La serata delle cover, si sa, è un mappazzone di creatività incompiuta: un luogo dove convivono intuizioni felici e interminabili quarti d’ora. Anche al Festival di Sanremo 2026 la tradizione è stata rispettata, con un’aggiunta di pepe dettata più dall’incertezza che dall’estro. In un’edizione gravata da un parterre di brani perlopiù inconsistenti, la notte dei duetti diventa inevitabilmente un salvagente narrativo: se le canzoni in gara non bastano a orientare il pronostico, ci si aggrappa a tutto il resto per intravedere una direzione.
Passano gli anni, il copione resta simile. Trenta canzoni, con i presunti “pezzi forti” distribuiti con sapienza strategica nella seconda serata, e una serie di esibizioni che oscillano tra l’improvvisazione paracula (citofonare Bambole di pezza con Cristina D’Avena) e la sufficienza accennata. Pochissimi, come sempre, i momenti davvero degni di nota. Tra cui uno che sta già facendo discutere.
È il caso di Dargen D’Amico, salito sul palco con Pupo e Fabrizio Bosso per una rilettura interessante di Su di noi. Il campione di Gam Gam – celeberrimo canto ebraico – e l’interpolazione de Il disertore (reso celebre in Italia da Ivano Fossati) hanno trasformato la performance in un campo minato simbolico. L’operazione è parsa a molti contraddittoria, soprattutto alla luce delle note posizioni filorusse attribuite a Ghinazzi. Ma, per chi conosce Dargen ben prima del successo pop di Dove si balla, la performance ha assunto i contorni di un dissing dal vivo in controluce: una capriola tutt’altro che ruffiana per un messaggio di pace talmente contorto da risultare, paradossalmente, coerente.
Tra i momenti centrati, impossibile non citare Ditonellapiaga con Tony Pitony (qui in versione clean) su The Lady Is a Tramp, poi trionfatori. Un numero di varietà costruito in maniera meticolosa, con tecnica vocale salda, presenza scenica calibrata e rilevante senso dello spettacolo. L’unico pezzo, forse, davvero preparato a lungo.
Meno fortuna per Tommaso Paradiso con gli Stadio su L’ultima luna, interpretata con rispetto ma non senza sorprese fuori dalla top 10. Destino speculare per la Besame Mucho in chiave jazz, solida e misurata, firmata da Serena Brancale insieme a Gregory Porter e Delia Buglisi: un trio serissimo, forse troppo, in una serata che premia l’impatto più che la finezza.
Occasione solo parzialmente colta per Arisa con Quello che le donne non dicono: il coinvolgimento del coro del Teatro Regio di Parma e dell’orchestra ha amplificato la solennità, ma una scelta radicale – magari un a cappella integrale, sulla scia di quanto fece Antonella Ruggiero nel 2007 – avrebbe probabilmente inciso di più.
Buona, invece, la discussa Mi sono innamorato di te di Chiello, rimasto orfano di Morgan (di cui è rimasta solo l’orchestrazione) a causa di divergenze artistiche. Una prova fragile ma di particolare intensità, così come la Falco a metà sostenuta da Gianluca Grignani (in buona forma) e Luchè, finalmente concentrato sul proprio terreno naturale, ovvero il rap puro. Visti i presupposti, il rischio situazionista temuto alla vigilia è stato evitato.
Piacevole, seppur telefonato, il divertissement di Sayf con Mario Biondi e Alex Britti su Hit the Road Jack: un numero rodato diverse volte durante i live dal ligure, tromba inclusa, che funziona perché non pretende di sorprendere. Elegante e intelligente inoltre Fulminacci, che chiama in causa Francesca Fagnani per una Parole parole a parti invertite, giocando con il testo e concedendosi un fan service tanto scoperto quanto legittimo.
Discorso a parte merita Sal Da Vinci. La sua Cinque giorni con Michele Zarrillo è apparsa più tremolante del previsto – mano compresa – forse schiacciata dal peso di un pronostico che inizia a pendergli addosso in modo estremamente consistente.
Il resto, con poche eccezioni, si è mosso nel consueto territorio dell’arraffazzonato: chi meglio, chi peggio, come sempre sulla midline. Ma da un cast così opaco era difficile attendersi una scossa diversa. La serata delle cover, ancora una volta, ha fatto quello che poteva: mettere in luce, più che i brani, le intenzioni. Ma esaurita la sbornia, non rimarrà pressoché nulla.