«Stringimi la mano, amico», disse Hendrix a Fripp. Storia o leggenda?
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Andrea C. Soncini
- 2 Settembre 2022
Dopo sei album da studio, l’ibridazione tra live e studio di Starless And Bible Black, Earthbound e Usa registrati totalmente live, nel 1976 giunge nei negozi A Young Person’s Guide To King Crimson, la prima raccolta antologica della band oramai sciolta, si pensava allora in modo definitivo. Il doppio album aveva cinque motivi di interesse alterno nel valore: la bellissima copertina del pittore scozzese Fergus Hall; la versione inedita di I Talk To The Wind risalente ai tempi della mutazione di Giles Giles & Fripp in King Crimson cantata da Judy Dyble, al tempo fidanzata di Ian McDonald ed ex vocalist dei Fairport Convention; Cat Food in formato singolo; Groon che ne occupava il lato B; un prezioso libretto compilato dallo stesso Fripp – come accaduto per la scelta dei brani – fitto di note e appunti tratti dai suoi diari personali, così come di stralci provenienti dalla stampa.
Robert Fripp è meticolosissimo, raccoglie tutto, commenta tutto, non gli sfugge niente: provate a vendere un bootleg dei Crimson su internet e nel giro di poche ore il vostro annuncio verrà bloccato. Il piccolo grande fratello. In calce al prezioso booklet c’è una frase scappata ai più ma di importanza vitale, anche se non sembra: «NOTE: Some of the mistakes included are deliberate; some are accidental – Fripp». Fate attenzione: alcuni errori sono deliberatamente inseriti; altri sono involontari. Di importanza vitale, dicevo, non per la storia dei King Crimson, ma per capire il personaggio Robert Fripp che va oltre il musicista.
Che il guru dei Crimson sia uno dei musicisti rock più importanti degli ultimi 50 anni, ben oltre al ruolo di chitarrista, non c’è alcun dubbio. Si è guadagnato tutto sul campo. Coltiva però una aspetto della vita, con tale pervicacia, che non ne farà – a mio modestissimo parere – una icona destinata alla leggenda di stampo romantico, quella di cui fanno parte i Lord Byron del rock: ha una eccessiva, morbosa direi, attenzione per l’aspetto venale del suo lavoro. Si tratta di qualcosa che risale alle origini e gli deve essere rimasta dentro. Robert ha fatto apprendistato per almeno tre anni nell’agenzia immobiliare del padre, che intendeva trasferire a tempo debito nelle mani del figlio, «al punto che nella sua testa si fa strada l’idea di iscriversi al college per affrontare i corsi di studio che gli permetteranno di sviluppare con maggiore profitto un futuro imprenditoriale. Al college di Bournemouth, al quale si iscrive nel 1965, consegue gli A-Level in Economia, Storia dell’Economia, Economia Politica con l’intento di proseguire a Londra, al CEM di South Kensington, dove concludere il percorso con una Laurea in Management relativo al mondo dell’immobiliare» (da King Crimson – Gli anni Prog, 2018 GIUNTI).
Insomma, Robert Fripp ha sempre avuto un occhio attento alla musica e uno al business. Un approccio giustificato se vogliamo, poiché incappato in quel genere di disavventure che nel mondo del rock non sono rare: manager disonesti e discografici che ti sottraggono tutto quello che riescono, non importa se in modo fraudolento. Ma si tratta di tempi piuttosto lontani: l’attuale Fripp, e non da oggi, si può definire senza ombra di smentita un uomo di successo, al minimo benestante, considerando la principesca magione nella quale vive, e forse potrebbe un po’ allentare la presa.

Intendo dire che interrompere o addirittura cancellare un concerto perché gli spettatori scattano foto, in nome di una fantomatica infrazione del diritto di immagine o altro delirio del genere, in un mondo dove le immagini hanno dilagato fino a soffocare la parola e spesso persino il pensiero, sembra un tantino eccessivo. E pure un tantino offensivo per chi ha pagato un biglietto. Che se si porta a casa una, dieci, cento foto ricordo dell’evento, le casse di Mr. Fripp non ne soffrono. È altrettanto vero che il chitarrista non è l’unico a essere portatore di tale bislacco vezzo, ma chissà se a tutti costoro qualcuno ha fatto notare che ci sono fior di band americane, estremamente ricche per giunta, che hanno sempre promosso la registrazione pirata dei concerti e lo scambio dei nastri tra fan. Altro che fotografie.
Ma torniamo al punto. Mr. Fripp ha ben chiaro il concetto di business e di marketing, idee tra loro indissolubilmente legate e facce rigorose della stessa medaglia. A inizio di carriera, ancora privo di strutture organizzate che curassero gli interessi dei Crimson, è lui stesso a darsi da fare per procurarsi interviste. Pratica comune ad altri colleghi, certo. Così come è comune il gioco (non sempre innocente) di generare chiacchiere. Ci sono quelle messe in circolo per fare del male, e quelle studiate ad arte per millantare. Un po’ come gli spifferi che escono dalle sedi per eccellenza della finanza: una voce – una semplice voce non ancora confermata – e gli equilibri di un titolo, insieme a milioni di dollari, si spostano. Ricordate?: «alcuni errori sono deliberatamente inseriti – Fripp».
Fripp proprio in questi giorni sta girando in tour col factotum David Singleton facendo conferenze. Per monetizzare. Ponendo alla audience domande come «Can Music change the world?», la cui risposta è ovvia: no. Se volete godervi lo spettacolo, la prima data disponibile è a Toronto, il 16 settembre al teatro The Royal; l’ultima per adesso è il 9 ottobre a Chicago. Ticketmaster vende i biglietti a un prezzo variabile tra i 69,50 e i 95 dollari. Non proprio popolare. Anche perché non ci dovrebbero essere show di laser, fumi, ballerine, né tre batteristi.
Quando potresti fare la stessa cosa all’interno di università e scuole, e invece ti fai profumatamente pagare per fare parole che potrebbero essere utili a sviluppare il pensiero di migliaia di ragazzi che sono il futuro del mondo, ma in questo modo rimangono confinate alle orecchie di sessanta/settantenni che rappresentano lo zoccolo duro della band, disposti a pagare sessanta/settanta dollari per le congetture del guru con “alcuni errori deliberatamente inseriti”, allora la risposta alla domanda “può la musica cambiare il mondo” non è più “no” ma decisamente “NO”.
Uno degli episodi che Fripp racconta con maggiore orgoglio anche nel corso degli incontri denominati The Awful Man And His Manager – ancora marketing: quel “awful” è un epiteto che il chitarrista ha abilmente ribaltato a suo vantaggio, benché derivi dalle esternazioni di un lungo elenco di ex-Crimson coi quali è giunto ai ferri corti negli anni: avvantaggiandosi con simpatica autoironia di una situazione che molti colleghi hanno trovato insopportabile fino ad arrivare al tribunale (Gordon Haskell) – e che ha fatto il giro del globo, è l’incontro che giura di avere avuto con Jimi Hendrix. Chi non sarebbe fiero di avere incontrato, stretto la mano e ottenuto i complimenti da chi allora, era il 1969, aveva appena oscurato l’immagine di Dio? Il dio della chitarra, al secolo Eric Clapton da Londra, i cui muri erano ricolmi di scritte che affermavano “Clapton is God”. Fripp oggi la racconta così: «Una delle persone più luminose che abbia mai incontrato. Si avvicinò a me e mi disse: “Stringimi la mano sinistra, amico, è quella più vicino al mio cuore”». Questo episodio circola dal 1976, proprio per mezzo del booklet di A Young Person’s Guide To King Crimson. Ricordate sempre: «Some of the mistakes included are deliberate».
Era il 14 maggio 1969, il locale il Revolution Club di Londra, e i King Crimson avevano suonano tre set intervallati ciascuno da una pausa. Nel 2012, in occasione del 70° anno dalla nascita del chitarrista di Seattle, la rivista Guitar Player appronta un articolo nel quale si chiede ai più grandi luminari della chitarra di rilasciare una testimonianza su Hendrix. Fripp risponde con parole quasi identiche: alla fine del primo set al Revolution Club, Hendrix entra nei camerini con un vestito bianco e il braccio destro acciaccato, gli porge l’altro arto e dice, testuali parole: «Stringi la mia mano sinistra, ragazzo, è più vicina al cuore».

Nel 1974, alla stessa rivista americana, sul numero di maggio, Fripp dichiarava con molta meno emozione del 2012, e di quanto fa oggi, quasi con indifferenza in realtà, quanto segue: «Poco prima di diventare professionista ho ascoltato un po’ di Hendrix e Clapton, e c’erano una o due cose di Hendrix che mi piacevano. Non le cose più rock, ma quelle più lente. Non sono stato influenzato da Hendrix e Clapton nel modo in cui la maggior parte delle persone direbbe. Non credo che Hendrix fosse un chitarrista. Dubito fortemente che fosse interessato a suonare la chitarra in quanto tale. Era solo una persona che aveva qualcosa da dire e l’ha detto». Per usare una metafora calcistica, un po’ come se oggi Lautaro Martinez, Vlahovic, Leao, Dybala – così non scontento nessuna delle principali tifoserie – dicessero: “Maradona… Ronaldo (il Fenomeno)… beh, sì, un paio di giocate mi sono piaciute”.
Ma Fripp è un bravissimo intrattenitore, un perfetto storyteller, e ha sentito che era giunto il momento di dare una versione riveduta e ampliata, un po’ come fanno certi scrittori – vedi Stephen King – con certi libri di successo che sono ripubblicati aggiungendo altre pagine (che magari nella prima edizione erano state giustamente tagliate). Giusto per monetizzare. «Quello che non seppi fino al 1981 – aggiunge Fripp nella stessa intervista del 2012 a Guitar Player – quando mi sono imbattuto per caso nella sorella della moglie di Michael Giles, è che lei quella notte si trovava seduta nel tavolo accanto a Hendrix. Mi raccontò che lui saltava su è giù, e che disse “questo è il migliore gruppo del mondo”». Suona piuttosto strano che tra il pubblico ci fosse una persona di famiglia e questa non si sia palesata a fine concerto per dire alla band, per lo meno al cognato Giles, che di fianco a lei c’era Jimi Hendrix impazzito per i Crimson e che aveva sentito le sue parole di assoluta approvazione. Davvero sorprendente che la cognata del batterista non l’abbia fatto con una telefonata il giorno dopo, una settimana dopo, o al primo incontro con la sorella o il marito tra… il 1969 e il 1981! Nella versione aggiornata – poiché Fripp non si adagia mai sugli allori – l’incontro con la cognata del batterista fuoriclasse dei Crimson passa da essere avvenuto “casualmente” a “casualmente in una libreria”. Si sa quanto Fripp sia persona colta. Non sopporta di farsi fotografare dai fan ai concerti, ma sul suo diario DGM le foto con i libri che lo spalleggiano – modello politico che si presenta in TV – o primi piani dei volumi che sta leggendo al momento abbondano. Li cita e ne discute. Perché non aggiungere, dunque, quel piccolo particolare che fa la differenza?
Al supermarket mentre compra la lattuga? Ci mancherebbe, Fripp lo si incontra in libreria. Ma ci sono altre persone che dubitano dell’episodio. Sul diario di Fripp on line, all’interno del sito della label DGM, un fan russo che si firma Andrei S. Turusinov obietta che secondo il libro di David Henderson intitolato Scuse Me While I Kiss The Sky (The Life Of Jimi Hendrix), pubblicato dalla Omnibus Press nel 2002, Hendrix (pp. 282-283) in quel periodo si trovava a New York. Lo scrittore Tony Brown indirettamente dà ragione al fan sovietico: sul suo libro Jimi Hendrix: Concert Files, stampato da Omnibus Press nel 1999, scrive che «mercoledì 14 maggio 1969 Jimi Hendrix era impegnato in una jam con Steve Stills e Johnny Winter allo Scene Club di New York». Altra smentita: sul bootleg del 1989 (Golden Memories – GM 890738) intitolato The Things I Used To Do, il brano omonimo sarebbe stato registrato il 15 maggio 1969 ai Record Plant di New York da una formazione comprendente Jimi Hendrix e Johnny Winter alla chitarra, Steve Stills al basso e Dallas Taylor alla batteria.
Non finisce qui. Secondo il sito ufficiale di Hendrix, che dovrebbe avere assoluta voce in capitolo, l’11 maggio del 1969 il chitarrista americano era sul palco del Fairgrounds Coliseum di Indianapolis, Indiana, con i Chicago Transit Authority, mentre il 17 maggio si trovava alla Rhode Island Arena di Providence, Rhode Island, insieme a Buddy Miles Express e Cat Mother & The All Night Newsboys. Altri siti web concordano su un concerto della Experience in data 16 maggio a Baltimora, Maryland.
Appare alquanto improbabile dunque – senza neppure considerare che quel «mercoledì 14 maggio 1969 Jimi Hendrix era impegnato in una jam con Steve Stills e Johnny Winter allo Scene Club di New York», che al toro taglia testa, coda e gambe – che la notte del 14 maggio, praticamente a un solo giorno dal concerto del 16 maggio al Baltimore Civic Center, Jimi Hendrix si trovasse davvero a Londra (il chitarrista non sarebbe partito prima del 15 maggio, un viaggio che oggi – oggi – si compie in circa 12 ore di solo volo, più annessi e connessi, ed esclusi potenziali imprevisti causa di ritardi o addirittura cancellazioni: no, troppo rischioso. E per cosa? Per assistere al concerto di una band sconosciuta, a lui di certo, alle prime armi? Non ha alcun senso). Ma a questo punto ci si può sbilanciare: data la fitta agenda di concerti e impegni di studio in patria, quasi uno al giorno nel periodo indicato da Fripp, Hendrix non poteva essere nella capitale inglese. Al minimo per una ragione che Fripp avrebbe compreso e giustificato: il business era business anche per il prodigioso talento di Seattle, a base di contratti da rispettare (o penali da pagare).
Infine va menzionato come Ian McDonald tenesse un diario personale e fosse altrettanto meticoloso nelle annotazioni quanto Fripp. Nella pagina relativa al 14 maggio 1969 scrive che i Crimson al Revolution hanno suonato tre set, e molto bene. Aggiunge perfino che insieme a Greg Lake è andato a comprare un pasto dal take away indiano che si trova in Queensway. Su Hendrix neppure una parola. Possibile che fosse meno degno di nota del pollo al curry? Di quella formazione dei Crimson, la prima, compreso Pete Sinfield, solo Greg Lake offre la spalla a Fripp. Ha dichiarato al mensile inglese Uncut: «Ricordo di avere visto una notte Jimi Hendrix al Revolution Club, ed era sbalordito!». Una affermazione così vaga per un evento così importante. A forza di sentirla raccontare da Fripp, forse se ne è convinto anche lui. Oppure gli reggeva il gioco.
In ultima analisi ci si domanda perché, quando Hendrix ha parlato con entusiasmo di “gruppo” avrebbe dovuto stringere la mano a Fripp ma a nessuno degli altri. Solo perché era il chitarrista? Il vero leader/fenomeno di quella formazione che brillava su tutti gli altri, autore imprescindibile, troppo spesso sottostimato nei racconti che si fanno dei King Crimson, era Ian McDonald, che anche sul palco suonava sax, flauto, chitarra, tastiere. In quel “gruppo” c’era un batterista monstre come Michael Giles, un frontman di spessore come Greg Lake. E un chitarrista, il meno vistoso, che suonava seduto su uno sgabello. Una persona che afferma “questo è gruppo il migliore del mondo” si sta complimentando con tutti, non solo col chitarrista per quanto bravo poteva essere.
Accantonato il duetto on the road con David Singleton, nel 2023 sarà la volta di quello con la moglie Toyah Wilcox per gli scoppiettanti live dei Sunday Lunch di casa Fripp, che come dice lo slogan di una famosa bevanda analcolica, stanno facendo impazzire il mondo. Un giorno Fripp ci farà sapere, seraficamente come gli è congeniale, forse ancora attraverso le pagine di Guitar Player, che la leggenda di Jimi Hendrix è stato “un errore deliberatamente inserito”, un innocente scherzo. Poi ci stupirà di nuovo, facendo trapelare che alla fine di una notte di duetti on stage con l’amata consorte, nei camerini si è presentato Bob Dylan, complimentandosi per uno spettacolo pungente e raffinato come mai gli era capitato di vedere. Dopodiché, incontrare una cugina di Toyah che nei pressi del tavolo del bardo ne annotava la reazione sbigottita, è cosa fatta.
