Film
Andrew Stanton e Kenna Harris
Toy Story 5
-
Jacopo Fioretti
- 28 Giugno 2026
All’origine della lunghissima vicenda esistenziale di Toy Story, ormai trent’anni fa, c’era uno scontro dai significati profondissimi. Woody contro Buzz era analogico contro digitale, western contro fantascienza: l’America del mito della frontiera che passava di livello e si trovava a fronteggiare quella della frontiera spaziale. Due anime della potenza che guidava il mondo, destinate fatalmente a integrarsi. Oggi, in Toy Story 5, quella spinta viene ripresa e rielaborata in chiave femminile, ma tutto è cambiato.
La potenza è sbiadita e ripiegata su se stessa, e utilizza i giocattoli non più per rappresentarsi, ma per occuparsi di sé. Jessie è il nuovo sceriffo in città, Buzz è il suo vice, Woody ha la pancia, la chierica e i tratti dello straniero errante, mentre il resto della combriccola è poco più che un coro sullo sfondo. In questo equilibrio fragile, capace di garantire una felicità apparente a Bonnie senza integrarla davvero nel mondo, arriva come un meteorite apocalittico Lillypad, il tablet AI a forma di rana, che spodesta la rossa cavallerizza e risucchia la bambina in una dimensione digitale. Ancora, Woody contro Buzz.

Qui, paradossalmente, si innesta la vera svolta: pur riproponendo la dinamica classica, Toy Story 5 si concentra sui bambini, lasciando da parte i giocattoli e diventando un film che racconta inquietudine e isolamento. Una traiettoria che Pixar – con risultati alterni – ha già intrapreso da Inside Out 2, ma che Toy Story aveva solo sfiorato senza compiere del tutto. Non fraintendete: il Sid del 1995 segnalava già un’attenzione alla realtà infantile americana, ma restava uno strumento funzionale alla dimensione fantasy. Qui invece si ribalta il punto di vista: lo spettatore non si identifica più nei giocattoli, ma nel bambino.
Andrew Stanton (alla sua prima regia della saga, pur avendovi lavorato sin dagli esordi) e Kenna Harris sembrano interessati a raccontare famiglie americane sempre più incapaci di entrare davvero nella vita dei propri figli, anche a causa di una tecnologia percepita come minaccia e dunque demonizzata, proiezione di un futuro inquieto e potenzialmente ostile. Un distinguo non secondario, soprattutto perché nel film è presente anche una tecnologia “vecchia”, rappresentata invece in termini positivi. Il nodo, allora, sta proprio qui: nella difficoltà di integrare in modo convincente giocattoli e dispositivi dopo averli separati così nettamente.

Toy Story 5 prova comunque a costruire un ponte, tracciando un parallelo tra Jessie e Lillypad, entrambe impegnate in una gara silenziosa per “salvare” Bonnie dalla depressione e ridefinire il proprio ruolo. Due figure che mettono in discussione la propria funzione, entrambe idealmente al servizio di uno scopo più alto e, al tempo stesso, in posizione di controllo rispetto al resto del mondo narrativo. Significativo, in questo senso, che Buzz debba evolversi e moltiplicarsi per riequilibrare la loro centralità.
Il film assume così un tono più intimo, meno giocoso ma più dolce, nel tentativo di trovare un bandolo pedagogico e cinematografico nel caos dei tempi presenti: quello del tessuto sociale statunitense, prima di tutto, ma anche di una più ampia condizione di inquietudine e isolamento che riguarda tutti. Un obiettivo ambizioso, raggiunto solo in parte, perché se è efficace nel registrare la preoccupazione per il proprio pubblico e nel riflettere sul mutamento di postura verso il nuovo, le conclusioni tradiscono una certa ambiguità: la convivenza tra dispositivi e giocattoli non si compone davvero, resta una tensione irrisolta. Anzi.
Filmografia
Trailer
Voti
Vota
Amazon
