Quando il rock si liberò delle chitarre

Trentacinque anni fa usciva Let It Be e si concludeva l’avventura dei Beatles, che aveva rivoluzionato il rock in tutto e per tutto, anzi, forse lo aveva inventato. Contemporaneamente veniva dato alle stampe Electronic Meditation e si preparava un nuovo cambiamento epocale per la storia della popular music: cominciava la carriera di Klaus Schulze e dei Tangerine Dream e prendeva il via quel radicalismo elettronico che sconvolse non poco chi ancora viveva con l’idea che il rock fosse inscindibile dall’idea di fare musica con chitarra, basso e batteria.

Corrieri Cosmici Tedeschi: così vennero definiti quei musicisti che un giorno decisero di fare tabula rasa di tutte le esperienze musicali che li avevano formati e cominciarono a manipolare i suoni con sintetizzatori analogici e moog, che divennero in seguito il segno distintivo di quella generazione.

Ma la Cosmische Musik non nasceva dal nulla. Il fascino di certe esperienze “colte” (le esperienze minimaliste di La Monte Young, Riley, Glass e Reich) e la psichedelia; le esperienze con le droghe allucinogene e il senso di “espansione” della mente che alla fine degli anni sessanta aveva influito fortemente anche sulle pratiche del fare musica, si univa a un vertiginoso sviluppo delle tecnologie e alla diffusione degli strumenti di manipolazione e sinterizzazione dei suoni.

In questo clima, che apriva le porte al decennio più sperimentale del rock, la Germania, confermando il suo secolare approccio filosofico-spirituale alla musica, dimostrava che rock e avanguardia non erano poi vocaboli così antitetici tra loro. Il Kraut Rock, al di là del nome buffo, rappresentava al meglio la via tedesca alla popular music, accostando Stockhausen, i Pink Floyd e Richard Wagner.

Klaus Schulze, insieme a Edgard Froese dei Tangerine Dream e Florian Fricke dei Popol Vuh può essere considerato tra i fondatori di questa “scuola”, che raggiunse, dopo un periodo di rodaggio, il suo apice creativo attorno alla metà degli anni ’70, quando gli esperimenti dei primi anni cominciarono a prendere forma e a riempirsi di contenuto, per poi cadere in una sorta di manierismo alla fine del decennio e scavarsi la fossa negli anni ’80.

L’introduzione di temi riconoscibili al posto degli interminabili tappeti sonori, le ritmiche quasi dance che sostituiscono le atmosfere a-temporali e oniriche, sono il segno di una trasformazione inesorabile, piegata alle logiche di un mercato in forte espansione.

La lunga carriera di Schulze è testimone di tutti questi cambiamenti: dai capolavori degli esordi Irrlichte Cyborg ai capitomboli di Body Love e Aphrica, fino alle mastodontiche operazioni degli ultimi anni (i 50 cd di musica inedita di The Ultimate Edition) il musicista berlinese non si è mai fermato, dimostrando oltre a un’incredibile prolificità, anche una grande consapevolezza dei propri mezzi artistici e un’ottima qualità compositiva. Manuel Gottsching (Ash Ra Tempel), Bill Laswell e Steve Winwood sono solo alcuni dei personaggi con cui il Nostro ha collaborato. E poi, ve li ricordate gli Alphaville, icona del pop anni ’80? Era lui il co-produttore del progetto.

Quel berlinese venuto dallo spazio – Intervista a Klaus Schulze

Piaccia o no, Klaus Schulze è entrato di diritto nella storia della musica e avere l’opportunità di fare quattro chiacchiere con lui mi eccita e mi disorienta allo stesso tempo. Il rischio di perdermi nella storia ultra-trentennale di questo giovane sessantenne, la paura di sentirmi troppo piccolo di fronte a un colosso della musica, sono pensieri che inevitabilmente mi pervadono. Poi squilla il telefono: “Salve, sono Klaus Schulze, vorrei parlare con Daniele Follero”. Per un attimo sprofondo in una situazione assolutamente surreale. Poi tiro il fiato: “Salve Klaus, sono io…”

Sono passati più di trent’anni dalla nascita della Cosmische Musik. Cosa pensi sia rimasto di quegli esperimenti nella musica elettronica di oggi?

Penso soprattutto al “sequencing”, quella sorta di maniera ipnotica di mettere in sequenza i suoni e l’approccio sperimentale nell’intervenire suoi suoni. Oggi le manipolazioni avvengono a qualsiasi livello, noi all’epoca non avevamo le attrezzature (computer, rythm machines) che è possibile utilizzare oggi. Ciò che oggi rimane di quelle esperienze penso sia anche un certo “feeling” nell’approccio alla materia musicale.

Quali pensi siano state, invece, le debolezze della “musica cosmica”?

Beh, ce ne sono molte! (ride). Penso soprattutto alla maniera un po’ caotica di fare musica che ci contraddistingueva. Allora, (mi riferisco in particolare ai miei esordi insieme ai Tangerine Dream con Electronic Meditation) più che fare musica si stava provando a sperimentare nuove sonorità. Per questo spesso venivano fuori cose caotiche e, a volte, anche un bel po’ noiose. Stavamo iniziando in quel momento, non avevamo mai fatto cose del genere e non conoscevamo ancora il risultato che avremmo ottenuto. Mancando una tradizione non potevamo prendere spunto da esperienze simili. E’ attorno al 1974 che la cosmische musik arriva ad acquisire consapevolezza dei propri mezzi espressivi e raggiunge quasi la perfezione.

Era anche un problema di forma, di struttura?

Più che di forma, direi che c’era soprattutto un problema “drammaturgico”. Non sapevamo ancora come organizzare composizioni così lunghe. All’inizio stavamo esplorando nuovi strumenti, non eravamo consapevoli del risultato e quello che ci interessava era il puro effetto. Restavamo sorpresi perfino dall’atto stesso di girare la manopola di un Synth. Ma è la stessa situazione che ha vissuto la techno ai suoi esordi: oggi si ricerca la sofisticazione mentre prima i musicisti cercavano nuovi mondi sonori, avevano le attrezzature a disposizione e gli bastava questo. E’ un po’ come quando i bambini vengono a contatto con qualcosa di nuovo e non sanno cosa aspettarsi.

Molti ritengono Irrlicht il tuo miglior lavoro di sempre. Ti ha mai preoccupato l’idea di non riuscire a ripetere quello straordinario capolavoro?

Assolutamente no, anzi, mi sorprende un po’ che la gente pensi questo. Quando penso ai miei lavori precedenti li considero sempre nel contesto in cui sono stati creati e questo mi permette di giudicarli in maniera più oggettiva possibile. In un disco come Irrlicht oggi non posso evitare di scorgere tanti punti deboli, non lo rifarei, ma sono ancora convinto che all’epoca avesse la sua ragion d’essere. Al principio degli anni ‘70 le possibilità, gli strumenti, erano limitati rispetto ad oggi e questo fa onore a quel disco, per quanto lo renda assolutamente irripetibile.

Cosa ricordi delle session in studio per il primo album degli Ash Ra Tempel?

E’ stata veramente una specie di jam-session “fricchettona” (la risata scappa a entrambi). Era la prima volta che provavamo in uno studio di registrazione professionale e non avevamo la benché minima idea di come si lavorasse in uno studio. Eravamo abituati a suonare dal vivo. Ci guardammo in faccia e ci dicemmo: “Ok, proviamo!”. Poi il tecnico ci ha fermato: “Bene adesso ripetete la prima parte”. E poi ancora e ancora… E’ stato davvero disorientante per noi lavorare in quel modo. In ogni caso noi, fuori dallo studio, abbiamo poi registrato in presa diretta lo stesso materiale, consegnando il nastro al produttore, che si è preoccupato del mixaggio.

Cosa diresti della collaborazione con Manuel Gottsching?

E’ sempre fantastico lavorare con lui.

Cosa pensi dei suoi Cosmic Jokers?

Non mi piace quella roba, penso siano stupidaggini. E’ musica piena di droghe, non mi interessa affatto..

Credi che le esperienze con le droghe possano avere qualche importanza nella composizione musicale?

Dipende. Quando abbiamo cominciato, le esperienze con le droghe erano abbastanza importanti per noi, perché sentivamo la necessità di uscire dalla realtà, di superare i confini. In più, venivamo da un’educazione tradizionale (non solo musicale): eravamo normali musicisti che suonavano la batteria, la chitarra e il basso. Per abbandonare questa “normalità” pensavamo che anche l’uso di droghe avesse la sua importanza. Nel momento in cui, però, si riesce a uscire da questa dimensione è importante usare il proprio potere senza farsi troppo “aiutare”. Con un uso reiterato le droghe perdono di senso, come nel caso dei Cosmic Jokers: ognuno suona per conto suo, senza pensare a cosa stanno facendo gli altri. Non penso sia un buon esempio di musica, questo.

1970: Electronic Meditation con i Tangerine Dream può essere considerato l’inizio della carriera sia tua che loro. Come consideri la storia musicale di quella band? Hai ancora qualcosa da condividere con loro, musicalmente parlando?

Penso che la storia dei Tangerine Dream abbia subito rapidi cambiamenti già dopo qualche anno dagli esordi, soprattutto dovuti a vari cambi di formazione. E’ stato negli anni ’80, però, che le nostre strade si sono separate inesorabilmente: io all’epoca ero ancora interessato a composizioni lunghe e di ampio respiro mentre i Tangerine Dream hanno cominciato a interessarsi al mercato musicale americano e alle musiche da film e i loro dischi sono diventati inevitabilmente più “commerciali”. In America devi seguire determinate regole e questo a me non interessa per niente. Non ho mai voluto suonare in America e anche per questo la mia musica ha avuto successo in Europa e non negli U.S.A.

Gottsching ha affidato uno dei suoi capolavori, E2-E4, allo Zeitkratzer Ensemble. Hai mai pensato di far eseguire un tuo lavoro per orchestra (Irrlicht, per esempio) a un ensemble orchestrale?

Veramente no. I miei lavori sono molto basati sul sound complessivo, che costruisco in studio e non penso sia particolarmente interessante farli eseguire da altri, come se fossero messi in partitura.

Pensi che esista qualche relazione tra la musica classica (o “colta” che dir si voglia) e il rock?

No. L’unica caratteristica che hanno in comune questi due ambiti è quella di appartenere in maniera molto generica alla categoria “musica”. Il rock è una musica concepita per il corpo, laddove la musica cosiddetta “classica” appartiene alla sfera mentale, non solo in senso intellettualistico.

Beh, però i valzer di Johann Strass nascono per il ballo, quindi per il corpo…

Già, ma per vecchi corpi (gran risata)…

E’ stato davvero importante Richard Wagner per la tua musica?

Certo! E’ uno dei primi musicisti a comporre in senso multimediale. Il suo concetto di opera totale (può piacere o no) riusciva a mettere insieme straordinariamente diversi mezzi espressivi. Trovo straordinario anche il suo modo di comporre alcune parti vocali, specialmente quelle femminili: mi fanno veramente accapponare la pelle!

C’è un particolare aspetto della musica di Wagner che ti interessa?

Quel particolare modo di costruire le melodie che viene normalmente chiamato Leitmotiv e che stravolge il concetto di tema che si trova fino a Beethoven. Il Leitmotiv è una melodia, ma non è “concreta” e questo lo rende particolarmente misterioso.

Pensi che i 50 cd di The Ultimate Edition possano davvero aggiungere qualcosa alla tua discografia, o sono solo un feticcio per fan e collezionisti?

Penso che siano come una sorta di diario di venti e più anni di carriera. I fan sono sempre alla ricerca di esecuzioni dal vivo o comunque in presa diretta e questo mi sembra un buon modo di venirgli incontro con materiale inedito. E’ importante per avere un quadro più completo della mia produzione musicale, ma non può sostituire la discografia ufficiale. Diciamo pure che più che di una raccolta si tratta di un complemento alla mia discografia.

Tu hai lavorato con metodi di registrazione e produzione del suono sia analogici sia digitali e questo dualismo è ben rappresentato in tutta la tua produzione. Segui qualche criterio estetico nella scelta di suoni analogici o digitali quando componi?

Dipende molto dalla musica che sto componendo in quel preciso momento e dal suono di cui ho bisogno. Non mi interessa molto se sia creato in analogico o digitale. Oggi, ad esempio, lavoro molto con i software, anche per una questione di praticità.

Cosa pensi della New Age? E’ solo una moda?

E’ orribile! Dolce ed esoterica, ma di un esoterismo molto “americano”. C’è gente che pensa che per rilassarsi e calmarsi ha bisogno di ascoltare quella roba. Ma è una stupidaggine! C’è molta musica, in questo senso, molto più “new age”, ma che non è considerata tale.

Cosa pensi di etichette tedesche di musica elettronica come Monika Records, Staubgold, Sonig e di band come i Mouse On Mars?

Ah, li trovo molto divertenti! E anche interessanti. Si può dire che rappresentano la terza generazione di musicisti elettronici tedeschi. Trovo molti di questi lavori troppo commerciali per me, ma ci sono alcune idee da non sottovalutare.

Cosa diresti del tuo ultimo album, Moonlake, uscito da poco?

Oh, è molto bello! (ride) Non c’è molto da dire in proposito, visto che è stato composto nello stato emozionale in cui ho sempre registrati i miei dischi, quindi per me è un disco del tutto normale, anche se mi piace particolarmente perché è l’ultimo: mi affeziono sempre di più all’ultimo album che incido, nel momento in cui lo faccio!

Un’ultima domanda. Dopo anni di intensa attività artistica, c’è ancora musica nel futuro di Klaus Schulze? Hai qualche progetto?

Al momento no, perché sono ancora convalescente dopo un periodo in cui sono stato poco bene. Per ora non ho programmi, ma appena starò meglio rimetterò piede nel mio studio di per registrare qualcosa, magari un nuovo album o qualcosa del genere. Ad ogni modo spero che ci sia ancora musica nel futuro di Klaus Schulze e, soprattutto… buona musica.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare