Sly Stone, vulcanico bandleader dei Family Stone e tra i più dirompenti innovatori della musica afroamericana del Novecento, è morto all’età di 82 anni. A comunicarlo la famiglia in una nota diffusa lunedì 9 giugno: «Dopo una lunga battaglia con la BPCO e altri problemi di salute, è venuto a mancare circondato dai suoi figli, dal suo migliore amico e dalla famiglia allargata. Sebbene la sua assenza ci addolori profondamente, troviamo conforto nel sapere che la sua eredità musicale continuerà a risuonare per generazioni».
Nato Sylvester Stewart nel 1943 a Denton, Texas, e cresciuto nella Bay Area californiana, Sly è stato un enfant prodige della musica: virtuoso multi-strumentista, dj alla radio soul KSOL, produttore di talento per la Autumn Records, musicista per Marvin Gaye e Donnie Warwick, scopritore di Grace Slick prima dei Jefferson Airplane. Nel 1966, insieme al fratello Freddie, fonda i Sly & The Family Stone, band mista per genere e razza, simbolo di una nuova era.
I primi passi nell’industria discografica
Il loro primo successo arriva nel 1968 con Dance to the Music, ma è con Stand! (1969) che il gruppo entra nella leggenda: Everyday People diventa l’inno del movimento per i diritti civili, I Wanna Take You Higher incendia il palco di Woodstock. Il funk è una festa collettiva, un messaggio di unità, un sogno a colori.
Ma come spesso accade, il sogno si incrina. La paranoia cresce, la droga prende il sopravvento, le tensioni razziali e politiche degli anni ’70 cambiano il suono e lo spirito della band. Sly si chiude in una villa a Bel Air, si circonda di pusher, groupie e musicisti erranti, e inizia la lunga, tormentata gestazione di There’s A Riot Goin’ On (1971).
Ascesa e caduta
Quel disco è una rivoluzione a parte, scrivevamo in sede di recensione, una risposta oscura e solitaria al soul cosciente di Marvin Gaye (What’s Going On), un funk rallentato e tossico, registrato in solitudine con una drum machine al posto del batterista e strati di sovraincisioni. I pezzi sembrano dissolversi nel silenzio saturo delle stanze chiuse. Family Affair è una ballata claustrofobica, Thank You for Talkin’ to Me Africa è la versione catatonica di un inno passato, Africa Talks to You ‘The Asphalt Jungle’ è forse il brano più inquietante mai scritto da Sly. Riot è il funerale degli anni Sessanta, un disco che annuncia la fine dell’innocenza e del sogno hippie.
Dopo Fresh (1973), la qualità musicale resta ma l’equilibrio è compromesso. Il declino è rapido: litigi, armi, arresti, assenze ai concerti, tentativi falliti di ritorno. Negli anni ’80 collabora brevemente con George Clinton, ma finisce più spesso sulle cronache per problemi legali che sui palchi. Negli anni Duemila si parla di lui per le difficoltà economiche – vive in un camper – e per le battaglie legali sui diritti d’autore.
Vita da homeless e riabilitazione
Negli ultimi anni una parziale riabilitazione pubblica: la Rock and Roll Hall of Fame nel 1993, l’apparizione nel film Summer of Soul diretto da Questlove, l’autobiografia Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) pubblicata nel 2023 (recensita da Stefano Solventi), un libro senza sconti, dove l’ascesa è rapidissima, l’apoteosi esplosiva, la caduta lenta e crudele. Dagli eccessi ai sogni frustrati (un disco con Hendrix? Solo immaginato), dai campionamenti infiniti al concerto-matrimonio kitsch con Kathy Silva, l’autobiografia è l’appendice sanguigna di un repertorio che, anche nei decenni del disincanto, resta indomito. Ma Sly era già leggenda da tempo.
A testimoniarlo non solo i mille eredi: senza di lui non esisterebbero Prince, George Clinton, Outkast, D’Angelo, Kendrick Lamar. Ha rivoluzionato l’idea stessa di band, di groove, di messaggio politico in musica. Ha scardinato confini, stili, razze, formati. Ha portato il funk dalle piazze alle paranoie domestiche, dalle feste collettive ai vuoti interiori. Ha pagato tutto, ma ci ha lasciato una musica che continua a vivere, a bruciare, a battere.