Releasing My Religion
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Giancarlo Turra
- 1 Settembre 2008
PREACHER’S BLUES.
David Eugene Edwards è un filo, metallico e battuto dal vento. Il filo che connette noi poveri mortali al Dio che ogni cosa vede e a qualcuna si rammenta di provvedere, ma pure quello che allaccia al male di vivere e al peccato. Quando ne canta, Edwards fa tutt’uno di Ian Curtis e John Fogerty, Jeffrey Lee Pierce e A. P. Carter, teso e stridente come una slide rugginosa. Gli riesce facile per la sincerità estrema, evidente sin dal volto – sottratto a una fotografia della grande depressione – e perché non sale su un piedistallo a evangelizzare, perché tra tutte le domande lui una risposta la trova nell’Altissimo e per l’anima che istilla in quel che fa gli credi. Perché è americano e in quel paese la Parola è Sacra. Lo capisci ancor meglio dal vivo, quando catalizza l’attenzione per la sola figura – definizione coniata da Matthew Fritch di Magnet: non ve n’è una più calzante – da “versione pentecostale del Keith Carradine di Kung Fu”. Non bastasse la musica che propone da tre lustri, cuore nero divulgatore di un southern gothic coi denti affondati nel blues, panacea e origine di ogni male. David Eugene è il filo che rispedisce alla fonte, alla tradizione rigenerata in sé stessa e salvata dalla morte grazie ai temi eterni che affronta. Come il nostro essere pietre che rotolano senza sosta, nell’incertezza di cosa ci attende.
DARK WAS THE DAY.
La spiegazione di tale agra e ruvida bellezza sta probabilmente in due fatti: un dato biografico che racconta David Eugene nipote di un predicatore Nazareno che soleva condurlo ai funerali, forgiando in lui il bilico esistenziale tra accettazione della morte e brama vitale; poi la formazione musicale avvenuta in gioventù, soppesata tra country e punk, (heavy) rock e gospel. Sempre e comunque sulla bilancia dondola l’individuo e da ciò trae forza, cercando un equilibrio che nella vita si può solo inseguire e non ci spetta. E’ roba destinata a “dopo la vita”, quella, per chi ci crede e il Nostro è tra questi. Il suo approccio alla classicità sonora del suo paese non può essere che iconoclasta, nondimeno priva di forzature, edificato su sottintesi sonori e autorità testuale ed esecutiva. Da ragazzo si appassiona alla batteria e ascolta Joy Division e Enstürzende Neubauten: logico che quando il folk lo investe come un carro in corsa verso il West, nelle mani resta il concetto percussivo applicato a chitarra e banjo, imparate sulla scorta di Leadbelly, Woody Guthrie, Hank Williams. Allorquando Denver e il Colorado cominciano ad andare stretti, va a Boston con i punkers Restless Middle Class: è il 1984 e non lasciano tracce. Ne consegue un ritorno a casa passando per Los Angeles, quando oramai siamo giunti al 1992 e la svolta dietro l’angolo. Qui i pochi fatti e non c’è altro che esuli dai dischi, più che mai pezzi di vita sua e nostra, e dai concerti dove Edwards incarna quel che canta e non si limita a raffigurarlo. Dubitate voi della visione di Hyeronimous Bosch, se ve la sentite.
Rinvenuti sodali di valore e fiducia nel batterista Jean-Yves Tola e nel bassista Keven Soll, arriva un contratto dalla prestigiosa A&M: il promettente mini omonimo (A&M, 1995; 7,0) anticipa di un anno l’esordio li scaglia nell’olimpo. Per chi ebbe orecchie attente, Sackcloth ‘N’ Ashes (A&M, 1995; 8,0) confermò – passaggio di consegne rappresentato dal cameo di Gordon Gano incluso – che una nuova onda nasceva sotto l’alternative country, rispetto a questo vieppiù catramosa e impastata di polvere e bruma. La fisarmonica ossessiva che sostiene American Wheeze, la chitarra Creedence che apre lo scatenato hillbilly Red Neck Reel, il west riverberato in I Seen What I Saw e Horse Head, le cadenze di Black Soul Choir portavano in dote un senso del passato giammai calligrafico; non suonavano accademiche o ripulite (Harm’s Way è davvero new wave fatta country), non bramavano né la Biblioteca del Congresso né Nashville, no.
Erano semmai tutte e tredici dirette verso i nostri recessi nascosti che ancora abitano dopo innumerevoli ascolti, come la perfezione che da subito rivelarono. Pascal Humbert, che imbracciò il basso agli inizi, fa ritorno nel 1997 in vece di Soll per una line-up allargata a quartetto col chitarrista Jeffrey Paul Norlander. Reclutato John Parish alla regia, Low Estate (A&M , 1998; 7,5) replica in modo convincente tramite il poker invasato e devastante della title track, di un’immane Brimstone Rock, di For Heaven’s Sake e Sac Of Religion. Due anni e un cambio di scuderia dopo, Secret South (Razor & Tie, 1998; 7,3) aggiunge un trio d’archi, la liturgia del pianoforte e Stephen Taylor alla sei corde. Approfondisce e non indica altre vie (come potrebbe, del resto?), ma la vitalità di Straw Foot, Clogger e del traditional Wayfaring Stranger non si levano dalla mente. Frattanto David ha dato vita al progetto Woven Hand e una certa indecisione scompiglia le carte, dal momento che Hoarse (2001, Glitterhouse; 7,5) è scintillante live che chiude il cerchio a colpi d’accetta e cover di Fogerty, Joy Division e Gun Club (quest’anno l’etichetta tedesca ne ha pubblicato un altro, buono ma che nulla aggiunge: Live In 2001; 7,0).
Spetta all’eccellente Folklore (2002, Jetset; 7,8) scandagliare a fondo il passato e confermare la statura di “autore classico” del Nostro, che mostra di aver inglobato la concezione sonicamente spartana di Woven Hand (tasti lontani e sgranare di violoncello affiancano la consueta strumentazione). Il rapporto col passato incontra l’epitome suprema in sei appassionate riletture di “traditionals” americani (letteralmente indicibile Sinnerman), europei (l’ungherese Outlaw Song; il valzer conclusivo La Robe A Parasol) e di Tuva (Horse Head Fiddle: mantrica). Il resto lo fanno originali all’altezza dell’Hank Williams di Alone And Forsaken e della Carter Family di Single Girl, qui affrontati da vincitore. Spetta a Olden (2003, Jet Set; 6,8) riordinare i cassetti, estraendone una sporca dozzina di demo inediti e versioni alternative del già noto, sancendo in tal modo la fine dei 16 Cavalli Vapore. Che si arrestano dopo aver creato un universo meraviglioso ancorché poco rassicurante per chi vi si addentra. Il segreto giace lì, ma lo avrete oramai afferrato.
COLD WAS THE GROUND.
Poco prima che la corsa dei 16 Horsepower finisca, come detto Edwards concepisce il progetto Woven Hand, grondante religiosità ancor più che in passato (il nome si rifà alle “mani giunte” in preghiera…) pur non discostandosi oltremodo dalla via maestra. Gospel e folk, salvezza e perdizione fungono ancora da spina dorsale: cambia la modalità dell’offerta, ora più intimista, come a sottolineare la natura di “paravento” solistico dove l’uomo di Denver lavora da solo a casa sua, più tardi chiamando a sé la vecchia conoscenza Steve Taylor. Un primo disco omonimo (2002, Glitterhouse, 7,2) rivela ambienti raccolti e meditati in chiave per lo più acustica, che del rock raccolgono il respiro da songwriter di Nick Cave. Spoglio, però, e nondimeno solido come una casa di campagna, insomma, le travi di legno a prima vista uguali e invece ognuna diversa: attacco appalachiano e sfarsi celtico (Arrow Head) o funerea formosità (The Good Hand) fa poca differenza. Ribadisce l’ispirazione e la volontà a diversificarne usi e costumi Blush Music (2003, Glitterhouse; 6,8), concepita per accompagnare la troupe di danza belga Ultima Vez tramite strumentali e rielaborazioni di pezzi dell’esordio: spicca una Ain’t No Sunshine, abusata cover che muta in un quarto d’ora di gospel-folk notturno. E’ un Edwards conscio della forza del cantautorato e delle proprie capacità quello che in Consider The Birds (2004, Sounds Familyre; 7,3) racconta storie con piglio al solito criptico e tenebroso. Dall’incipit Sparrow scorrono quaranta minuti di terapia congregazionale, analisi della nostra pochezza che – lungi dal farsi fatalismo – riflette accorata sull’esistenza. Con voce tremolante poiché al cospetto del Creatore, maritata a suoni fantasmatici e solitarie dissonanze. Affresco che Mosaic (Glitterhouse, 2006; 7,0) porta avanti con più monacale sentire, concedendo la classica Swedish Purse e la febbre di Whistling Girl e Dirty Blue. Slota Prow – Full Armour indica da par suo che lo stile non si “limita” a viaggiare al termine di una notte dell’anima, bensì cerca una credibile evoluzione nella continuità.
Lo conferma, tornando ai più stilisticamente movimentati inizi e insieme sancendone il distacco, il fresco di stampa Ten Stones (cfr. spazio recensioni), che sorprende con un nuovo capitolo di questo “grande romanzo americano”. Verificheremo nel tempo la portata della svolta, assaporando un’elettricità che spadroneggia come mai e la psichedelia rimessa a nuovo ideata da Shiva Burlesque e primi Echo & The Bunnymen. Radici statunitensi impastate di algore britannico sono sovente l’ordine del giorno, frecce che centrano il bersaglio più volte puntando un West di mente e materia, il blues e la chiesa, l’oggi e il domani. Si cantano demoni che appartengono a chiunque, anche a chi di soluzioni e risposte non vuol sentire parlare. Una possibile apocalisse descritta dal predicatore che non esita a scendere tra i fedeli e mescolarsi alla confraternita e alle sue quotidiane tribolazioni. Il luogo, va da sé, è una chiesa poco appariscente e ancor meno illuminata, onde non distogliere dall’autoanalisi. Diresti che forse, a Salem, David Eugene c’era: si sarebbe tenuto in disparte a osservare e poi scrivere quel che i suoi occhi testimoniarono. Vale a dire il nascere e svilupparsi di una nazione che è metafora dell’uomo. Lo ha fatto sinora e continuerà, un necessario sussulto interiore dopo l’altro. E così sia.
