Vederli e sentirli negli anni ’70 provocava sconcerto, negli anni ’80 le convulsioni, oggi sul palco di Sanremo è come affrontare lo sguardo di Medusa, si resta pietrificati. C’è solo una cosa che in natura si respinge con la stessa forza di due elettroni tra di loro: i Cugini di campagna e la teoria dell’Evoluzione.
Il falsetto da falsi fratelli Gibb – inamovibile, insostituibile, insopportabile anche per i cani abituati alle frequenze più alte -, tremebondo marchio di fabbrica, ce lo hanno risparmiato a sto giro, ma l’immagine da cosplayer di se stessi di fronte alla quale l’Eleganza ha gettato la spugna è intatta.
Shuggie Otis scrisse nei primi anni ’70 la meravigliosa Strawberry Letter 23; i Cugini di Campagna restano un passo indietro sul numero dello loro lettera peraltro scolorita, lontani un pianeta sul piano musicale, una galassia su quello delle parole.
Il richiamo palese è alle melodie degli anni ’70, alle loro ma anche a quelle degli Alunni del Sole e a quei Pooh con i quali hanno condiviso il palco dell’Ariston, cantando molto meglio però, questo va detto. E non ce ne voglia La Rappresentante di Lista, autori del brano, ma “Io non sono altro che un giardino / Senza neanche un fiore” è una metafora che un bambino delle elementari non avrebbe il coraggio di scrivere per paura di essere affidato a un insegnante di sostegno.
Tuttavia, alla luce delle brutture del terzo millennio spacciate per grandi cose, anche i Cugini di campagna vanno parzialmente assolti: per lo meno non hanno rubato alcun premio. La pena capitale si può alleggerire in lavori forzati a vita, permettendo loro di portare le zeppe e di vestire in look total-catarifrangente. Purché stiano lontani dalla musica una volta per tutte.