«Siamo profondamente addolorati nell’annunciare che il nostro amato padre, Brian Wilson, è venuto a mancare». Con queste parole, la famiglia del fondatore dei Beach Boys ha comunicato la scomparsa del musicista, aggiungendo di essere senza parole di fronte alla perdita e chiedendo rispetto e riservatezza in un momento di lutto condiviso con il mondo intero. Il messaggio si chiude con due parole che raccontano un’intera filosofia di vita e di musica: Love & Mercy.
Wilson si è spento all’età di 82 anni. Da tempo conviveva con un disturbo neurocognitivo simile alla demenza, reso pubblico all’inizio del 2024. La sua scomparsa segna la fine di una delle traiettorie più vertiginose, dolorose e luminose della musica del Novecento.
Origini: il ragazzo di Inglewood e il sogno della California
Nato a Inglewood, California, nel 1942, Brian Wilson era il primo di tre fratelli. L’inizio della sua carriera – come abbiamo visto di recente nel documentario su Disney+ – è inscindibile dal mito americano del surf e della California edonista e luminosa degli anni Sessanta. Con i fratelli Dennis e Carl, il cugino Mike Love e l’amico Al Jardine, fondò i Pendletones — nome che un discografico avrebbe poi modificato, senza consenso, in Beach Boys.
Il primo singolo, Surfin’, uscì nel 1961. Da lì, l’ascesa fu rapidissima. Con Surfin’ Safari (1962) e Surfin’ U.S.A. (1963), Wilson costruì un’ideologia musicale fondata sulla giovinezza, la libertà e il mare, ma dietro il mito del surf-pop si celava già una tensione diversa, un desiderio di profondità armonica e sperimentazione.
Brian Wilson e l’invenzione del produttore pop moderno
Sin dagli esordi, Wilson non era solo un cantautore o un performer. Era un produttore sui generis, tra i primi a concepire lo studio come uno strumento a sé stante. Già nei primissimi anni Sessanta, iniziò a lavorare per altri artisti come Jan and Dean, Donna Loren e Sharon Marie. Aveva intuito che il pop, per diventare arte, doveva emanciparsi dalla forma canzone standardizzata e aprirsi alla composizione orchestrale, alla polifonia, all’ambizione sinfonica. In questo, era molto più vicino a George Martin che a Phil Spector, di cui pure ammirava profondamente la Wall of Sound.
Il collasso e la nascita di Pet Sounds
Nel 1964, stremato dal tour e da un sistema discografico già predatorio, Wilson ebbe un attacco di panico e decise di ritirarsi dalle performance live. Da lì iniziò la fase più intensa e tragica della sua creatività. Mentre gli altri membri della band erano in tour, chiuso in studio con i Wrecking Crew — il miglior collettivo di session men dell’epoca — diede forma a Pet Sounds (1966), uno dei dischi più influenti e innovativi della storia del pop.
Con un set di strumenti che spaziava dal clavicembalo al theremin, Pet Sounds fu un’ode alla vulnerabilità, un requiem per l’adolescenza americana, un’opera che fondeva melodie celestiali, arrangiamenti barocchi e testi ad alternare dolcezza, nostalgia, disagio e malinconia. Al tempo fu un insuccesso commerciale negli Stati Uniti (arrivò soltanto alla 10ima posizione), ma entusiasmò i Beatles, che risposero con Sgt. Pepper. Solo anni dopo, il disco verrà rivalutato come uno dei più grandi capolavori del Novecento, fino a entrare nel 2004 nel National Recording Registry della Library of Congress per la sua rilevanza culturale e storica.
Smile: il sogno infranto
Nel pieno della sua fase creativa, Wilson progettò Smile, da lui definito “una sinfonia adolescenziale a Dio”. Un’opera utopica, spezzata da ansie, pressioni commerciali, disaccordi interni alla band e una salute mentale sempre più fragile. Il progetto fu accantonato nel 1967, lasciando solo tracce disseminate in bootleg e leggende.
Il fallimento di Smile segnò l’inizio di una lunga discesa. Wilson si ritirò progressivamente dal controllo creativo dei Beach Boys, mentre combatteva contro la depressione, la dipendenza da droghe e alcol e una serie di diagnosi psichiatriche. Aprì perfino un negozio di alimenti biologici, il Radiant Radish, quasi a cercare una normalità impossibile.
Landy, gli abusi e il ritorno in scena
Negli anni ’80, dopo un intervento familiare per salvargli la vita, Brian finì nelle mani del controverso psicologo Eugene Landy. Il loro rapporto fu al tempo stesso riabilitativo e profondamente manipolatorio. Landy prese il controllo non solo della sua salute, ma anche delle sue finanze e delle decisioni artistiche. Questo periodo, durato oltre un decennio, è stato raccontato nel film Love & Mercy (2014), dove Paul Dano e John Cusack interpretano rispettivamente il giovane e il maturo Wilson.
Nel 1988, Wilson riuscì a pubblicare il suo primo album solista, Brian Wilson, e lo stesso anno i Beach Boys vennero inseriti nella Rock and Roll Hall of Fame. Nel 1992, una causa legale promossa dal fratello Carl pose fine all’influenza di Landy: lo psicologo perse la licenza e ricevette un ordine restrittivo.
La rivincita di Smile e gli ultimi anni
La rinascita artistica arrivò nel 2004, quando Wilson—affiancato dal collaboratore Darian Sahanaja — decise di completare finalmente Smile. Il risultato fu Brian Wilson Presents Smile, un’opera che rielaborava il materiale degli anni Sessanta con nuovi arrangiamenti e una sorprendente lucidità. L’accoglienza fu trionfale, tanto da segnare una piccola rivincita personale e artistica.
Wilson continuò a pubblicare musica anche negli anni Duemila. Il suo ultimo album solista fu No Pier Pressure (2015), con ospiti come Kacey Musgraves e Zooey Deschanel. Nel 2016 pubblicò una memoir, e l’anno seguente due inediti: Run James Run e Some Sweet Day.
Eredità e riconoscimenti
Brian Wilson ha vinto due Grammy Awards ed è stato nominato nove volte. I Beach Boys ricevettero il Grammy alla carriera nel 2001, ma il vero riconoscimento per Wilson è nella mole di artisti che lo hanno citato come influenza: Paul McCartney, Thom Yorke, Panda Bear, i Daft Punk e molti altri. Ogni volta che ascoltiamo un ponte modulato, una progressione armonica inaspettata o una sovrapposizione vocale inquieta, c’è un frammento del suo spirito.
Wilson ha messo in musica la solitudine, la grazia e la paura di vivere. La sua storia è anche quella di come l’industria musicale può schiacciare i più sensibili. Ma è anche una storia di redenzione, di ritorno alla luce, e soprattutto di canzoni che non smetteranno mai di cantare.