Pierfrancesco Favino e Adam Driver
Favino alla conferenza stampa di "Comandante", Festival di Venezia / Adam Driver in 'Ferrari'

La polemica di Favino: “Attori americani che interpretano italiani? È appropriazione culturale”

“Se un cubano non può fare un messicano perché un americano può fare un italiano? Solo da noi”

È giusto che attori americani interpretino personaggi italiani? No secondo l’attore Pierfrancesco Favino, che in questi giorni della Mostra del Cinema di Venezia ha scatenato il dibattito su un tema sempre più discusso tra gli appassionati della Settima Arte. Durante la conferenza stampa di presentazione di Comandante, film di apertura del Festival, l’attore ha infatti parlato di Ferrari di Michael Mann, anche questo presentato per la prima volta a Venezia. Come risaputo, a interpretare il magnate dell’automobilistica è Adam Driver. Niente di più sbagliato per Favino, secondo cui l’industria italiana dovrebbe fare “fronte comune” per far sì che ruoli come quello di Enzo Ferrari vengano affidati ad attori italiani e non a “stranieri lontani dai protagonisti delle storie, a cominciare dall’accento esotico”.

“Se un cubano non può fare un messicano perché un americano può fare un italiano? Solo da noi”, ha incalzato l’attore, tirando in causa il tema dell’appropriazione culturale. “Ferrari in altre epoche lo avrebbe fatto Gassman, oggi invece lo fa Driver e nessuno dice nulla. Mi sembra un atteggiamento di disprezzo nei confronti del sistema italiano, se le leggi comuni sono queste allora partecipiamo anche noi”.

Un questione non nuova

Favino aveva già sostenuto tale posizione ai tempi dell’uscita di House of Gucci, quando sempre Adam Driver interpretò Maurizio Gucci e Lady Gaga recitò nei panni di Patrizia Reggiani (“Gucci avevano un accento del New Jersey, non lo sapevate?”, ha ironizzato nel corso della conferenza stampa).

Uno dei produttori del film Ferrari, l’italo-canadese Andrea Iervolino, ha risposto senza mezzi termini: “Negli ultimi 30 anni il cinema italiano non ha creato uno star system riconoscibile nel mondo. Resta chiuso a collaborazioni internazionali che in un mondo globale ritengo al contrario utili alla crescita del settore. Gli altri Paesi non americani hanno avuto invece un approccio diverso e forse vincente dando vita e luce a: Banderas, Bardem, Cruz, Cassel, Cotillard, Kinnam, Mikkelsen, Schoenaerts, Kruger che sono oggi nomi internazionalmente riconosciuti con un notevole e comunque discreto valore. In Italia al contrario, proprio per valorizzare e lanciare talent italiani, bisogna fare film internazionali, inserendo nel cast un mix di attori stranieri e nostrani”.

In effetti, lo stesso Favino è uno dei pochi attori italiani che, negli ultimi anni, ha avuto modo di partecipare a produzioni hollywoodiane. Film ad alto budget che necessitano di star consolidate a livello internazionale, poi, difficilmente potrebbero commettere scelte diverse, questo soprattutto nell’ottica di un mercato, quello americano, che ha come target preciso un pubblico anglofono incapace di cogliere le sottigliezze negli accenti linguistici.

Mads Mikkelsen: smettere di doppiare i film

E proprio su questo punto, è intervenuto anche l’attore Mads Mikkelsen (presente a Venezia per Bastarden): “Farei una premessa: se in Francia, in Germania, in Italia e in Spagna smettessero di doppiare i film in tutte le lingue, questo potrebbe essere un elemento importante per affrontare il problema. Ma finché continuano col doppiaggio, a chi interessa quale sia la lingua, la cultura, d’origine? Non ho mai capito perché fate questa cosa, per me folle. Abbiamo visto Tom Cruise interpretare un ufficiale nazista con un leggero accento tedesco e poi diventare americano in piena regola da lì in poi. Puoi farlo in questo tipo di film, in altri invece li rende meno credibili“. 

A Favino, però, va contestata soprattutto una cosa: bisognerebbe chiamare in causa il tema dell’appropriazione culturale per questioni molto più serie. Soprattutto quando a macchiarsene sono stati i media italiani ai danni di minoranze, con conseguente mancanza di autocritica. E soprattutto, bisognerebbe riflettere sul perché pochi attori italiani hanno avuto le stesse possibilità di Favino all’estero. Sarà che nelle produzioni nostrane, al di là delle molte cose belle e interessanti che sono state create, sembra di vedere sempre gli stessi volti, sempre gli stessi nomi ai titoli di coda, un loop costante? (“Una volta c’erano i ruoli, per gli attori, adesso li fa tutti Favino” profetizzava Martellone in Boris).

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