Continuano gli incontri con personaggi del mondo musicale e non, in attesa del triplo appuntamento live con i Tuxedomoon a Bologna, il 2, 3 e 4 aprile, all’interno dell’evento realizzato da Laminarie/DOM la Cupola del Pilastro, con il contributo del Comune di Bologna e in collaborazione con Materiali Sonori. SA è media partner ufficiale della manifestazione. La testimonianza di questa puntata è di Simonetta Ottone (danzatrice e coreografa).
“Ho lavorato per la prima volta con i Tuxedommon, in particolare con Steven Brown, nel 1999. Danzavo per la Compagnia di TeatroDanza XE di Julie Ann Anzilotti, vicino Firenze. Mi resi conto di lavorare con un Maestro della scena musicale d’avanguardia, non solo per ciò che sapevo o avevo ascoltato, ma per come si approcciava a ogni scena, al più piccolo momento o cambiamento che avveniva nella coreografia. Steven sapeva entrare nel substrato emotivo e visivo di ogni minimo gesto, prenderlo, farlo suo, svilupparlo e danzare all’unisono con noi. Senza spartiti o griglie di partenza, come chiedono spesso i musicisti italiani.
Ebbi modo di lavorare anche con gli altri e capii ancora una volta di lavorare con artisti unici, capaci di seguire tracce, far esplodere situazioni, interazioni, costruire atmosfere, entrare nelle nostre geometrie fatte di corpo e ridisegnarle, ampliarle, restringerle, deviarle, farle nuove. I Tuxedo sono stati definiti in tanti modi: postpunk, new wave sperimentale, art – rock… Per me sono solo Steven, Blaine, Luc, Peter. Persone con cui ho lavorato e vissuto, sapendo di essere in compagnia di uomini colti e sensibilissimi, performer e musicisti d’eccezione, autori coraggiosi e artisti così compiuti da mantenersi umili e pieni di rispetto anche con noi semplici danzatori.
E risuonano in me il violino indomabile di Blaine in L“, la voce bella e strascicata di Steve in Desire, o le “fanfare” di fiati con il basso che ancora giù in Somnambulist e nella visionaria Ghost Sonata. Ma più che altro vivono in me tutte le ore di loro musica che faceva vibrare ogni granello di polvere del teatro, le interminabili improvvisazioni di Steven e Blaine, in cui si inserivano i due metri di pazienza e tecnica di Peter. E l’angolo vicino al camerino, dove Luc si esercitava con gli strumenti. E a volte la stanchezza, la tensione, smorzata con parole e battute semplici di noi danzatori. E gli improvvisi esercizi di yoga di Blaine, tra una sigaretta e l’altra, e la sua aria a volte un po’ buffa e stralunata.
E il passo morbido e elegante di Steve in scena, che seguiva noi e il suo sax, e i suoi riscaldamenti fisici con noi prima degli spettacoli. Il suo innamoramento per l’Italia, cucinare insieme nei tours, la bella tavolata dopo gli spettacoli. Darci la buonanotte la sera e farci l’un l’altro il caffè la mattina dopo. E gli sguardi pieni d’acqua e stanchi, e un abbraccio lungo, alla fine dell’ultimo spettacolo”.