Quindici edizioni dopo la nascita, il Lilith Festival è diventato uno degli appuntamenti più riconoscibili dedicati alla musica d’autrice contemporanea in Italia. Dal 30 luglio all’8 agosto, Genova ospiterà un variegato cartellone composto da nomi internazionali e nuove realtà della scena italiana. Abbiamo intervistato le direttrici artistiche Sabrina Napoleone e Cristina Nico per approfondire la visione del festival, la filosofia della programmazione e il ruolo culturale che il Lilith continua a rivendicare.
«Le prime edizioni erano un modo per dire che esistiamo»
Quindici edizioni rappresentano un traguardo importante. Guardando al percorso del Lilith Festival dalla sua nascita a oggi, quali erano le esigenze culturali che vi hanno spinto a crearlo e in che modo la sua missione si è trasformata o ampliata nel tempo?
Le esigenze culturali – e sociali e umane! – che ci hanno spinto a crearlo restano sostanzialmente le stesse, anche se con gradi diversi di consapevolezza: se le primissime edizioni erano un segnale per dire che esistiamo, che esistono le cantautrici e le musiciste, oggi ci interessa sensibilizzare e nel possibile superare i gap di genere che esistono ancora nel settore musicale, in cui, come in altri ambiti, permangono problemi di sottorappresentanza nei cartelloni della maggior parte delle manifestazioni musicali e di rappresentazioni stereotipate delle donne e altre categorie di persone.
«Le donne che cantano e suonano non sono un genere a sé»
La line-up 2026 mette in dialogo artiste molto diverse tra loro, da Beth Orton ad Anna von Hausswolff, fino a nomi come Mille e Sarafine. Qual è stato il filo conduttore che ha guidato le vostre scelte e che cosa racconta questa selezione dell’idea di musica d’autrice che volete rappresentare oggi?
Racconta la varietà dei linguaggi che usano le artiste e anche un certo eclettismo che ha sempre caratterizzato le nostre proposte. Ci piace spaziare da chi usa in modo sagace le sonorità pop, come Sarafine, a chi ha la verve da rockeuse d’altri tempi ma è super-contemporanea come Mille, a chi è fautrice di una musica visionaria e di grande atmosfera come la svedese Anna von Hausswolff. Ci sembra giusto dare spazio ad artiste internazionali che hanno già alle spalle una lunga carriera, come Beth Orton, e ad altre che si stanno distinguendo in tempi più recenti per personalità autorale e presenza performativa, ma anche ad artiste emergenti che riteniamo meritino attenzione. Ci interessa che il pubblico sia incuriosito dall’eterogeneità delle nostre proposte ma che, se proprio deve scegliere, lo faccia in base a preferenze di sound, senza pensare che le donne che cantano e suonano costituiscano un genere a sé. Siamo un festival che mira a superare anche i gap di genere… musicale!
«Speriamo un giorno di non essere più necessari»
Ci sono artiste o progetti di questa edizione che ritenete particolarmente rappresentativi della direzione che il festival sta prendendo e che, in qualche modo, anticipano il futuro del Lilith?
Le artiste che ospitiamo per noi sono tutte rappresentative, come lo sono state quelle delle altre edizioni e lo saranno quelle delle prossime. Il futuro in tal senso ce lo indicheranno loro, i progetti che usciranno e quelli che resisteranno al tempo. Sperando prima o poi non ci sia più bisogno del nostro piccolo “ministero musicale delle pari opportunità”… Ma di strada ce n’è ancora da fare. Da un po’ di anni siamo anche etichetta musicale, vorremmo potere fare sempre di più per i talenti che scegliamo di sostenere.
«La musica d’autrice non è un’etichetta»
Oggi l’etichetta di “musica d’autrice” sembra includere linguaggi sempre più diversi, dalla canzone all’elettronica, dalla sperimentazione alla performance. Come interpretate questo concetto nel 2026 e quali trasformazioni avete osservato negli ultimi anni?
Per noi “musica d’autrice” non è un’etichetta, un genere a sé, come abbiamo già ribadito più volte. Non vogliamo fare riserve protette, ma riteniamo che la condivisione di un palco, l’esempio reciproco, rinforzi la fiducia in se stessə e possa aiutare lə artistə, soprattutto emergenti ma non solo, a proseguire nel proprio percorso con maggiore convinzione. In questi anni il numero delle cantautrici e musiciste è cresciuto ed è normale che si esprimano con linguaggi diversi. Sono cresciute anche la consapevolezza e la capacità di seguire le varie fasi creative di un progetto, dalla scrittura alla composizione fino alla produzione. Sono emersə artistə, anche in Italia, che hanno contribuito a incrinare un certo immaginario e i cliché che colpiscono particolarmente le donne. Resta sempre difficile portare avanti nel tempo il proprio progetto di arte e di vita: per questo c’è bisogno di un sostegno reale.
«Costruire reti è importante quanto organizzare concerti»
Il Lilith non si limita ai concerti, come dimostra anche l’appuntamento di Lilith Revolution dedicato all’incontro tra festival, collettivi e operatori culturali. Quanto è importante per voi che il festival sia anche uno spazio di confronto e costruzione di reti, oltre che una semplice rassegna musicale?
Molto. In questi anni sono nate e cresciute altre realtà che stanno facendo un importante lavoro nello studio e nel superamento dei gap di genere in ambito musicale e non solo. Pensiamo sia importante collaborare tra noi, creare occasioni per artistə ma anche per operatorə e addettə ai lavori a vario titolo, così da confrontarsi, farsi forza reciprocamente e costruire percorsi insieme. Lo faremo il 2 agosto con la giornata Lilith Revolution, a cui hanno già aderito realtà sorelle come Dinamica Cantautrici In Movimento, La Cantautrice ed Equally. Proveremo ad unire le forze e immaginare nuovi scenari.