Quando la nostalgia supera l’hipsteria

C’è tutto un mondo intorno a quello che si configura come l’ennesimo fenomeno anglofono capace di fare il filo a una molteplicità di spunti estetico-sonori. Stiamo parlando dei Summer Camp (vale a dire Jeremy Warmsley ed Elizabeth Sankley) di Welcome to Condale, una band che, dopo un lungo – e ormai consueto – corteggiamento fatto di singoloni ed EP, approda al debutto con un concept.

Giochi infiniti di rimandi low fi, garage, post new romantic non possono non creare, nella mente degli affezionati poppers dell’ultima ora, facili rimandi ai surfers Best Coast, a Vivian Girls e ai più ricercati Avi Buffalo. Tuttavia, è bene dirlo, è soprattutto nelle sviolinate hipster di Bethany Cosentino e Bobb Bruno che i Summer Camp fanno rivoluzione, recuperandone alcune linee base (soprattutto vocali) per costruirci sopra una felice impalcatura psichedelica fatta di arrangiamenti tirati e nevrotici. Materiale in realtà molto più obscure punk di quanto il sound, spesso dolce nei tratti, possa farci credere.

Ciò che permette alla band inglese di emergere è la scelta di far confluire ciò che oggi è sulla bocca, nelle orecchie e, soprattutto, negli abiti di tutti in un concept album che fa di un immaginario prettamente estetico e fintamente ideologico, uno spazio puro e sentimentale. Attraverso le vicende di due fanciulle che vivono tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta nella fittizia città di Condale (tra feste amici e storie d’amore, come testimoniato dai video di Better off without you e Down) i Summer Camp vanno a riprenderci nel fondo di come eravamo, mostrandoci per quale motivo siamo tutti sedotti da ciò che sembra venire da lontano, da mondi emotivi non vissuti, da regni estetici solo accarezzati. Da quella che, insomma, Reynolds chiama Retromania. In poche parole la band ci regala un elogio nostalgico e personalizzato (un po’ come succede con i film di John Hughes, indiscusso idolo/ispiratore della band) di un’infanzia fatta di Fantàsia, di jeans a vita altissima e di capelli cotonati, spesa tra un Dallas e una puntata dei Ghostbusters.

Il sound riesce a interpretare efficacemente l’afflato nostalgico e quel senso di perenne mancanza di un valido e alternativo ‘nuovo’, insieme all’isteria per un futuro incerto che ricorda un passato forse più dolce e colorato, tutto profumato di dolcetti e vhs sul tappeto. Prima che si andasse a rotoli, quando il consumismo per qualcuno era ancora una speranza e non una vorace e violenta realtà quotidiana.

Rabbia e dolcezza (I want you), pop e sporcizia (Losing my mind, Down): tutto questo sono i Summer Camp. Capitolo numero-non-si-sa di un non necessario viaggio all’indietro abbastanza svogliato da non aver voglia di ricordarci dei Beach boys, ma a fuoco a sufficienza perchè il domani non basti.

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