Ciò che è più vicino

Si aggira dove in Italia c’è rock da un bel pezzo. Narra la cronaca, almeno dagli anni ottanta, quando circa ventenne suonò garage negli Ugly Things, prima di condividere un pezzo di strada assieme ad Amerigo Verardi nei molto psichedelici Allison Run. Il colpo grosso lo stava per fare coi Massimo Volume, però li mollò un attimo prima che esordissero. A quel punto erano già gli anni novanta, e Umberto Palazzo aveva maturato un’idea rock precisa, piuttosto sintonizzata sulle frequenze di Seattle. Raccolse all’uopo una band attorno a sé, la chiamò Il Santo Niente ed esordì – 1995 – con La vita è facile per il Consorzio Suonatori Indipendenti. Una formula adulta come nel nostro paese non capita spesso di udire guadagnò al gruppo gli apprezzamenti del caso. Il resto è storia: un altro album per il CSI, la soundtrack di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, la crisi psicofisica del leader che preferisce investire energie nell’attività di DJ, quindi il ritorno – a dieci anni dal debutto – con lo stupendo Il fiore dell’agave su etichetta Black Candy.

Il Santo Niente è cambiato nei suoi membri e nell’anima, ma continua a far perno sull’abruzzese – di Pescara – Palazzo, dalla calligrafia sempre più densa e incendiaria. E’ passato un lustro da allora, e il destino non ha smesso un istante di scozzare le carte. Umberto è, tra le altre cose, uno dei rocker-dj più attivi sul grande social network blu, nel quale sembra trovarsi straordinariamente a proprio agio. Ma non ha smesso il vizio del fare musica. Ci sono due album in uscita che lo riguardano, anche se non sappiamo come e quando lo faranno. Si tratta di due esordi: quello di El Santo Nada, la versione tex mex del Santo Niente, e dello stesso Palazzo a proprio nome. Un bel po’ di carne al fuoco insomma. Ci è sembrato proprio il caso di parlarne con lui.

Perché un disco solista di Umberto Palazzo? Come è nata l’idea, come si è realizzata?

Nel maggio del 2007, senza che nessuno lo avesse programmato, in un attimo il Santo Niente si è trasformato in El Santo Nada. Questo nuovo progetto ci ha coinvolto subito completamente e ci siamo lanciati anima e corpo nella scrittura del disco d’esordio. Essendo Tuco un disco strumentale ed un lavoro collettivo, mi sono trovato con meno impegni a livello compositivo e soprattutto con il mio studio casalingo finalmente pronto. Quindi mentre lavoravamo a Tuco, io scrivevo e registravo altri pezzi. Nel frattempo insegnavo anche Storia della Popular Music al conservatorio e avevo voglia di mescolare linguaggi musicali antichi ed esotici che non avevo mai usato, ma di cui ho una conoscenza profonda, a quelli che uso da sempre. Suonare tutto da solo mi ha facilitato il lavoro perché in questo caso avevo bisogno di avere il controllo totale dell’arrangiamento e della produzione perché era tutta una questione di giustezza della miscela. E poi non sapevo dove stavo andando e lo scoprivo minuto per minuto. E’ stata una bellissima avventura intellettuale. Mi hanno dato una mano Sandra Ippoliti che canta in tre pezzi, Tying Tiffany che canta in uno, Luca D’Alberto che suona la violectra in un pezzo e poi ho sfruttato un’antica drum track di Gianluca Schiavon, che non sa ancora di aver suonato in questo disco. L’album si chiama Canzoni della notte e della controra e contiene nove pezzi per trentotto minuti di durata. Ne sono molto, ma molto fiero. E’ un gran disco d’esordio secondo me. Se potessi scrivere degli emoticon qui andrebbe la faccina sorridente.

Il rebetico come una bussola formale ed emotiva. Musica per anime in conflitto, voce di outsider senza possibilità di remissione. In effetti il rebetico potrebbe essere per l’Europa quello che il blues è (stato) per gli USA… No?

Per la Grecia lo è certamente. Il rebetico nasce dall’esilio delle popolazioni greche che abitavano la costa turca. I greci di Smirne persero tutto e si ritrovarono a vivere in una terra che non li desiderava e l’unica cosa che riuscirono a portare con loro fu la musica di un altro continente. Nel rebetico c’è nostalgia, disperazione, senso di perdita, persecuzione, sensualità, droga e carcerazione, come nel blues e come nel blues c’è un contenuto musicale alieno che ha finito per colonizzare la musica del paese ospite. La discendente attuale del rebetico, la neo kyma, è una forma musicale molto interessante nel suo integrare presente e tradizione e andrebbe seguita con più attenzione di quanto non succeda. In effetti è una delle poche forme di popular music moderne completamente autonome esistenti in Europa.

Dimmi qualcosa sulla controra…

La controra è l’equivalente meridionale della siesta messicana, è l’ora bruciata, la calura pomeridiana. E’ un momento strano della giornata estiva. Non c’è un’anima in giro e tutto tacerebbe se non fosse per il frinire dei grilli. La luce è abbagliante, genera miraggi, allucinazioni e sogni ad occhi aperti. La maggior parte dei viventi é in uno stato di dormiveglia, magari post orgasmico. E’ una notte in pieno giorno. Chi si avventura in strada sa che potrà fare solo strani incontri, forse sensuali, forse pericolosi. E’ un momento di sospensione in cui la realtà scivola in una dimensione onirica ed erotica. I Greci parlavano di ora “panica”, riferendosi a quell’atmosfera di sospensione che accompagna l’ora meridiana, nella quale si avverte la manifestazione del dio Pan che è il dio della vitalità di tutti gli esseri. Il dio ossessionato dalla sessualità. Una divinità non olimpica, ma fortemente legata alla terra e al sesso. L’erotismo è una parte importante di questo disco, forse la sua parte maggiore. La coda del pezzo La Controra si chiama infatti La processione del dio Pan. C’è un bel riferimento alla controra anche ne I basilischi di Lina Wertmuller e i basilischi sono altri personaggi ricorrenti di questo disco.

Chi sono i protagonisti di queste canzoni?

Il tema è l’attrazione sessuale, il desiderio fisico in tutte le sue forme, l’erotismo, l’autoerotismo e l’immancabile Tanathos. Nelle canzoni le persone sono quasi sempre raffigurate nel momento in cui il loro desiderio sessuale è più forte. Quindi direi che parlo delle conseguenze del desiderio sessuale, più che dell’amore.

Hai definito una specie di “popolare profondo”, un narrare ad altezza d’uomo, simbolico e carnale, che svela le ombre, le magie, i mostri del quotidiano. E’ un modo – il tuo modo – di fare musica “impegnata”?

Sì, il mio impegno è sempre stato quello di guardare ciò che più mi è vicino. Da molti anni ho adottato il motto The reality of my surroundings, dal titolo di un album dei Fishbone. Penso che il modo migliore di parlare delle questioni generali, che sono sempre enormi e lontanissime, sia descrivere fatti minuscoli e vicinissimi. In questo particolare album si parla di sesso e quindi può sembrare che ci sia meno impegno, ma la politica dei sessi è importante. Fondamentale.

C’è un elemento psichedelico che non demorde, anch’esso però terrigno, verrebbe da dire mediterraneo. Che pure innesca legami intensi col fare musica angloamericano. Il risultato è a mio parere apprezzabilissimo, è come trovare una base comune da premesse diverse, dribblando la tipica sudditanza del nostro rock. Sei d’accordo?

Assolutamente sì. La sudditanza del nostro rock mi sembra un problema sottovalutato, quando non affrontato nella maniera più sbagliata. Mi lasciano perplesso le recensioni che dicono “questo è un disco italiano,  ma sembra americano o inglese al 100%”. In genere, lingua a parte, vuol dire che si tratta di musica totalmente assimilabile e assolutamente indistinguibile dall’ultima moda arrivata da oltremanica o oltreoceano. Mi viene da pensare: e allora? Come può essere questa una cosa buona? Come può essere buono che non trapeli nulla della vera personalità delle persone che hanno fatto questo disco? Che questa musica non appartenga a nessun luogo e a nessuna cultura se non ai cascami della globalizzazione e del consumismo? Che questi musicisti si siano talmente immedesimati nei panni di qualcun altro da risultare personalmente invisibili? Mi sembra che tutto ciò superi i confini del rock per entrare in quelli della pantomima, genere rispettabile e pure impegnativo, ma che non m’interessa.

La mia idea estetica di base si è formata nella lontana estate dell’81 che ebbi l’opportunità di passare a Bristol, in un quartiere identico a quello che si vede in Control, da una mia zia naturalizzata  inglese. Avevo solo 17 anni, ma ascoltavo punk e affini già dal ’77 (comprai il 45 giri di Pretty Vacant lo stesso giorno che fu pubblicato) e ancora prima ascoltavo Jimi Hendrix, Genesis, King Crimson, Neil Young e musica italiana d’autore (Edoardo Bennato, Ivan Graziani, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, Fabrizio De Andrè) o progressive (   Le Orme, la Premiata Forneria Marconi, gli Area). Ero precoce e avevo cugini e amici più grandi appassionati di musica. A Bristol non ero in vacanza studio, ma ero allo stato brado ed in compagnia di un cugino di poco più piccolo, quindi avevo tutto il tempo di vagabondare per il centro della città. Mi affascinavano le tribù urbane che ora sono così comuni, ma allora erano veramente esotiche, tanto che forse non c’erano ancora le cartoline di Matt Belgrano. Punk, dark, mod, teddy boys, skinheads. Eravamo all’apogeo del post punk e fu uno shock culturale potentissimo e poi ci fu l’incontro con l’organizzazione dell’industria musicale inglese. Al mattino al supermercato c’era una pila di Melody Maker alta un metro e a mezzogiono non c’era più. E il singolo della settimana era in tutti i negozi in decine e decine di esemplari e a sera non c’era più. Uno dei singoli di quell’estate fu Tainted Love/Where did our love go dei Soft Cell (ho ancora il 12″). Tornai con una valigia piena da scoppiare di dischi.

In quei giorni, fra le tantissime altre cose, ebbi l’opportunità di vedere il concerto di presentazione di Ju Ju di Siouxsie and the Banshees. Un’esperienza sconvolgente dal punto di vista estetico, che mi fornì anche l’occasione di studiare molto da vicino i “punk”, da dentro in realtà perché ero in mezzo a loro. Quello di cui mi resi conto fu che non c’era una gran differenza fra chi stava sul palco e chi stava nella platea. I musicisti erano il prodotto dello stesso suolo da cui spuntava il pubblico. Erano solo le piante migliori e, talento a parte, pubblico e musicisti condividevano tutto: abbigliamento, taglio di capelli, gestualità, tic, cultura, atteggiamenti e soprattutto condividevano il linguaggio. Non c’erano barriere e l’identificazione fra artista e fan era totale. Quello che la band diceva arrivava ai ragazzi direttamente e senza filtri, perfettamente comprensibile e attuale e ciò dava alla musica una potenza irresistibile. Il gruppo era l’espressione di quei ragazzi. Era il punto d’arrivo della loro cultura popolare e non c’era un’imposizione di gusti fatta in modo artificiale o forzato o un particolare requisito richiesto che non fosse quello di essere dei ventenni inglesi del 1981.

Ho deciso quella sera stessa che quando sarei tornato in Italia avrei cantato in italiano perché non ci dovevano essere barriere fra me e chi mi ascoltava e che dentro sarei sempre dovuto rimanere uno dei ragazzi sotto il palco. Ho deciso che non avrei mentito a me stesso e al pubblico e che avrei lavorato per essere personale e legato al mio territorio e alla mia gente e che avrei dovuto rappresentare quello che sono, cioè un italiano del sud che ama la sua terra più della gente che l’abita, ma anche un giramondo cosmopolita, un rocker, un punk, un dark, una persona che ama l’arte e i buoni libri, un ragazzaccio scazzato. Uno come tanti altri, ma con un po’ di talento in più. Oggi  il mio gruppo preferito sono i Tinariwen, una band che rappresenta il suo popolo e gente che non può essere altro che così com’è e fa musica fantastica senza somigliare a nessuno. In tutto ciò ti chiederai che c’entra la psichedelia. C’entra su due livelli. Il primo livello è puramente tecnico, perché la psichedelia e il progressive sono le porte attraverso le quali la musica del mondo è entrata nel comune sentire pop.

I musicisti psichedelici e progressive erano armonicamente e teoricamente molto più preparati di quelli blues e rock’n’roll che li avevano preceduti e introdussero scale e divisioni ritmiche provenienti da ogni fonte, musica eurocolta, jazz, elettronica, avanguardia e musica non angloamericana. Il prog, di cui ancora si parla troppo male, fu, dal mio punto di vista, un fenomeno musicale di grande apertura mentale, magari spesso carente di buon gusto e di senso della misura, ma quasi sempre avventuroso e cosmopolita. Al contrario trovo che il rock attuale sia disperatamente conformista e attaccato alle sue radici più bianche e abbia un terrore totale di confrontarsi col resto del mondo e con le sue fonti africane e io non riesco a non pensare che ci sia del razzismo latente in tutto ciò. Quindi quello che voglio dire è che ho imparato a mescolare i linguaggi moderni del rock a quelli antichi delle tradizioni varie anche grazie alla psichedelia e al prog. La psichedelia poi c’entra anche da un punto di vista poetico ed estetico con la controra, che è l’ora più calda del primo pomeriggio, l’ora in cui la canicola confonde la mente con miraggi e allucinazioni. Allucinazioni e psichedelia stanno bene insieme e poi ho suonato per anni in una delle più grandi band psichedeliche italiane, gli Allison Run e io non sono il tipo che capita in sala prove per caso (e qui andrebbe un altro emoticon per sdrammatizzare la sbruffoneria).

Canzoni della notte e della controra uscirà tra qualche mese, uno slittamento dovuto a strategie commerciali/promozionali o che altro?

Lo slittamento è dovuto principalmente al diodo che comandava la ventola del radiatore della mia vecchia macchina e che la faceva entrare in funzione quando il motore raggiungeva una certa temperatura. Si è rotto, la ventola non è più partita e così la testata si è surriscaldata e deformata. Ho dovuto farla rettificare e nel frattempo ho anche comprato una Toyota Corolla un po’ più giovane, ma di poco e il budget promozionale che avevo accantonato andrà via in gomme, cinghie, olio, filtri e passaggio di proprietà. Quindi per coprire il buco che si è creato devo vendere le edizioni, cosa che non volevo fare e che richiede una trattativa paziente. Nel frattempo abbiamo finito Tuco, il disco del Santo Nada e la band, che è in forma smagliante, scalpita per suonare.

E allora avanti con El Santo Nada, la faccia tex-mex del Santo Niente, roba da mariachi muti, da cugini malinconici dei Calexico. Ma anche qualcosa di più, un quid periferico irriducibile che torna ad ammiccare dalle parti dei balcani…

Per la gente dell’adriatico le frontiere sono due: il sud e l’est. Il messico fantastico del Santo Nada è un allegoria del nostro sud. L’est è solo un altro tipo di sud ed El Santo Nada è gente di frontiera che non appartiene né a un mondo, né all’altro. San Severo, patria di Andrea Pazienza, è la nostra Ciudad Juarez. Da lì in poi inizia una terra incognita senza regole o con regole difficilmente comprensibili ai non indigeni o iniziati. Un universo magico e selvaggio, ma soprattutto una terra di feroce sfruttamento e prepotenza. Tuco è un’allegoria dei problematici rapporti tra i nord e i sud del mondo sempre a vantaggio ovviamente dei più ricchi. Tuco non è solo l’erede bastardo del personaggio reso immortale da Eli Wallach e Sergio Leone. Tuco è qualsiasi persona che cerchi di sottrarsi ad una situazione svantaggiata tramite la forza di volontà. Tuco è un messicano che guada il Rio Bravo.  E’ un africano che attraversa il Ténéré su camion stracarico. E’ un meridionale che si sottrae alla mafia. Tuco è un viaggio di emancipazione ed un romanzo di formazione.

Quando e in quanti avete suonato su Tuco?

Siamo partiti col progetto a maggio del 2007. All’inizio era semplice musica di circostanza per essere ugualmente presenti in una situazione in cui non ci saremmo potuti esibire come Santo Niente. Buona parte del repertorio, non tutto presente sul disco, è stato scritto nel primo mese di attività. La cosa ha preso a vivere di vita propria e ci ha fatto completamente trascurare il Santo Niente. Ci ha entusiasmato da subito. Poi abbiamo fatto due distinte sedute di registrazione, a distanza di un anno ed una terza sessione per il missaggio. Siamo stati rallentati dai molti impegni dei componenti la band che alla fine si è scissa in due e a quel punto la situazione si è sbloccata. La sezione ritmica ha fondato una nuova band che si chiama Caja Sonora ed è più operativa in Spagna che in Italia. Io, Alessio D’Onofrio e Christian Carano abbiamo continuato a suonare sia nel Santo Niente che nel Santo Nada, ma ora ci sono due sezioni ritmiche diverse. Nel Santo Nada ci sono Fabrizio Crecchio e Alberto La Torre, musicisti completi e veramente ottimi. Nel Santo Niente ci sono i giovani e agguerritissimi Tonino Bosco e Federico Sergente, che suonano anche negli Zippo e nei Death Mantra For Lazarus, due grandissime band. Sono perfetti per il Santo Niente e gli hanno restituito una grinta che solo dei ventenni possono avere.

Con quali modalità uscirà Tuco? Ci sono state difficoltà per la distribuzione?

Per Tuco sogno la pubblicazione all’estero. Dopotutto è la sua natura di emigrante che lo esige. E se non si dovesse trovare una distribuzione lo venderemo ai concerti e on line.

Sei molto presente su Facebook, hai un considerevole numero di amici (quanti?). Al di là delle ovvie e per certi versi inevitabili ragioni di carattere promozionale, pensi che ci sia un rapporto più profondo tra le tue attività artistiche e quelle di “social networking”? Ovvero: non hai la sensazione che i codici del web stiano rendendo il “momento” promozionale in qualche modo complementare a quello artistico?

Ho 4477 amici su Facebook in questo momento e 300 richieste in attesa. Ho il terrore di arrivare a 5000 che è il limite. A me piace il fatto che possa prendere un pezzo inedito che ho sull’hard disc e in un click metterlo a disposizione di migliaia di persone. Ho reso disponibili i miei vecchi album e ho invitato i miei contatti a scaricarli e i blog a condividere i link e ho avuto 2000 download finora. Questa cosa non rende nulla (costa pure qualche euro in realtà), ma mi piace tantissimo, del resto faccio musica perché venga ascoltata il più possibile e quindi penso che il momento della condivisione sia importante quanto se non di più di quello della creazione. E poi ho conosciuto la mia innamorata grazie a Facebook.

Nel ridefinirsi delle distanze tra “settori”, stiamo assistendo ad un cambiamento delle dinamiche e delle relazioni tra artisti, pubblico e la cosiddetta “critica”. Un po’ come accade(va) nei gruppi post rock, è tutto uno scambiarsi di ruolo e strumenti, un continuo scavalcare ambiti e dissacrare templi. Chi suona a chi? Chi ascolta cosa? Chi scrive di cosa? A tutti sono concesse ottime chanches. E’ un sogno democratico o un incubo da cui ci sveglieremo prima o poi?

Non sarebbe più semplice e corretto invece se ognuno facesse il suo mestiere? Ti confesso che non mi fa piacere dover essere sottoposto al giudizio pubblico di un mio concorrente commerciale e/o artistico come se costui fosse una persona neutra e oggettiva. Mi è capitato un sacco di volte di leggere stroncature di dischi scritte direttamente da musicisti di altre band rivali o dai loro discografici o dal loro ufficio stampa. Francamente la trova una cosa pessima e di pessimo gusto che alla lunga danneggia tutti, perché così nessuno, ma proprio nessuno che scriva di musica in Italia può avere la minima credibilità, anzi così nessuno che faccia musica in Italia è credibile sulla carta.
Il pubblico non è così attento da collegare i nomi che sono scritti in calce alle recensioni a quelli che oramai non può neanche più leggere sui cd (perchè nessuno compra più i cd).
Gli addetti alla parte industriale dovrebbero astenersi il più possibile dal criticare prodotti della concorrenza, e se scrivono dovrebbero prima qualificarsi.

Quindi secondo me ci dovrebbero essere delle schede in ogni testata in cui si dice che il signor recensore è un anche un musicista attivo con il gruppo X, oppure è il proprietario della etichetta discografica Y oppure segue gli interessi dell’artista Z. Non mi risulta che ci sia questo tipo di onestà intellettuale che non potrebbe danneggiare in alcun modo la credibilità della testata, anzi ne evidenzierebbe la serietà. Se non succede possono venire dei sospetti e dei dubbi, ma a quanto sembra ognuno fa un po’ come cavolo gli pare.
In Italia la critica musicale è quasi completamente ridotta a pubblicità mascherata, ma io rimango fedele allo stile del giornalismo anglo sassone, alla verifica delle fonti che in Italia è inesistente e, pur essendo consapevole che la vera indipendenza e oggettività non possano esistere sono contrario a questo lassismo e questa mancanza di serietà. Per quanto riguarda la democrazia della produzione dell’arte è ovvio che si tratta di un ossimoro. Penso che l’arte non possa essere “democratica” per definizione, cioè non tutti possono essere artisti, perché se tutti fossero artisti nessuno lo sarebbe, nel senso che l’eccellenza dell’opera d’arte è una componente fondamentale del suo fascino e del suo resistere al tempo.

La vera arte è una conquista dello spirito umano, una vetta impervia che pochissimi possono raggiungere. Se è routine, perché dovrebbe interessare a qualcuno? Forse perché è consigliata da un magazine di tendenza? Allora anche il french delle unghie, la frangetta e le camicie a scacchi sono arte. Invece non lo sono, perché sono solo moda. Bellina, attraente, ma futile, effimera, inutile moda. L’irripetibilità e intima inimitabilità rendono l’opera d’arte capace di parlare al di là delle culture e delle distanze. Il talento, alla lettera, è un dono che hanno poche persone e il genio è semplicemente il migliore nel suo settore in un determinato periodo. Questo fa parte dell’essere umano e non può essere cambiato dalle nuove tecnologie e dai nuovi mezzi di comunicazione, né tantomeno dalle mode, volatili per definizione. Il cuore dell’uomo che leggeva Omero nella Grecia classica è lo stesso  cuore umano che Shakespeare ha descritto meglio di chiunque altro ed è lo stesso uomo che oggi usa Facebook e Ableton Live. La dissacrazione del punk ha fatto il suo tempo (e con risultati tragici) ed è sempre più anacronistico chi sostiene, più o meno velatamente, che l’inettitudine sia garanzia di purezza artistica.

Voglio dire: questi concetti derivano dal situazionismo applicato all’industria discografica da Malcolm McLaren e sono la base di una grande truffa (swindle) perpetrata ai danni dell’industria discografica. Se viene meno l’industria, ma non la truffa ci devono comunque essere dei truffati, che non possono che coincidere col pubblico. Quindi sono dell’opinione che si tratti di incubo, ma non vedo segnali di risveglio, quantomeno in un’Italia sempre più isolata culturalmente e quindi sempre più facilmente manipolabile. Il fatto che a tutti apparentemente siano concesse ottime chances vuol dire che a pseudo-musicisti di nessun talento, ma con ottimi agganci sono concesse possibilità maggiori che a veri musicisti senza protezioni culturali o politiche. Non vedo come la cosa possa essere considerata positiva. Siamo al reality show applicato al mondo dell’arte.

Bisogna inoltre sapere che quello che oggi ha ancora un costo per l’artista non è la produzione che chiunque può fare a casa propria con un minimo d’ingegno e d’investimento, ma la promozione, per la quale si è invece assoggetati a chi la può e la sa manipolare. Come si suol dire una voce positiva ripetuta all’infinito è una profezia che si auto avvera. Ciò è vero anche per una voce negativa. C’è un sacco di gente che sa usare la comunicazione in modo scorretto, infatti in Italia siamo notoriamente all’avanguardia e del resto la situazione artistica di un paese non può essere che lo specchio della sua società.

 

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare