Un'immagine di Instafest

Instafest. L’APP del momento tra gli appassionati di musica, che scontenta chi con la musica (non) ci vive

Geoff Barrow e Tim Burgess ricordano a chi genera e condivide i propri festival immaginari che alle grandi piattaforme dei piccoli e medi musicisti non importa proprio nulla

L’idea alla base di Instafest è piuttosto semplice. Si tratta pur sempre di presentare dei dati aggregati con una grafica e un taglio piuttosto che un altro. Nel caso dell’APP sviluppata da Anshay Saboo, in cambio dell’accesso alle informazioni che Spotify ha raccolto durante l’anno che sta per concludersi (grossomodo le stesse che generano il resoconto di Wrapped), viene generato un cartellone festival ad hoc, proprio come quelli del Primavera Sound o Coachella, ma puramente immaginario.

L’idea è nata un giorno mentre ero a letto e stavo su TikTok. Molti condividevano video del Coachella e mi son detta, “come imposterei la line up se potessi scegliere gli artisti?”. Da qui lo sviluppo di una grafica personalizzata basata sui dati di Spotify. Sono partita da lì.
Anshay Saboo, TechCrunch

Gli artisti generati automaticamente dall’applicazione saranno tanto più grandi, a livello di font, quanto più li abbiamo ascoltati in questi mesi; viceversa, quelli più difficili da leggere saranno il prodotto con una frequenza d’ascolto minore. È inoltre possibile personalizzare l’arco temporale (tutto l’anno, sei mesi, o quattro settimane) e la grafica dello sfondo, scegliendo tra tre differenti possibilità: la velina Malibu Sunrise che ricorda i layout del Coachella, oppure quella di LA Twilight, stile Rock in Rio, oppure Mojave Dusk, che potrebbe ricordare il festival australiano Splendour in the Grass. L’app dà anche un punteggio in base a quanto di nicchia o viceversa mainstream è il festival risultato degli ascolti dell’utente. Si chiama Basic Score, e va da 0 a 100, con la cifra massima a corrispondere a un evento di sole star (ultra) mainstream.

Instafest è attualmente legata a Spotify e Last.FM, e in questo momento rappresenta un ideale passatempo per gli utenti che stanno aspettando Wrapped, una funzione della piattaforma svedese che permette agli utenti di esplorare le proprie abitudini d’ascolto nell’anno corrente (ovvero gli artisti, i generi, i brani e i podcast più ascoltati) tramite una accattivante sequenza di animazioni ed effetti grafici. E visti i cinque milioni di poster generati, è comprensibile che Saboo stia già puntando a espandere Instafest ad altre piattaforme come Apple Music, Deezer, YouTube Music e Amazon Music.

Chi ha manifestato il proprio disappunto nei confronti dell’APP sono due noti rappresentanti del circuito musicale, Geoff Barrow, noto per essere un terzo dei Portishead e a capo della indie band Beak>, e Tim Burgess, leader dei Charlatans ma noto e amato songwriter arty psichedelico, non solo in patria. Entrambi riducono erroneamente Instafest a Spotify, ignorando che si tratta di un’applicazione di terze parti, ma il punto non è quello. C’è poco da girarci attorno, i colossi dello streaming non fanno abbastanza per gli artisti medio piccoli che si ritrovano a non poter contare sulla musica che pubblicano per lo streaming e incontrano crescenti difficoltà a guadagnare con quella che propongono dal vivo, vuoi perché stanno sparendo le venue, vuoi perché è sempre più costoso, e dunque insostenibile per i più, spostarsi e gestire una tournée in generale (costi legati ad hotel, alloggi, cibo, benzina…).

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