Sous les pavés, la plage. Ancora.

Nell’ultimo anno abbiamo sentito parlare di loro soprattutto per l’ultimo film di Paolo Virzì tratto da La generazione, primo romanzo del loro frontman Simone Lenzi, autore, insieme al resto della band, del brano omonimo per la colonna sonora Tutti i santi giorni, vincitore del David di Donatello per la “Miglior canzone originale”. Dopo un secondo libro uscito per Contromano Laterza in maggio (Sul lungomai di Livorno) Lenzi, insieme ai suoi Virginana Miller, ha scritto un nuovo disco pronto ad uscire in settembre a distanza di tre anni dall’ultimo ottimo Il primo lunedì del mondo. Ascoltiamo il nuovo album Venga il regno nel centro esatto dell’estate, in quel momento – i primissimi giorni di agosto – che precede la fuga generale e che si consuma in giorni afosi, umidi, asfittici. Lo ascoltiamo prevalentemente quando la notte si fa mattina, su un balcone o camminando per strada tornando a casa, nel vuoto totale della città in gran parte partita per le vacanze. E’ un album perfetto per l’alba, perché, per la prima volta nella storia della band, in queste canzoni si parla di umanità risolta (almeno un po’), di pace forse appena trovata, dell’età adulta che vuole riappacificarsi con sé stessa: insomma, in qualche modo, di un’alba nuova che appare un po’ più in là, dietro la fine. In quegli stessi giorni, insomma, sono nate queste domande, poi sono arrivate le risposte e, infine, Venga il regno.

Il vostro nuovo disco si chiama Venga il regno; mentre lo scrivo ora e mentre lo ascolto mi pare quasi naturale aggiungere al titolo quel “tuo” a cui la religione cattolica ci ha abituati quasi di default, anche se qui il pronome non c’è. Qual é, dunque, questo regno a cui sembrate dire “vieni pure, ti aspetto”?

Simone: Il regno che deve venire non lo conosciamo, purtroppo. Quello che vorremmo, è quello utopico in cui la bellezza salva il mondo. Ma anche meno di così: a volte basterebbe un minimo di buon gusto. Sarebbe bastato nel ‘94 ad esempio: un miliardario travestito da miliardario, con quelle sciarpine di seta bianca da miliardario. La parodia di se stesso. Finita in farsa tragicomica, come era inevitabile, date le premesse. Il regno che sembra venire davvero, invece, è quello del narcisismo sfrenato, senza fondamento. L’idea del tutto infondata che ogni cosa che ci riguarda sia importante e pertinente, che ogni nostra parola sia oro colato, che si possa pontificare su tutto. L’idea demente per cui uno vale uno, che è come dire che nessuno vale più nulla. Leggo post demenziali su quel famoso blog dove dei poveretti si esprimono sulla necessità o meno di vaccinare i bambini sulla base di quattro cosine che hanno letto su wikipedia. Però chissà.. il momento è talmente confuso che non si può escludere che ne venga fuori anche qualcosa di buono.

In una canzone dell’album, Nel recinto dei cani, dici “venga il regno e sia dei cani”; mi colpisce molto perché in questi anni la figura del cane torna molto nel cantautorato italiano (il cantautore Iosonouncane, Dei cani – ultimo album dei Non Voglio Che Clara). Com’è il regno dei cani e perché questo regno che deve arrivare è il loro? E’ una dichiarazione d’amore, la tua, alla Martha my dear di Paul McCartney o più una forma di identificazione dell’uomo, che quando matura e cresce fa i conti con sé stesso e vuole solo scoprirsi come un essere puro, animale, empatico con la natura, gli istinti, oltre i ruoli, oltre la “latrina del mondo”, i ministri, il padre eterno?

Simone: La prima. Solo una pura e semplice dichiarazione d’amore. Succede infatti che ora, mentre ti rispondo, Gus, il mio cane, è qui che mi guarda come a dire: perché non andiamo un po’ fuori? Che avrai mai da fare, ché non usciamo? E in effetti ha ragione lui. Non c’è nulla di più importante che uscire là fuori a fare due passi, visto che c’è anche il sole. Il sole che poi è gratis e di tutti.

Mi viene in mente che nel tuo ultimo libro Sul lungomai di Livorno, uscito per Contromano Laterza, parli moltissimo della tua vita nel recinto dei canti, uno spazio in cui portavi il tuo cane in un momento esistenziale non esattamente sereno. La domanda – per la verità te l’avranno fatta in molti – è questa: come si coniugano il lavoro di scrittore (La generazione prima e ora questo Contromano) con quello di cantautore? Quale dei due “ruoli” senti che ti appartenga maggiormente? Senza remore mi sento di dire che tu rappresenti un caso limite, quello in cui un bravissimo cantautore ha la caratura del grande scrittore. Insomma, si potrebbe dire di te che sei uno scrittore che scrive canzoni ma anche, ancora più precisamente, che sei a tutti gli effetti un intellettuale. Hai, tra le altre cose, tradotto gli epigrammi di Marziale e portato Lacan in una canzone (Oggetto piccolo (a))

Simone: Credo che questo purtroppo sia anche il mio più grosso limite. I letterati (alcuni dei quali scarsamente alfabetizzati, ma tanto oggi non se ne accorge nessuno, per cui…) non ti prendono sul serio perché suoni in un gruppo, invece quelli che suonano non accettano che tu non ti riconosca nel loro mondo “forever young”. Mi capita anche con la politica, per quelli di sinistra sono di destra, per quelli di destra sono un bolscevico. Alla fine, continuo ad essere quello che sono, tanto non potrei essere nulla di diverso. Anche perché, per venire alla prima parte della tua domanda, non ho mai trovato nessuna forzatura nel passare da una cosa all’altra. Mi piace lavorare con le parole, non so fare altro. Con la musica o in prosa, per me fa poca differenza. Ci sono molti scrittori, anche di successo, che non hanno orecchio e lo dimostrano quando scrivono. Non riesco a leggerli. Non ho mai pensato di dover scegliere fra i due ruoli, mi piacciono entrambi. Forse quello dello scrittore comincia ad essere un po’ più consono all’età: le trasferte in furgone per suonare alle due di notte in un locale cominciano a pesarmi un po’. Ma per adesso, come si dice, tengo botta.

Tornando al nuovo disco, ho notato che è un album più sereno, il disco di chi fa un po’ pace forse con il mondo, forse con sé stesso. Emblematico, in questo senso, il primo singolo Una bella giornata: da anni non si sentiva nella musica indipendente italiana un singolo così positivo, lanciato nella vita – forse in quella adulta, della maturità – in modo totale e puro. Anche Tutti i santi giorni, Pupilla, Effetti speciali (“e non mi importa più niente senza di te / ma ti ringrazio comunque / per i giorni normali, per gli effetti speciali“) hanno questo tiro, sono canzoni d’amore sicure di sé, della propria forza…

Simone: Sì. C’è infatti tutta una cupezza modaiola e profondamente adolescenziale in cui non mi riconosco davvero più. Ho 46 anni, se non avessi trovato niente di positivo, nulla di buono nella vita, mi sarei ammazzato, invece sono vivo e ci tengo a rimanerci.

Virginiana Miller. Foto di Franco Catalucci

Due canzoni prendono forma dalla Storia italiana del passato, tutte e due raccontano aspetti controversi dell’Italia anni ’70: il terrorismo rosso e il movimento operaio. Sono due pezzi straordinari, in cui la narrazione è trasversale. Il primo, Anni di piombo, sembra essere un racconto sentimentale lanciato nel cielo in un momento buio della Storia; mi ha ricordato una di quelle lettere di Moro alla moglie, un messaggio rassicurante che poi, in realtà, nelle sue linee più emotive potrebbe essere stato scritto anche oggi. Il secondo brano è onirico, fatato, eppure oscuro ed è sempre una lettera, da San Paolo agli operai del Lingotto. Mi racconti di queste canzoni? La prima così pop, la seconda dilatata, quasi una preghiera…

Simone: Ho provato a fare i conti con tutto quello che ha determinato la nostra Storia recente. Anche per capire se sia mai possibile cominciare davvero una fase nuova. Per me, per chi ha la mia età, il rapimento Moro è stato uno spartiacque, forse come il Vietnam per gli americani. Il mondo non è stato più ingenuo da allora, la politica si è mostrata per quel che era: una palude torbida. Restano due canzoni però, non vogliono cambiare il mondo, solo cantarlo. La Lettera di San Paolo agli operai del Lingotto, voglio dirlo, la considero il mio testamento come autore di canzoni.

In termini generali, le musiche del disco sembrano più immediate, più pop del solito; una cosa che sento progressivamente più forte e presente, se penso alla vostra discografia, e questo è un valore aggiunto. Mi piace pensare che anche in Italia esista un pop capace di rinunciare ad essere semplicistico, che mantenga una stratificazione sonora che possa comunque arrivare a tanti…

Giulio: é anche la nostra sensazione. Con l’arrivo di Matteo (Pastorelli, alla chitarra nda.) abbiamo guadagnato maggiore immediatezza e una sonorità rock che prima era meno evidente. E poi si, col tempo ci siamo resi conto che a volte la ricerca dell’originalità a tutti i costi può compromettere la facilità di ascolto, senza aggiungere niente di interessante. Quando si fanno canzoni lo si deve fare cercando una sorta di linguaggio comune con l’ascoltatore, la comunicazione innanzitutto, sennò che pop è?

Come avete lavorato al disco? So che è pronto da un bel po’. Prima i testi poi la musica o viceversa? Come lavorate in studio? Credo che sia sempre interessante provare a indagare su queste fasi del processo creativo, specie quando si parla di canzone d’autore…

Diciamo che ci sono due metodi. Il primo : iniziamo da piccoli giri di chitarra, tastiera o addirittura basso, che registriamo nei mesi precedenti nel nostro studio; alcuni di questi hanno caratteristiche da strofa, altri da ritornello o ponte. Successivamente proviamo a fare un collage di queste parti, magari cambiandone l’intonazione o modificandoli secondo le necessità musicali. Successivamente Simone lavora sul testo; una volta che abbiamo testo e musica insieme lavoriamo sulla integrazione dell’uno nell’altra, fino a raggiungere un risultato soddisfacente. Il secondo: Simone porta una canzone completa chitarra e voce che arrangiamo insieme. Questo disco è nato e si é sviluppato con gli stessi modi (e tempi) di quelli precedenti, ma con alcune significative differenze. Durante la composizione delle canzoni il nostro obbiettivo era raggiungere un equilibrio tra testo e musica, senza entrare in modo profondo nella realizzazione degli arrangiamenti; Ale Bavo si è occupato di questo nella fase di produzione. Questo ultimo lavoro è stato differente rispetto agli altri perchè Simone, a causa degli impegni editoriali,era meno presente e quindi la musica ha avuto uno spazio per crescere e svilupparsi molto più ampio. Lo considero un plus

Capita di parlare con alcuni musicisti e di sentirsi dire che non ascoltano più molta musica, una cosa che, a dire il vero, stupisce sempre relativamente ma soprattutto incuriosisce. Voi ascoltate molta musica? Quando scrivete cogliete la stessa ispirazione che si ha quando si è giovanissimi e affamati, con la voglia di mescolare diverse influenze, o la musica di altri entra poco, oggi, nella vostra?

Giulio: Anche io non ascolto molta musica, ma altre persone del gruppo ne ascoltano molta. Con l’arrivo di Spotify, comunque, ho registrato una inversione di tendenza. Ora ne ascolto decisamente di più. Riguardo alla seconda domanda .. beh, personalmente non riuscirei a comporre senza essere influenzato dai gruppi che mi piacciono; sarebbe un po’ come scegliersi un vestito senza avere modelli a cui rifarsi
Antonio: Ascolto parecchia musica, di molti generi diversi, ma non seguo molto le nuove uscite. Non ho mai considerato la novità un valore in sé, non ho mai fatto la coda per comprare il nuovo disco di qualcuno, non ho mai letto le riviste per seguire le “scene”, neanche quando, per molti, ascoltare certa musica era parte di un processo di identificazione forte. Ascolto musica per molti motivi diversi. C’è musica che mi emoziona profondamente, altra che mi diverte o che mi piace ascoltare dal vivo, altra ancora che mi fa interrogare sui contesti o sui meccanismi che l’hanno fatta nascere. Per tornare alla tua domanda, credo che la musica che ascoltiamo entri ancora moltissimo nella nostra, perché la scrittura è un processo anche imitativo; ascoltare alimenta il desiderio e la capacità di scrivere. Se vuoi, il mio prototipo di musicista in questo senso è David Byrne.

Cosa vi aspettate dai prossimi mesi? Partirà un tour in autunno? 

Antonio: Sì. Partirà un tour in ottobre, molte date sono già definite e saranno presto annunciate. E noi non vediamo l’ora.

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