If you believed… I R.E.M., i Radiohead, Catania e il grande sogno
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Antonio Pancamo Puglia
- 6 Agosto 2024
If you believed, they’ve put a man on the moon
Quelle parole e quella melodia continuavano ad echeggiargli in testa, scandite dal ritmo deciso delle Converse rosse che lo stavano riportando a casa, all’alba, dopo una lunghissima giornata che non avrebbe più dimenticato. La voce di Michael Stipe, arrivatagli da un palco qualche ora prima, continuava a ripetergli “riesci a crederci?” – e ancora oggi, passando davanti al suo vecchio liceo (esattamente a metà del tratto di strada che separava la stazione degli autobus da casa sua) ogni tanto gli pare di sentirla.
Il 6 agosto 1995 era una domenica di estate, come tante. Non per chi, magari partendo in autobus da un’altra città siciliana come quel ragazzo – ovvero chi scrive: nemmeno diciassette anni, un pugno di amici e tanti sogni rock and roll nel cuore e nella testa – ebbe l’incredibile fortuna di trovarsi nell’irripetibile congiuntura storica di poter vedere i R.E.M. dal vivo a Catania. tour in promozione di Monster, formazione originale con Bill Berry ancora ben saldo in postazione. Radiohead in apertura (The Bends fuori da qualche mese). A Catania. Stadio Cibali (oggi Massimino). Unica data italiana di quel loro giro di concerti estivo. I R.E.M. a Catania! Riuscite a crederci? Eppure, successe.
Oggi è diventato più o meno normale assistere a concerti di grandi band internazionali a tutte le latitudini, anche in provincia, Meridione compreso (per quanto il divario tra nord e sud – per non dire tra Italia ed Europa – è e resterà sempre incolmabile per ragioni troppo lunghe e troppo noiose da spiegare in questa sede). Allora fu un evento. Non solo perché erano gli anni ’90 e le cose funzionavano diversamente rispetto ad oggi; ma soprattutto perché i R.E.M. non erano un gruppo qualunque, e la Sicilia non era un posto qualunque. Immancabilmente, quella domenica di estate, per alcune migliaia di fortunati, è rimasta un punto fermo nella propria personale storia d’amore con la musica. Ma certo, fu qualcosa di più, molto di più.
Anzitutto per i R.E.M. stessi, come ha ricordato il manager Bertis Downs con un post sui social il 6 agosto 2021, nel ventiseiesimo anniversario di quel giorno, a certificare un affetto mai sopito nei confronti dell’esperienza (definita come uno dei migliori concerti italiani della band di Athens in assoluto, e come unica in generale, anche nei suoi aspetti più pittoreschi – dal pernottamento in un monastero all’essere scortati dalla polizia alla fine del concerto) e di colui che l’aveva resa possibile, Francesco Virlinzi, giovane discografico e produttore catanese (scopritore, tra gli altri, di Carmen Consoli) entrato nel cuore di Stipe & co. grazie all’amore sincero per la loro musica e alla sua indomabile passione (si erano conosciuti e diventati profondamente amici ai tempi del tour di Green).
Ricordo condiviso anche da Massimo Cotto nel suo libro Rock Live (2019), il cui estratto relativo a quel concerto, a cui aveva assistito da insider, è tornato a circolare in rete dopo la sua scomparsa; quello fu, nelle parole del compianto giornalista, senza ombra di dubbio un momento chiave della storia della musica dal vivo in Italia, con Catania che diventa ufficialmente una nuova Seattle nel cuore dell’Europa. Tutto vero, tutto giusto, tutto emozionante.
Oggi fa piacere constatare, soprattutto a chi c’era, che più passa il tempo e più quella data si allontana, maggiore diventa la sua risonanza. Vuoi perché i protagonisti non ci sono più (i R.E.M. hanno cessato le attività nel 2011, Virlinzi è venuto a mancare nel 2000); vuoi per l’aura intrinsecamente mitologica dell’evento, accresciuta dall’emergere negli anni di testimonianze come le succitate e perfino di registrazioni video; vuoi perché la piccola tribù di cobainiana memoria (our little tribe has always been and always will until the end), ovvero tutti noi che ricordiamo, riviviamo e viviamo ancora questa musica – e tutto quello che vi è collegato, in termini di vita vissuta e non solo – come la cosa migliore che ci sia mai successa, e che leggendo queste righe sentiamo un senso che solo noi sappiamo, abbiamo bisogno di celebrazioni per sopravvivere in un mondo che dimentica e che semplicemente non sa più cosa voglia dire appartenere a qualcosa; per tutti questi motivi, il 6 agosto non sarà mai una data qualunque.

Noi aggiungiamo che fu un cambio di paradigma culturale epocale. In Sicilia venivamo dalle stragi di mafia. Fino a poco tempo prima avevamo l’esercito per le strade (operazione “Vespri Siciliani”). La musica “alternativa” si ascoltava e si suonava, certo, e arrivava anche dal vivo, ma nei piccoli locali e spesso in maniera fortuita, sporadica, quasi rocambolesca. E sicuramente non aveva ancora raggiunto una dimensione collettiva. Detto altrimenti: se oggi in Sicilia abbiamo Ypsigrock e affini è perché Virlinzi ha mostrato che sì, si può fare. Non è (stato) poco.
Quel concerto cambiò le cose per sempre e contribuì a forgiare l’identità dei siciliani appassionati di musica. A pensarci bene non poteva che accadere che con i R.E.M. di Monster, incarnazione ideale e pressoché perfetta dello spirito alternative del tempo, unica possibile sintesi tra underground (di cui avevano mantenuto la credibilità e l’integrità) e mainstream (forti dei successi planetari di Out Of Time e Automatic For The People) in uno scenario appena rimasto tragicamente orfano dei Nirvana.
La band perfetta, nel momento perfetto, nel luogo perfetto.
Il concerto in sé fu, nemmeno a dirlo, imperdibile. Aprirono i Flor (ex Flor De Mal), il cui ReVisioni – stampato da Virlinzi su Cyclope Records e prodotto da Peter Buck – è semplicemente uno dei dischi rock siciliani (e italiani) più belli della scena indipendente; il ritornello/litania di ‘U Pizzo (tantu nni duni, tantu nn’ha dari..) risuona ancora ipnotico nelle orecchie al pensiero.
A seguire, un Thom Yorke (il cui biancore inglese sotto il sole implacabile dell’agosto siciliano evocava l’avvento di immancabili, e molto radioheadesche, bruciature solari) accompagnato da un combo ancora in assetto “rock”, un attacco a tre chitarre che non suonava come nessuno prima (la mucca sull’amplificatore Fender di Ed O’Brien avrebbe potuto confermare); con Creep unica concessione al passato e i saliscendi di Just a far girare la testa, ve lo possiamo assicurare: si capiva già allora che di lì a poco sarebbero diventati quel che sono diventati (d’altronde stavano scrivendo le canzoni di Ok Computer proprio in quei giorni, ma noi non potevamo saperlo).
Ancora adesso, a pensare alle quasi due ore di set serratissimo che i R.E.M. regalarono apposta a Catania per l’occasione ricambiando un amore unico, non si può non pensare a un regalo magnifico, alla generosità di cui solo una band come quella poteva essere capace. L’accordo iniziale di What’s The Frequency Kenneth e il boato a seguire; la pelata di Stipe, lucida, che si muove impazzita; i suoi pantaloni arancioni; la spaccata in Revolution (“questa è inedita” … ma poi restò fuori da New Adventures in Hi Fi…); Thom Yorke che si posiziona davanti le transenne nelle prime file a vedere il concerto come un fan qualunque; l’attacco di Try Not To Breathe; il ritornello di Fall On Me; le corde aperte della Les Paul di Peter Buck all’inizio di Departure; il controcanto di Mike Mills in Get Up; la sua testa che ondeggia, coperta dai capelli, mentre chino sulla chitarra aggredisce Let Me In, Bill Berry che a un certo punto si siede alle tastiere (forse per Tongue? In ogni caso prima, presentato da Michael, aveva mimato il suo malore fingendo di svenire sulla batteria); il canto collettivo, inevitabile, di Losing My Religion; Michael appeso alle impalcature nel finale folle di It’s The End Of The World (As We Konw It); Man On The Moon – if you believed – che continua a risuonare in testa fino all’alba successiva … e non ha più smesso di farlo.
