Di Grog Vim, caduto sulla Terra. Intervista ai Larsen

Non paghi di aver celebrato con una splendida edizione vinilica opera di Escape From Today, il decennale di Play, disco di un equilibrio e una eleganza con pochi pari allora come oggi, i torinesi Larsen decidono di dare un seguito all’ottimo Cool Cruel Mouth con un album particolare per contenuti e dinamiche. Nulla di estremamente stravolgente per chi conosce una band inquieta, mai accomodante e doma, curiosa e coraggiosa ad ampio spettro, che ha saputo muoversi anche al di fuori del consueto recinto discografico standard con sonorizzazioni di film, spettacoli teatrali e, addirittura, cartoni animati (l’ottimo Cartonianimalettimatti, sonorizzazione di alcuni lavori del pioniere statunitense dei cartoons Winsor McCay commissionata dall’Università di Torino), oltre che crearsi un seguito fedele negli anni così come costruirsi una reputazione tra colleghi e addetti ai lavori che ben presto è divenuta stima se non proprio amicizia. Lo testimoniano le molteplici collaborazioni che, singolarmente o come band, i Larsen hanno avuto nel corso della propria carriera: da Michael Gira (Swans) a Steven Stapleton a.k.a. Nurse With Wound, da Jamie Stewart (Xiu Xiu) nel progetto XXL a Ben Chasny (Six Organs Of Admittance), da Julia Kent a David Tibet, per arrivare alla “legendary dub-diva” Little Annie a.k.a. Annie Anxiety, attualmente quinto membro della formazione composta da Fabrizio Modonese Palumbo, Marco Schiavo, Paolo Dellapiana e Roberto Clemente.

Non che il percorso discografico “regolare” dei Larsen sia meno interessante. Partiti da lande noise-rock nineties con i primi vagiti affidati a Born Under A Bad Influence (1995), da notare nel titolo più di un presagio di quel che sarà, e a No Arms, No Legs: Identification Problems (1997, prodotto da Martin Bisi, per dire), i Larsen mostrano già le idee chiare con una via personale, arty e meno sfacciatamente rumorosa rispetto al canone di genere. Il salto di qualità l’allora quintetto (Silvia Grosso, basso e voci, era ancora in formazione) lo fanno con Rever (2002), pubblicato col marchio di sua maestà Michael Gira, la Young God Records. Una label che a quell’altezza aveva (ri)pubblicato, oltre i progetti di casa Gira (Swans, Angels Of Light, World Of Skin) anche band come Ulan Bator, Calla, Windsor For The Derby e Devendra Banhart e a cui i Larsen si presentano da par loro: ossia per sottrazione, celandosi in un anonimato che fa quasi rima con invisibilità. È infatti Gira stesso a ricordare di aver ricevuto per un anno una serie di cd-r anonimi fino a quando arrivò una lettera perentoria che lo “invitava” a Torino: “Come to Torino. You will work with us from the 1st day of next month through the 21st. You will depart promptly on the 22nd. Consider the enclosed advance payment for your efforts…Until Then, Larsen” a cui fecero seguito le registrazioni, svolte esattamente con le stesse modalità (Gira: “I worked intimately with the band Larsen for three weeks, but I never saw their faces”). Verità o leggenda, non è dato sapere. Di sicuro quell’aura esoterica ha portato i suoi frutti con l’uscita di Rever, un album che sposta i paletti sonori della band verso qualcosa di altro, musica ipnotica, reiterata, notturna e vorticosa. Si ascoltino Radial o Finger Number Six, per farsi una idea. Non è un caso quindi che sia quella internazionale la dimensione che più si confà alla band. Il seguito Play è del 2005 ed è targato Important: un disco che è “sineddoche rappresentante potenzialità tarpate da un brulicante business sotterraneo” e che mostra il suono scivolare verso lande post-rock “canadesi”, tra intarsi cameristici, elettronica ambientale, droni cosmiche e atmosfere algide nella loro austera eleganza.

Play da il via a una intensa stagione discografica segnata dal rapporto con la label americana: SeieS, l’album del 2006 che li vede accompagnati da Jarboe e Julia Kent; l’indagine “ispirata all’alfabeto immaginato del designer ceco Karel Teige nel 1926” affidata al libro/cd/dvd ABECEDA (2007); i lavori “gemelli” LLL e La Fever Lit (entrambi 2008), col secondo che inaugura la collaborazione con Little Annie e Cool Cruel Mouth (2011) sono grani di un rosario che si incupisce sempre più, ingurgitando e rivomitando fuori musiche da crooning, folk sui (de)generis, nebulose droning, voragini dark-ambient, ipotesi industrial, elettroniche deviate e mutanti e, realisticamente, tutto ciò che si trova in mezzo a queste labili definizioni. Perchè, a ben vedere, il collante delle musiche dei Larsen, e il suo innegabile fascino, è più uno stato della mente che una vera e propria cifra sonora chiara e netta.

Il silenzioso iato quinquennale che fa seguito a quest’ultimo lavoro si interrompe, quasi a sorpresa essendo stato anticipato soltanto da pochi, brevi teaser, dal nuovo album Of Grog Vim, pubblicato da poco dalla solita Important. Per l’occasione speciale rappresentata dal ventennale dalla costituzione, la band ha infatti deciso di uscire con un album interamente strumentale per la prima volta in una discografia che si va facendo sempre più importante – in “20 years of activity released 15 full length albums and 3 eps”, recita la bio del gruppo – e, soprattutto, nella originaria formazione a quattro, quasi come fosse una specie di ritorno alle origini incentrato sulle vicende leggendario-biografiche del Grog Vim che da il titolo al tutto.

Non solo le dinamiche sono, però, particolari. A ben vedere, Of Grog Vim è un album estremamente visionario, com’è il trademark sonoro dei torinesi, eppure legato a un procedere “narrativo” che fa tornare in mente le biografie ipotetiche così come la saggistica visionaria di età lontane: stando alla press, Of Grog Vim è, infatti, “a cinematic take on the epic life of visionary legend Grog Vim”, ovvero un “racconto” in otto tracce e privo di parole che ripercorre le gesta del misterioso Grog Vim, sulla cui figura, ma non soltanto, abbiamo scambiato qualche parola con Fabrizio Modonese Palumbo in rappresentanza dei sodali. Le nebbie in cui è avvolto questo fantomatico personaggio non si sono dipanate del tutto, ma, ripensando all’affaire-Gira, non solo ci sentiamo in ottima compagnia, ma avvaloriamo quell’aura di mistero che i Larsen hanno sempre disseminato intorno a sé, lasciando parlare la propria musica.

Mi piace molto il titolo del nuovo album, mi pare rimandi a una certa dimensione letteraria agée, tipo la saggistica della prima età moderna però declinata sub specie biografia. Pertanto vorrei ci spiegassi chi è il personaggio ispiratore del disco. Chi è Grog Vim? Da dove è arrivato?

Grog Vim si è manifestato a noi in una dimensione tra realtà e leggenda urbana, l’interesse è stato quello di mettere insieme gli elementi a nostra disposizione cercando noi per primi di capirne di più.

Da quel che leggo nella press, avete costruito un percorso diciamo biografico su Grog Vim, dalla nascita (Mother Vim che inaugura l’album) al “ritorno” sulla Luna (la chiosa di Back To The Moon) senza una parola: una bella sfida…

Grog è un personaggio neorinascimentale, un ricercatore, un alchimista, un esploratore; sulla luna ci è stato di sicuro, che ci sia già tornato o debba ancora farlo è cosa sulla quale non abbiamo informazioni sicure, ma fatto che ci commuove ed emoziona, anche perché molto demodé.

Come dicevamo sopra, in questo disco non c’è la voce di Little Annie che da tempo ormai è il quinto membro effettivo dei Larsen. Of Grog Vim è pure il primo disco interamente strumentale per voi: cosa vi ha portato a questa scelta particolare? Solo il soggetto trattato o c’è una certa attrazione per le musiche senza cantato?

Entrambe le cose: la musica di Larsen ha sempre avuto una natura filmica, e questa ci è sembrata l’occasione giusta per esplorarne le possibilità fino in fondo, poi c’era anche la voglia dopo una serie di album creati con altri musicisti di farne uno solo noi quattro, in una dimensione più intima, in fondo è il disco del nostro ventennale ed è stato anche un po’ un modo di festeggiarlo tra di noi.

È possibile leggere la figura di Grog Vim come un qualcosa di poco visibile nell’era della sovraesposizione? Viviamo in una era in cui ogni informazione è praticamente rintracciabile tramite la tecnologia, eppure paradossalmente sembriamo sempre più invisibili nella vita reale. Non è mia intenzione “spiegare” un disco e un personaggio che vanno più che bene così, enigmatici e misteriosi come sono, ma mi sento di dovertelo chiedere perché quella della “sovraesposizione vs escapismo” è una suggestione che mi affascina e incuriosisce…

La tua domanda è lunga ed articolata e contiene già la mia risposta che è assolutamente affermativa.

Siete partiti dal noise-rock per affinare via via la proposta musicale verso una sorta di post-rock molto personale, in cui non c’è mai la barra dritta verso un approdo sicuro. In questo nuovo album ho sentito echi lontani di Necks e chamber music, così come certi passaggi da pastorale folk o certe aperture bucoliche e luminose (penso a Gordon & Grog, ad esempio)… tutto sempre in linea con quella “narrazione” di cui parlavo sopra…

Non so cosa sia il post-rock, non ne ho davvero la minima idea, sono abbastanza vecchio da ricordarmi che la prima volta che ne ho sentito parlare fu in riferimento ai Tortoise, poi ai Labradford, anni dopo a band come Mogwai ed Explosion In The Sky (tra l’altro a noi successive), tra le quali faccio fatica ad identificare elementi comuni, tanto meno col nostro lavoro, se non forse nel gusto dei Labradford per le distese sonore. Al limite vedo nei Larsen una continuità con certe musiche contemporanee e di ricerca (qualunque cosa voglia dire), una musica umorale che nasce da improvvisazioni che vanno a trovare man mano la loro forma definitiva, in questo forse anche la vicinanza con The Necks, anche se per loro la forma definitiva non esiste se non come risposta al momento ed all’ambiente in cui si manifesta, cosa in cui sono assolutamente magici, per noi invece si raggiunge nel momento in cui corrisponde alla nostra visione. L’amore per il noise, le dissonanze, il rumore, non ci è mai passato, è di sicuro uno degli elementi con cui ci piace giocare.

Touché. Se ti dicessi che per post-rock intendo tutte quelle musiche legate a una strumentazione e a un metodo compositivo tipicamente rock i cui risultati però sono distanti dal “rock” in ogni sua forma? Me la passeresti come definizione? E ci ritroveresti i Larsen?

Si, ma solo perché non mi dai altra scelta…

Non mi piacciono le definizioni, ma usando la parola scritta per descrivere qualcosa di aleatorio com’è la musica qualcosa bisogna inventarsi. Nel caso di Of Grog Vim ho parlato di “post-rock apotropaico” per la capacità che le vostre musiche hanno di trascendere la realtà, di creare una specie di magick circle protettivo dalla iattura di molte produzioni italiane contemporanee… una suggestione che mi è venuta ascoltando il disco e ricordando le vostre commistioni con esoterismo, occultismo, ritualismo…

Del post-rock ho già detto, e davvero non abbiamo mai avuto nessuna commistione con esoterismo e occultismo, ritualismo di sicuro sì, ma quello fa parte della natura stessa della messa in scena musicale; apotropaico è una parola bellissima e, anche un po’ contraddicendomi, appropriata, grazie per averla usata.

Avete una discografia corposa, spesso in collaborazione con altri musicisti e artisti come Xiu Xiu, Z’ev, NWW, ecc. Eppure dai Larsen sono gemmate sempre nuove formazioni e side-project come (r), Coypu, Blind Cave Salamander. Siete così irrequieti, almeno dal punto di vista creativo?

(r), Blind Cave, Coypu, Almagest! sono progetti che mi vedono coinvolto, ma che nulla hanno a che vedere con Larsen, di noi quattro sono l’unico musicista a tempo pieno, quindi un po’ per piacere ed un po’ per necessità (non ultima economica) ho bisogno di diversi outlet per il mio lavoro; per quel che riguarda Larsen non la vedo invece come irrequietezza, ci è invece sempre piaciuto mantenerci aperti ed instaurare diversi dialoghi creativi di cui le collaborazioni che hai citato ne sono il risultato pubblico, in alcuni casi poi i rapporti si sono consolidati, come con Little Annie che si può considerare a tutti gli effetti ormai da 7 anni la nostra cantante e con la quale stiamo tra l’altro già lavorando ad una prossima uscita, o con Jamie (Stewart) dal cui incontro è nato XXL (XiuXiuLarsen) che più che una collaborazione è una band vera e propria, della quale stiamo proprio ora pianificando le registrazioni del quarto album.

Adesso farei un passo indietro e prenderei l’occasione della ristampa per il decennale di Play targata Escape From Today per chiedervi com’è cambiato il panorama musicale italiano visto dalla prospettiva dei Larsen.

In meglio direi. Negli anni 90 c’era il monopolio del rock italiano, nato vecchio in quanto rock ed in quanto italiano e quindi derivativo, e per molti versi del danno culturale ed ancora di più strutturale e politico creato da Consorzi Suonatori vari ed assortiti se ne stanno ancora pagando le spese, ma nel frattempo ci sono sempre più voci che portano avanti progetti forti e con un linguaggio personale, cose belle insomma. A partire da Ottobre faremo una serie di concerti coi nostri amici e concittadini Father Murphy e Paolo Spaccamonti: un tour di questo tipo in Italia fino a qualche anno fa non sarebbe stato concepibile.

Siete citati e stimati da tutti, eppure avete avuto più riscontri e considerazione all’estero, che in Italia. Cos’è, timore reverenziale? Estremo rispetto che si trasforma in una specie di auto-castrazione?

La realtà è nel mezzo, siamo stimati e seguiti anche in Italia e non è che all’estero, come ci siamo spesso ritrovati a dire, ci stendano i tappeti rossi, solo che l’Italia è un paese piccolo, l’estero invece è tutto il resto del mondo, ed è anche molto meno pregiudiziale. Che il nostro paese poi tenda all’autocastrazione è evidente, non solo per quello che riguarda noi e la musica purtroppo, ma da europeisti quali siamo il quadro generale ci interessa indubbiamente molto di più.

Perché quel riferimento al resto del mondo come meno pregiudiziale? Ti anticipo che (forse, se ho ben intuito) la penso come te sul pre/giudizio musicale italiano, semplicemente perché è un elemento su cui si fonda questo intero paese di guelfi e ghibellini: poco spazio ai fatti, molto alle chiacchiere, specie se non argomentate…

Vedi, in Italia noi abbiamo ricevuto attenzione di riflesso, per quanto ora sia almeno per noi meccanismo superato, ma di per sé questa è una conferma che in questo paese il successo arriva prima delle idee e del valore della proposta, all’estero ti ascoltano e valutano per quello che fai, i numeri, la politica del consenso, contano molto meno. In questo la responsabilità è anche e soprattutto delle politiche ed amministrazioni, spesso incompetenti che vedono nel richiamo di pubblico l’unica forma di progettualità attendibile, e quindi finanziabile, promuovendo di conseguenza un modello culturale fallimentare.

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