Un nuovo emblematico capitolo si aggiunge a quello del cortocircuito tra geopolitica e pop culture, ma stavolta c’è un upgrade perché investe direttamente le dinamiche controverse della moderna industria discografica. Katy Perry è scesa sul piede di guerra contro la Casa Bianca, colpevole di aver utilizzato la sua celeberrima Firework come sottofondo musicale per un video di propaganda bellica pubblicato sul profilo TikTok ufficiale del governo statunitense.
La clip in questione mostrava filmati reali di recenti attacchi aerei e raid condotti dalle forze statunitensi contro l’Iran. Ad aumentare la tensione ci ha poi pensato la solita amministrazione Trump, che ha corredato le immagini con la didascalia: “L’Iran è stato avvertito”.
La reazione della popstar: “La mia musica non è un’arma”
La popstar si è immediatamente dissociata con un durissimo post condiviso sui propri canali social, esprimendo sconcerto e rabbia per quanto accaduto:
Sono profondamente sconvolta ed arrabbiata nel vedere Firework utilizzata dall’account della Casa Bianca per far da sfondo a filmati di attacchi militari. Io non ho dato la mia approvazione, non mi è stato chiesto e non lo condono assolutamente. Ho scritto questa canzone perché fosse un inno di speranza e guarigione e vederlo trasformato per fare da colonna sonora alla distruzione è una completa violazione di tutto ciò che rappresenta.
Ma l’ex giudice di American Idol è solo l’ennesima vittima eccellente di una sistematica operazione di pop-washing governativo sui social: nella lunga lista, casi simili hanno coinvolto anche Ariana Grande (e la sua Bye usata per ripulire l’immagine dell’ICE, l’agenzia per il controllo dell’immigrazione), Sabrina Carpenter (con Juno) e Olivia Rodrigo, che aveva accusato il governo di strumentalizzare la sua musica per veicolare messaggi d’odio e di intolleranza razzista.
Il cortocircuito e la questione dei diritti musicali
Nonostante la ferma presa di posizione di Katy Perry, la realtà contrattuale ed economica racconta però un’altra storia e svela il lato oscuro delle speculazioni finanziarie nella discografia moderna. Diversi analisti del settore hanno infatti sottolineato che l’artista non ha più alcun potere legale che le permetta di bloccare la diffusione del video. Nel 2023, la cantante aveva infatti ceduto l’intero catalogo dei suoi master e i diritti editoriali connessi alla Litmus Music per una cifra di circa 225 milioni di dollari.
Le massicce acquisizioni dei cataloghi storici da parte di fondi d’investimento privati – un trend che sta caratterizzando il mercato degli ultimi anni – aprono a uno scenario inedito e controverso: una volta ceduta la proprietà intellettuale, le canzoni non sono più estensione artistica di chi le ha composte, ma diventano asset commerciali puri. In questo modo, i nuovi proprietari possono concedere le licenze d’uso a chiunque – governi o apparati militari inclusi – senza dover richiedere l’approvazione formale degli autori originari. È così che l’artista perde la propria voce.