane, con cui condividono la medesima ricerca di un suono peculiare e identificativo, riconoscibile nel tempo senza esitazioni, e un allineamento tra testo e musica senza eguali nella musica rock italiana. Rientra in classifica anche la giovane Birthh, un’eterea Elena Tonra nostrana, ma anche La Rappresentante di Lista, che si riconferma un ottimo gruppo indipendente con la cantante Veronica a rappresentare una delle voci femminili più calde in circolazione in Italia. E ancora, I Cani: facciamocene una ragione, sono una delle migliori realtà della scena nostrana.
Con l’intento di fare una classifica generica, restano fuori per mera questione di spazio molti altri artisti che quest’anno hanno pubblicato ottimi dischi: gli italiani Mary in June, Cosmo, Jolly Mare e Lorenzo Senni, Motta, I’m not a blonde, ma anche i lavori di Alessandro Fiori e Valerio Tricoli, dischi che ancora devo capire fino in fondo ma che non sono da sottovalutare. Fra gli stranieri mancano all’appello Bon Iver, PJ Harvey e i Radiohead, ma anche il giovane Oscar col debutto DIY brit-pop Cut and Paste e l’eclettico Kiran Leonard. Il 2016 può anche essere stata un’annata sotto tono, ma chi dice che bisogna continuamente sfornare capolavori? Per quanto mi riguarda, credo che la storia della musica la facciano anche gli album “solo” buoni, che però mantengono una loro attualità e la capacità di raccontarsi.
Serie TV: per me il vincitore assoluto del 2016 è il cinico ma fragile Bojack Horsman, personaggio costruito forse meglio di Pio XIII di The Young Pope. A seguire Stranger Things, la serie brasiliana e distopica 3%, Better Call Saul, Black Mirror e ovviamente Narcos.
- ANOHNI – Hopelessness
- Elysia Crampton – Elysia Crampton presents: Demon City
- Nicolas Jaar – Sirens
- Frank Ocean – Blonde
- Animal Collective – Painting With
- James Blake – The Colour In Anything
- A Tribe Called Quest – We Got It From Here… Thank You 4 Your Service
- Verdena / Iosonouncane – Split EP
- Suuns – Hold/Still
- Tim Hecker – Love Streams
- BIRTHH – Born In the Woods
- Massive Attack – Ritual Spirit EP
- Young Thug – JEFFERY
- Moderat – Moderat III
- Daughter – Not To Disappear
- La Rappresentante di Lista – Bu Bu Sad
- I Cani – Aurora
- serpentwithfeet – blisters EP
- Fat White Family – Songs For Our Mothers
- Deakin – Sleep Cycle